Archivio per giugno 2009

Progetto valorizzazione del patrimonio immobiliare – Dott. Giancarlo Penco, Assessorato al bilancio del Comune di Milano

giugno 19, 2009

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Serata-Evento Spazio Teatro No’hma: Milan Poetry Slam

giugno 18, 2009

poeti in gara

INVITO
 24 giugno 2009, ore 20.00

 Poeti in gara
sfida all’ultimo verso per una città che vuole cambiare

 Serata-Evento
Milan Poetry Slam by
iO donna
IL FEMMINILE DEL CORRIERE DELLA SERA

 Master of Ceremony
 Lello Voce
con

 Dome Bulfaro, Tiziana Cera Rosco, Chiara Daino, Francesca Genti, Andrea Inglese, Giovanna Marmo, Luigi Nacci, Adriano Padua, Stefano Raspini, Claudio Recalcati, Silvia Salvagnini, Sparajurji Lab, Elisa Alicudi

 

Convegno: “Il futuro del capitalismo in Europa” – Roma, 23 giugno 2009

giugno 18, 2009

Accademia Nazionale per lo sviluppo economico e sociale

 Il futuro del capitalismo in Europa
Etica Principi Regole

Roma, martedì 23 giugno 2009
Università Pontificia Regina Apostolorum
Via degli Aldobrandeschi, 190

 

 Per informazioni e adesioni:
rettorato@upra.org – tel: (39) 0666527800; fax: (39) 0666527840

  

Programma

9:00 – REGISTRAZIONE

 INDIRIZZO DI SALUTO
Rev.do Prof.P.Barrajòn, Magnifico Rettore dell’Università Pontificia Regina Apostolorum,Roma. 

APERTURA DEI LAVORI
Prof. Giovanni Conso, Presidente dell’Accademia dei Lincei, Roma.
Rev.do Mons. Lorenzo Leuzzi, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria, Vicariato di Roma, Città del Vaticano.

 10:00 – RELAZIONI INTRODUTTIVE
Prof. Valerio De Luca, London School of Economics, Department of Law e Presidente dell’ “Accademia Internazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale” (AISES). 

S.E. Rev.ma Mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del “Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace”, Città del Vaticano. 

Prof. Jean Paul Fitoussi, Istituto di Studi Politici di Parigi e Presidente dell’ “Observatoire français des conjonctures économiques” (OFCE). 

Prof. Gustavo Visentini, Direttore del “Centro di Ricerca per il Diritto di Impresa” (CERADI), LUISS Guido Carli, Facoltà di Giurisprudenza, Roma.

 11:00 – COFFEE BREAK

 SESSIONE 1.
RIFORMARE IL SISTEMA DELLA FINANZA GLOBALE: PRINCIPI E REGOLE COMUNI?

Martedì 23 giugno, 11:30-13:30

PRESIEDE
Prof. Valerio De Luca, London School of Economics, Department of Law e Presidente dell’ “Accademia Internazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale” (AISES). 

RELAZIONI
Prof. Julia Black, London School of Economics, Facoltà di Giurisprudenza.
“Il futuro della regolamentazione basata sui principi”.

Prof. Giulio Napolitano,
Roma Tre University, Facoltà di Giurisprudenza.
“Le risposte del governo alla crisi: piani di salvataggio, stimoli e riforme regolamentari”.

Prof. Franco Bruni, Università Bocconi, Facoltà di Economia, “Paolo Baffi Center for Financial Regulation”, Milano.
“Regole per la moneta e regole per la finanza: un nuovo rapporto dopo la crisi?”.

Prof. Giuseppina Capaldo, Prorettore, Direttore del dipartimento di diritto ed economia delle attività produttive, Sapienza Università di Roma.
“Il ruolo del diritto privato nella protezione degli investitori”. 

Prof. Giovanna De Minico, Università Federico II, Facoltà di Giurisprudenza, Napoli.
“La crisi finanziaria Atto II. Regolatori e Regole”.

