Sette punti per uscire dalla crisi

Intervista ad Alessandro Ortis, Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas

Benito Sicchiero

D – Presidente Ortis, al recente Incontro di Mezzana Bigli lei ha affermato che proprio il settore dell’energia potrebbe essere la leva per uscire dalla crisi, indicandone i sette punti focali Come? E  quali comportamenti (politici, imprenditoriali, individuali) ne dovrebbero derivare?

R – Il settore energia può trasformarsi da concausa della crisi, per le impennate dei prezzi petroliferi, in una leva per il superamento e la ripresa futura. Infatti, e schematizzando nei sette punti da Lei ricordati, dovremmo: intensificare gli investimenti nelle infrastrutture energetiche (ciò significa apertura di cantieri, generare occupazione, realizzare opere più che essenziali); rendere il mix delle coperture energetiche meno petrolio-dipendente; diversificare i mercati di approvvigionamento per il gas; valorizzare il potere contrattuale verso i Paesi produttori di idrocarburi (da cui ancor troppo dipendiamo) facendo leva su una “singola voce UE”, forte di 500 milioni di consumatori; promuovere più concorrenza e rendere più efficienti i nostri mercati energetici; rendere più efficiente l’uso dell’energia; sostenere l’impegno in attività di ricerca e sviluppo tecnologico.

D – Viene da tutti il richiamo al cosiddetto sviluppo sostenibile; anche dall’Unione Europea con il noto “pacchetto 20-20-20”.

R – Dare ulteriore slancio allo sviluppo sostenibile e alle fonti rinnovabili è una sfida quanto mai rilevante per motivi di sicurezza, di diversificazione energetica e di tutela ambientale.

Gli obiettivi, particolarmente sfidanti, che l’UE ha stabilito per l’anno 2020 impongono che almeno il 20% di consumo primario di energia debba essere coperto dalle fonti rinnovabili, che sia realizzata una riduzione del 20% delle emissioni di gas-serra e che sia aumentata del 20% l’efficienza energetica. L’obiettivo generale europeo “20%” per l’utilizzo di fonti rinnovabili è stato allocato a ciascun Paese membro sulla base di criteri che hanno portato a definire per l’Italia un obiettivo nazionale del 17%.

I tre obiettivi europei non sono scollegati, interagiscono. Per esempio, attraverso un utilizzo più efficiente delle fonti energetiche, si riducono le emissioni e i valori di consumi posti alla base della valutazione della copertura da fonti rinnovabili. Il famoso 20-20-20 pone sì tre condizioni, ma le variabili su cui poter agire sono molteplici. La vera sfida è riuscire a tendere agli obiettivi con il minimo costo complessivo per i consumatori.

D – Come giudica l’aspetto economico della crescita delle fonti rinnovabili?

R – L’ulteriore diffusione delle fonti rinnovabili deve essere perseguita avendo chiara consapevolezza degli oneri, immediati e futuri, conseguenti alle singole scelte. Le fonti rinnovabili sono molte; ad esempio il sole, il vento, l’acqua, le risorse geotermiche, le maree, il moto ondoso e la trasformazione dei rifiuti organici e inorganici o di biomasse. Queste risorse  non sono tutte uguali né per costo addizionale né per ricadute sul sistema industriale italiano; quindi anche l’impatto sui prezzi energetici e sull’economia del Paese è molto differenziato.

E’ indispensabile quindi adottare scelte chiare, mirate e coordinate sugli obiettivi, sulle varie e diversificate fonti, sui diversi sistemi di incentivazione da utilizzare a livello locale o nazionale; tali sistemi dovrebbero essere sempre più basati su strumenti di mercato, per minimizzare gli oneri a parità di obiettivi.

Comunque, i necessari programmi di incentivazione, per quanto robusti in termini economici, non saranno sufficienti se non accompagnati da un miglioramento dei processi autorizzativi e da uno sviluppo delle reti elettriche, senza le quali non si può beneficiare ovunque del contributo produttivo da fonti rinnovabili.

D – Il riscaldamento del pianeta è un problema globale, quindi anche la soluzione deve essere globale. In altre parole, può l’Europa, da sola, senza la collaborazione degli altri Paesi grandi “inquinatori” – Stati Uniti, Cina, India – modificare le condizioni climatiche?

R – Infatti, il problema del cambiamento climatico è di dimensione globale, perciò richiede una risposta altrettanto globale, che coinvolga tutti i continenti, tutti gli sviluppi tecnologici, tutti i settori dell’intervento umano (non solo energetici) e tutti i meccanismi di interscambio.

L’enorme crescita delle emissioni di gas serra in Paesi quali Cina e India non è imputabile solo all’incremento dei consumi interni ma soprattutto al fortissimo incremento delle esportazioni; si tratta quindi di maggiori emissioni per soddisfare consumi di altri Paesi, ed in particolare dell’Europa.

Perciò, i meccanismi della UE tesi a ridurre le emissioni dovrebbero considerare non soltanto quelle determinate dalle produzioni europee, ma quelle ascrivibili ai consumi del nostro continente.

Fino a quando l’acquisto in Europa di un bene prodotto in altri continenti non verrà computato in alcun parametro di valutazione ambientale europeo, non vi sarà alcuna garanzia di agire verso il contenimento delle emissioni; anzi è reale il rischio di concorrere ad incrementarle attraverso un pur indesiderato incentivo indiretto a importare o a delocalizzare le “produzioni” in territori ove la tutela ambientale è meno praticata.

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