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La UE e una politica agricola miope: tutela la produzione, non l’ambiente – di Achille Colombo Clerici – Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore in data 4/6/2001

ottobre 13, 2008

Solo il dieci per cento degli aiuti comunitari a sviluppo e innovazione

Il processo di urbanizzazione in Europa sottrae all’agricoltura 60.000 ettari all’anno. Il 10% della Val Padana è coperto dal cemento, con non trascurabili conseguenze, comprese quelle riguardanti il microclima. E cementificato è il 7% del territorio nazionale, montagne, laghi e fiumi compresi. In poco più di 40 anni, il territorio agricolo italiano è diminuito del 20%, mentre la superficie urbanizzata è quadruplicata passando da 5.000 a 20.000 kmq. Situazione paradigmatica di quanto è avvenuto, in questi anni di intenso sviluppo urbano, nelle grandi aree metropolitane europee, è quella che si presenta nell’hinterland milanese; dove, secondo una recente analisi compiuta da Assoedilizia, siamo giunti ormai a un esito di sostanziale equilibrio nel rapporto tra superficie territoriale, abitanti, aree urbanizzate, mentre il fenomeno del consumo del territorio agricolo si sta gradatamente arrestando. E questo non diversamente da quanto è avvenuto in altre realtà metropolitane europee quali, ad esempio, l’Ile de France con Parigi, le aree tedesche di Francoforte, di Duesseldorf e di Berlino, la Grande Londra che sono del tutto omogenee, non rispetto alla città di Milano (che si estende su un esiguo territorio amministrativo di soli 181 kmq, contro i 1.500 kmq di Roma, gli oltre 8.000 kmq dell’Ile de France, i 1.000 kmq di Berlino) bensì al suo hinterland, dove i rapporti tra suolo urbanizzato e abitanti sono ben diversi. Il territorio, nel nostro continente, sta gradatamente passando dal ruolo di servizio alla produzione agricola a quello di servizio all’ambiente. La rapidità del cambiamento è rivelata dal drastico calo negli occupati nelle attività agricole. Solo 50 anni fa erano impiegati nell’agricoltura oltre 40 italiani su 100, oggi sono poco più di 6. È questo l’effetto, non solo del già esaminato fenomeno di progressiva urbanizzazione dei suoli un tempo destinati all’agricoltura, ma anche della Politica agricola comunitaria (Pac) che, nell’esigenza di razionalizzare e coordinare, a livello europeo e mondiale, i processi produttivi con i mercati,
conduce da un lato ad accorpare le aziende al fine di renderle dimensionalmente ed economicamente competitive, dall’altro a dismettere coltivazioni e attività agricole che implichino surplus o scoordinamenti produttivi. La situazione di equilibrio tra sviluppo urbano e consumo del territorio apre dunque una concreta prospettiva di valorizzare il rapporto città-campagna, tutelando e riproponendo i valori agricoli, ma, soprattutto, ricostituendo una cultura della funzione del suolo agricolo come strumento di salvaguardia dei valori ambientali. Se la terra diventa dunque sempre più ambiente, come tale va protetta e sostenuta, anche dalle politiche agricole nazionali e comunitarie. È il momento di operare in questa direzione, considerando che edifici storico-agricoli, orti urbani e periurbani, parchi agricoli e parchi naturali, aziende agricole ancora in attività, zone di agriturismo, luoghi naturali per il tempo libero costituiscono un vero e proprio valore aggiunto per la funzionalità territoriale. Solo presidiando alcune storiche realtà agricole si può pensare di procedere a una organica pianificazione territoriale che garantisca, nel contempo, produttività e ambiente per un’equilibrata crescita economica e sociale nel territorio. E gli imprenditori agricoli, in quanto gestori e “manutentori” dei singoli appezzamenti che, come un mosaico, compongono l’ambiente in cui viviamo, sono i primi attori di uno sviluppo sostenibile, diverso dall’attuale che perciò va al più presto sottoposto a nuove regole economiche e socio-urbanistiche. La terra resta il «bene centrale per la società del terzo millennio» e va integrata alla città perché offre a essa un fondamentale elemento equilibratore — verde e spazi liberi — per compensare le forme di inquinamento e di congestionamento di cui soffrono i centri urbani (luoghi della accumulazione). Ma l’Europa, la seconda potenza agricola mondiale dopo gli Stati Uniti, sembra non rendersi conto dell’esigenza di un radicale aggiustamento di rotta della attuale politica, per gestire questo cambiamento epocale. Attualmente, secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, la Pac prevede che gli aiuti comunitari all’agricoltura siano destinati per il 90% a sostegno della produzione e solo per il 10% allo sviluppo e all’innovazione, e quindi a sostegno della qualità dell’ambiente rurale. La conseguenza di tale impostazione dà luogo a un circolo vizioso, inaccettabile da parte di quelle nazioni che, come l’Italia, sono deboli sul piano della politica agricola comunitaria e sono costrette maggiormente a dismettere attività, funzioni, territori agricoli. Infatti in quella logica più si dismette e meno si riceve in termini di aiuti comunitari. Sicché il divario tra Paesi beneficiari degli aiuti comunitari e Paesi che meno ne godono, è destinato non già a colmarsi, bensì ad aumentare. È dunque necessario, come rilevato da più parti, che il rapporto 90-10%, di cui si diceva, sia riveduto e corretto al fine di rendere maggiormente operativi anche i Piani di sviluppo rurale normati dal regolamento Ue n. 1257 del 17 maggio 1999, quali strumenti fondamentali per la preservazione dei valori ambientali agrari.