 13:00 – TAVOLA ROTONDA 

13:30 – COLAZIONE

 

SESSIONE 2.
RICOSTRUIRE LA FIDUCIA NEI MERCATI FINANZIARI:
NUOVI STANDARS PER LA GESTIONE DELLA CRISI?

Martedì 23 giugno, 15.00-17:00

PRESIEDE
Prof. Agostino Gambino, Università Europea di Roma, Facoltà di Giurisprudenza.

RELAZIONI
Prof. Roger McCormick, London School of Economics, Direttore del “Law and Financial Markets Project”, Facoltà di Giurisprudenza.
“La gestione del rischio legale nell’era post-crisi”.

Prof. Daniele U. Santosuosso,Dipartimento di diritto ed economia delle attività produttive, Facoltà di Economia, Sapienza Università di Roma.
“I nuovi principi comuni per sanare le prassi delle remunerazioni”.

Prof. Andrea Guaccero, Università di Roma Tre, Facoltà di Giurisprudenza.
“Le misure europee ed italiane di risposta alla crisi finanziaria”.

Prof. Rev.do Michael Ryan,Università Pontificia Regina Apostolorum, Facoltà di Teologia, Roma.
“Le virtù della responsabilità sociale dell’ impresa”.

Prof. Gianluca Contaldi, Università di Macerata, Facoltà di Giurisprudenza.
“I principi della cooperazione internazionale nella gestione della crisi”.

 17:00 – TAVOLA ROTONDA 

17:30 – CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Prof. Roger McCormick, London School of Economics, Direttore del “Law and Financial Markets Project”, Facoltà di Giurisprudenza.

Prof. Giuseppe Di Taranto, Preside della Facoltà di Economia, Università Europea di Roma e membro del CDA della LUISS Guido Carli.

 18:00 – CHIUSURA DEI LAVORI
Rev.do Prof. P. Scarafoni, Magnifico Rettore dell’Università Europea di Roma.

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Seminario Alienazione del patrimonio immobiliare degli Enti locali – 8 luglio 2009

giugno 17, 2009

SEMINARIO
ALIENAZIONE DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE DEGLI ENTI LOCALI

Sala Capitolare Senato della Repubblica,
Piazza della Minerva, ore 9,30
(8 luglio 2009)

Saluti istituzionali
Dr. Sergio Chiamparino; Dr. Angelo Rughetti; Dr. Baldovino de Sensi

I sessione

Presiede
Giuseppe Franco Ferrari – Presidente IFEL

La disciplina amministrativa     
 Giuseppe Franco Ferrari, Bocconi IFEL 

I profili di diritto civile
Gianfranco Palermo, Università di Roma

Potenzialità dell’utilizzo dei proventi della vendita patrimoniale e i profili contabili
Maurizio Delfino

 Il punto di vista del mercato
Armando  Borghi, SDA Bocconi       

La disciplina urbanistica ed edilizia dei beni in via di alienazione
Massimo Giuliani, INU Lombardia 

 II sessione
(ore 14,00)

Presiede
Silvia Scozzese Direttore  – Scientifico IFEL

Il punto di vista dell’Agenzia del territorio
Gabriella Alemanno, Direttore Agenzia del territorio                         

Il punto di vista degli operatori privati
Achille L. Colombo Clerici, Assoedilizia 

Il sostegno finanziario pubblico
Cassa DD. PP. 

L’esperienza dei  Comuni
Assessore alla Casa Comune di Milano
Gianni Verga

Attilio Fontana
Sindaco di Varese 

Lorenzo Guerini
Sindaco di Lodi

Liborio Iudicello
Segretario Generale Comune di Roma

Conclusioni
Sottosegretario On.le Giuseppe Vegas

Assoedilizia – Società Storica Lombarda: “Quel pasticciaccio brutto di tante vie d’Italia”

giugno 17, 2009

Rivista Italiana Onomastica (2)

Quel pasticciaccio brutto di tante vie d'Italia

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vie d'Italia 4

Premio “Milanodonna” edizione 2009

giugno 17, 2009

SAVE THE DATE
PREMIO “MILANODONNA”
EDIZIONE 2009
24 giugno 2009, ore 17.30
Palazzo Marino, Sala Alessi

 Evento promosso dal Sindaco Letizia Moratti,
e realizzato dall’Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche Sociali,
in collaborazione con il Comitato Strategico
del Comune di Milano

 

Mariolina Moioli
Assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche Sociali

Gisella Borioli
Comitato Strategico del Comune di Milano 

D.C. Famiglia, Scuola e Politiche Sociali
Settore Politiche della Famiglia
Ufficio Politiche Femminili e Pari Opportunità
Largo C. Treves 1 – Milano
Tel. +39 02 884.64126/53453/53455
www.comune.milano.it

Convegno “Creare impresa con la Città di Milano – il supporto del Comune, l’esperienza degli imprenditori” 23 giugno 2009

giugno 17, 2009

La Fondazione Politecnico di Milano è lieta di invitarLa al convegno “Creare impresa con la Città di Milano – il supporto del Comune, l’esperienza degli imprenditori” che si svolgerà martedì 23 giugno 2009 presso l’Acquario civico di Milano, Sala Vitman – Via G. Gadio 2.

Che opportunità ci sono a Milano per chi vuole diventare imprenditore? Se ne parlerà al convegno “Creare impresa con la Città di Milano – il supporto del Comune, l’esperienza degli imprenditori”. L’evento sarà l’occasione per presentare alcune iniziative a favore dello sviluppo economico del territorio realizzate dal Comune di Milano – Assessorato Ricerca, Innovazione e Capitale umano – in collaborazione con Alintec. In particolare saranno discussi i risultati di “Scouting ICT” – un progetto per presentare al mercato finanziario e imprenditoriale le migliore idee ICT elaborate dalle università, centri di ricerca e aziende milanesi – e la nuova “Rete degli incubatori della Città di Milano”, volta a sostenere la nascita di imprese ad alta tecnologia. Durante l’incontro, saranno premiati i tre vincitori di Scouting ICT e sarà possibile dialogare direttamente con rappresentati di istituzioni e con imprenditori di successo. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con la Fondazione Politecnico di Milano.

 PROGRAMMA

 Ore 9.00
Registrazione partecipanti

Ore 9.30
Il Comune di Milano a sostegno dell’avvio di imprese ad alta tecnologia
Luigi Rossi Bernardi, Assessore alla Ricerca, Innovazione e Capitale Umano Comune di Milano
La creazione di imprese innovative
Giampio Bracchi, Presidente, Fondazione Politecnico di Milano
L’iniziativa Scouting ICT
Alessandro Bellman, Presidente Comitato di valutazione Scouting ICT
Oltre lo Scouting: la Rete degli incubatori
Sergio Campodall’Orto, Direttore generale Alintec – Milano

Dialogo con il pubblico
 Luigi Rossi Bernardi, Assessore alla Ricerca, Innovazione e Capitale Umano Comune di Milano
Fabrizio Capobianco, Fondatore e Amministratore delegato Funambol, Redwood City – USA
Franco Gonella, Partner e Ceo dPixel Srl – Milano
Massimo Della Porta, Presidente Saes Getters Spa – Milano
Marco Nicolai, Direttore generale Finlombarda Spa – Milano
Renato Ugo, Presidente Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione – Milano
Fabio Violante, Amministratore delegato, Neptnuny Srl – Milano

Ore 12.30
Premiazione delle proposte di impresa selezionate con Scouting ICT
Moderatore: Guido Romeo, Giornalista, Il Sole 24 Ore

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La partecipazione al convegno è gratuita fino ad esaurimento posti.
Per informazioni e iscrizioni si consiglia di visitare il sito web: www.scoutingict.it 

Segreteria Organizzativa
ALINTEC Scarl
Ufficio comunicazione
Via Garofalo, 39 – 20133 Milano
Tel. 02 2399 2967
Email: giulia.galimberti@alintec.it
E-mail: nicola.mirizio@alintec.it

 

Relazioni presentate alla Conferenza FISM 2009 “Ripensare la professione del medico” – 18 maggio 2009

giugno 17, 2009

INTRODUZIONE

I1 18 maggio 2009 all’Universita degli Studi di Milano, antica sede dell’Ospedale Maggiore, uno storico (Giorgio Cosmacini), il rappresentante delle società scientifiche riunite nella federazione FISM Pasquale Spinelli, il clinico Ferruccio Bonino e il presidente degli ordini dei medici Amedeo Bianco si sono confrontati su ciò che cambia nel modo di conoscere, fare diagnosi, curare e porsi del medico. Ne è sorto il dibattito di cui riportiamo gli atti, da collocare sullo sfondo dell’uscita del disegno di legge sul governo clinico e dell’annuncio – da parte del ministro del Welfare Maurizio Sacconi – di un testo unico sulla professione medica.

A trasformarsi rapidamente sono intanto rapporto fiduciarioe formazione. I1 paziente (Spinelli) è attivo titolare di un diritto costituzionale alla salute, che impone al medico maggior dialogo ed un aggiornamento incessante. Si profila poi un conflitto economia-

deontologia: chi sostiene gli oneri delle cure – lo Stato – soffre i costi delle tecnologie, tende a lesinarle, e a sbandierare certe correlazioni statistiche (tipo fumo-tumore al polmone) per colpevolizzare chi non fa eccessiva prevenzione (Cosmacini): il medico non deve far mancare mai il suo intervento e deve vigilare affinché il servizio sanitario non faccia prevalere le sole esigenze di cassa.

Bonino fa dieci proposte e si sofferma sull’obbligo di risultato: per restare “umani” in tempi di alta tecnologia, si potrebbe cambiare il sistema Drg e premiare non la quantità di esami fatti per arrivare a una diagnosi bensì l’accuratezza/efficacia terapeutica della stessa diagnosi indipendentemente dal mezzo usato. Bianco esplora le nuove sfide soffermandosi anche sulla prevenzione ambientale.

Chiude un ultimo paragrafo sul conflitto di interesse, tema sul quale la FISM ha preso una posizione ufficiale nel 2003 per laformazione e nel 2007 per la ricerca.

 

 

Evoluzione o involuzione del rapporto medico-paziente
Pasquale Spinelli
Presidente FISM Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane

Anni Cinquanta: un medico senza strumenti interrogava il malato, lo consigliava, lo guariva, in caso contrario lo “consolava”. Non c’erano cause per malpractice. Oggi: un medico “tecnologico” conosce i parametri vitali del suo paziente e i risultati dei suoi esami, ma spesso non ha il tempo di parlare; in compenso, trae indicazioni preziose dall’evidenza della diagnosi della sua malattia e da linee-guida utili ad impostare subito la condotta terapeutica. Ma non per tutti i pazienti è così.

Se quasi metà dei nostri pazienti viene curata con la Medicina Basata sulle Evidenze, per l’altra metà o poco meno si usa una Medicina senza Evidenze: di norma, una medicina basata sulla tradizione e sulla pur fallibile esperienza, sul colloquio e soprattutto sul rapporto diretto tra due persone: il malato e il “suo” medico.

Dalla metà del secolo scorso, il rapporto fiduciario si è andato complicando per la presenza di un terzo incomodo. All’inizio era solo lo stato-“terzo pagatore” o la mutua. Successivamente si sono aggiunti altri enti finanziatori, anche privati, sempre più esigenti tecnologicamente, che talora espongono il sistema a dover scegliere tra qualità e quantità delle prestazioni. E così via.

I1 medico può subire analoghe pressioni ma esse entrano in contrasto con la deontologia e con la giurisprudenza, la quale interpreta – spesso, in un senso non lontano dalla deontologia originaria – il diritto alla salute. E allora sono guai.

In effetti, un approccio “epidemiologico-statistico” alla malattia rischia di fare perdere di vista l’importanza dell’approccio “olistico” al paziente, che oggi è quasi diventato una prerogativa delle medicine complementari (non evidence based). Solo in apparenza più facile da difendere se portato in contenzioso, il medico rispettoso unicamente dei protocolli rischia talora, di fronte all’opinione pubblica, di essere considerato un po’ un professionista che ha voltato le spalle alla propria missione.

Forse, occorrerebbe evitare l’eccessivo positivismo scientifico. Di fronte ai limiti e alle incertezze della medicina – un’arte! – non si può pensare di ottenere la fiducia incondizionata dell’utente sulla base dell’ufficialità istituzionale. L’ideale sarebbe curare e conciliare, con l’approccio alla malattia, l’approccio alla persona, distinguendo caso per caso evidenze ed esperienze.

Credo che non necessariamente il progresso tecnologico porti con sé il distacco del medico dal malato o una disumanizzazione della medicina, e che d’altra parte non necessariamente il rapporto fiduciario sia il luogo di una medicina senza evidenze. Al contrario, penso che il dialogo sia alla base del contatto umano e che un buon approccio al paziente abbia molte possibilità di realizzarsi, a partire da un’anamnesi “umana”.

In un contesto in cui la professione va ripensata in termini di coinvolgimento di tutti gli attori, per noi medici si tratta di riscoprire l’obiettivo chiave della professione: tutelare la salute.

Di fronte alle crescenti esigenze sociali e dei singoli, e alla apparentemente contrastante necessità di uno stato di educare all’uso razionale delle risorse, il cittadino va istruito e responsabilizzato, orientandolo su comportamenti funzionali alla tutela del diritto di tutti alla salute. In tale contesto, il medico utilizzerà l’approccio razionalistico-sperimentale alla medicina e lo avvicinerà alla cultura delle persone. Ma lo farà attraverso il dialogo, il suo essere medico. La sua spiegazione deve essere solo una modalità di un diverso, auspicabile atteggiamento all’interno del rapporto a due. Dietro ogni nostra informazione sulla patologia, sulla situazione particolare, sulle soluzioni da noi prospettate, ci deve essere una nuova dedizione alla comunicazione e, nei limiti di volta in volta più appropriati,alla spiegazione delle nostre attività.

Man mano che cresce la responsabilizzazione dell’utenza, l’interesse del medico deve dunque coincidere con l’interesse del malato. La sanità non è fatta per i medici, gli infermieri, le farmacie, le industrie, i ministeri, le regioni, i comuni, le aziende, gli ospedali, ma per i cittadini. Oggi più che mai lo stato di malattia va guardato dal punto di osservazione del malato che, correttamente informato, parteciperà a sua volta attivamente alle decisioni che lo coinvolgono. Del resto, la qualità dell’informazione al

paziente rappresenta una risorsa anche nelle scelte terapeutiche di fronte a più opzioni con risultati sovrapponibili.

Certo, il medico deve adattare la propria soluzione terapeutica alle condizioni del malato, esplicitando l’esistenza di effetti collaterali che possano nuocere alla qualità della vita e alle relazioni sociali. E deve sempre mettere chi soffre in condizione di scegliere.

Se tutto ciò appare difficile da praticare, si deve pensare che probabilmente il medico affronta ogni giorno una sfida ancora più difficile: il progresso tumultuoso dell’innovazione comporta la necessità di aggiornare i saperi. A cinque anni dalla laurea si dimezza il sapere medico. Senza contare che entrano a farne parte ulteriori adempimenti (informatica, privacy).

Come fruire di un fabbisogno formativo adeguato a simili velocità? Forse, solo ripensando l’educazione continua in modo far venire fuori un disegno differente, che privilegi situazioni di sviluppo continuo, cioè di quotidiana integrazione tra figure sanitarie. Ma soprattutto un progetto che si articoli e si evolva per tutta la durata della vita professionale: insomma, bene sarebbe pensare ad un disegno organico di life long learning che sostituisca progressivamente l’ECM statica e disarticolata alla quale abbiamo non di rado assistito in questi anni.

  

Tra tecnologia e diritto alla salute
Giorgio Cosmacini
Storico della medicina

E’ tradizione medica consolidata richiamarsi periodicamente a Ippocrate, terminus a quo  della medicina laica occidentale e terminus ad quem di ogni ripensamento della professione.

Nella riflessione sui fondamenti e sui mutamenti del proprio mestiere il consorzio dei medici suole fare riferimento alla ippocratica, originaria téchne iatriké.

Téchne è vocabolo greco antico che viene spesso traslato, per assonanza ma impropriamente, in “tecnica” o in “tecnologia”. Invece la parola merita di essere precisata per quel che essa era e che oggi non è. La téchne iatriké o “arte medica” era un’attività – come le altre téchnai elaborate dall’uomo (la téchne georgiké di chi coltivava la terra, o la téchne kibernetiké di chi navigava per mare) – con una sua struttura procedurale e regolamentare, metodologica ed epistemologica, teoretica ed etica. Si articolava nel dialogo, nella maieutica della memoria (l’anamnesi), nella semeiotica sensoriale (sguardo e tocco), nel metodo clinico. E si inquadrava in una concezione generale della phyils, della natura, inclusa la natura umana, vista come physiologia sia ambientale sia antropologica, governata – quest’ultima – da una norma deontologica e da un éthos ancorato a quello che sarebbe poi stato detto ius iurandum, atto giuridico o “giuramento di Ippocrate”.

Quella téchne iatriké originaria era dunque un’attività generale, globale,  nnicomprensiva ed onnipervasiva.

Veniamo a noi. Dal lontano Dopoguerra, la medicina ha conosciuto un cambiamento strutturale – scientifico, tecnico, etico, pratico – di tipo radicale.

Esso si è manifestato nei tanti modi d’essere relazionali: con la società, la mentalità, le istituzioni, lo Stato e, beninteso, anzitutto con il paziente. Dalla “ricostruzione” postbellica e dal “miracolo economico” fino ai giorni nostri, due processi di trasformazione tanto vasti quanto complessi hanno investito la professione medica: da un lato, la socializzazione della medicina, dall’altro la tecnologizzazione.

I1 duplice processo è stato anche un doppio progresso. La tecnologizzazione della medicina, ispirata a criteri di scientificità o quanto meno di applicazione rigorosa della scienza alla tecnica, e di questa alla pratica, ha portato o mirato alla promozione di quest’ultima dall’empirismo ed eclettismo del passato all’odierna precisione ed efficacia. La socializzazione della medicina, dal canto suo, ispirata a criteri di equità sociale o quanto meno di uguaglianza individuale di fronte alla malattia, ha portato o mirato

ad avvalorare il concetto che la salute è un bene inalienabile del cittadino, da tutelare e promuovere.

Già in queste premesse, relative ad eventi positivi e progressivi (e in quanto tali accompagnate da palpabile ottimismo) si coglie la premonizione di un duplice rischio. Da un lato, la tecnologizzazione della medicina ha reso più complessa la struttura tecno-pratica della medicina stessa, inserendo fra medico e paziente l’apparato scientifico-tecnico dell’interventistica della strumentazione, della specializzazione (e superspecializzazione); dall’altro lato, la socializzazione della medicina ha portato la relazione duale o privata tra medico e paziente nell’ampio campo della dimensione

plurale o pubblica inserendovi come terza persona (collettrice della domanda ed erogatrice dell’offerta di salute) la società civile e lo Stato. In ambedue i casi, tertium datur: il “rischio”, ove non sia avvertito e controllato, può portare al “pericolo” che, da un lato, l’apparato tecnologico inserito nel rapporto interpersonale allenti il legame tra medico e paziente o addirittura lo spezzi e che, dall’altro lato, l’inserimento dello Stato o della sua versione “privato-sociale” lasci spazi al burocratismo e al consumismo sanitario.

Inoltre, la tutela della salute, legata al “concetto di prevenzione”, cela anch’essa un rischio ed un potenziale pericolo. I1 “rischio” è quello insito nella confusione che si ingenera nell’uso inappropriato del concetto stesso di prevenzione. La prevenzione vera, primaria, è infatti quella che si definisce come attenzione all’ambiente e che implica un discorso politico di riorganizzazione dello sviluppo economico, mentre la realizzazione di programmi su vasta scala per scovare la malattia là dove ancora non si manifesta attraverso screening e check-up, non è vera prevenzione ma piuttosto predizione clinica, o genomica comunemente detta diagnosi precoce.

I1 “pericolo” conseguente è che, mentre l’attenzione all’ambiente gradualmente decresce e il suo posto viene preso dall’idea di responsabilità del singolo individuo, con una responsabilizzazione che spesso si muta in colpevolizzazione, la spinta alla predizione clinica deresponsabilizza la politica e ribalta la socializzazione in una crescente ed invadente medicalizzazione della società.

Rischi eventuali e pericoli potenziali si mutano, allora, in “danni” reali, apportatori di una “crisi” ingravescente. Si sottolinea il fatto che, già a partire dagli anni Settanta del Novecento, si parla all’interno del mondo medico di crisi. E’ crisi percepita anche “all’esterno”, nell’universo dei pazienti e, più in generale, degli assistiti, là dove si trascuri la dimensione storica del malato, l’approccio clinico diventi frettoloso, gli esami di laboratorio (e le bioimmagini), da complementari al ragionamento clinico, diventino prioritari.

Si registra un “duplice cambiamento”, di sguardo e di impegno. I1 medico, che ha in mano un farmaco la cui efficacia è dovuta al suo intimo ingranarsi e integrarsi nella chimica della vita, tende a vedere nel malato cui somministra quel farmaco – prevalentemente o esclusivamente – un organismo governato dalle leggi della biochimica, non anche, non più un individuo somato-psichico implicato in situazioni di vita patogene. Inoltre, il medico, un tempo impegnato nella lotta contro le cause patogene ambientali e sociali, si trasforma – definitivamente e forse irreversibilmente

– nel medico gratificato sia dal suo impegno farmacoterapeutico contro i micromeccanismi eziopatogenetici (biologici, biofisici, biochimici), sia dai risultati prospettati dal progetto di mappatura e di manipolazione del genoma umano.

Anche l’epidemiologia – ricca di meriti per le prime ricerche sulla connessione

fra tabagismo e tumore del polmone e sugli stili di vita predisponesti le malattie cardiovascolari – ha mutato orientamento e, con meriti peraltro non minori, si affianca alla genetica (nell’epidemiologia molecolare) per attuare i provvedimenti necessari a che la malattia non si manifesti o insorga il più tardi possibile. Ciò è molto importante; però l’attenzione all’ambiente naturale e sociale di appartenenza non deve essere disciolta, e rivolta eccessivamente al patrimonio genetico, come volesse un assolutistico mito del gene. Va anche rilevata l’attuale debolezza del metodo clinico, caratterizzato da un’iper-analisi non adeguatamente bilanciata o corretta da una compensatoria capacità di sintesi. I1 che non significa svalutare le capacità analitiche fornitrici di dati preziosi; significa

piuttosto rivalutare la medicina generale, che oggi invece non è messa nelle condizioni di fare un’opera di ricomposizione o, peggio, viene considerata, dalla moda medica e sociale, alla stregua di una “sorella minore” della medicina specialistica.

E’ inoltre un errore metodologico il considerare la medicina una scienza esatta che vorrebbe escludere per definizione l’errore e negare a priori l’incertezza delle decisioni da prendere. All’attuale complessità del sapere biomedico deve corrispondere non un eccessivo rimando all’apparato strumentale oggettivante le condizioni fisiopatologiche dell’organismo, ma una valorizzazione della soggettività personale, affinché i fatti di vita della persona non si perdano nell’anonimato.

In questo itinerario concettuale, guidato da ragione critica, si intravede l’orizzonte nebuloso configurato, nell’attuale temperie sanitaria, dal conflitto tra l’aumento delle spese richieste e la diminuzione delle risorse disponibili.

L’incremento delle prime è in gran parte conseguente alla longevità, che la medicina stessa ha vantaggiosamente contribuito a promuovere ed alla cronicità che sovente si accompagna al protrarsi della vita media.

Esse moltiplicano i bisogni e i diritti assistenziali sempre più minando la sostenibilità delle spese, dato che l’universo di quanti accampano il diritto alla salute, e gravano sulle spese per la sanità, è composto – oltre che dai longevi e dai cronici – dai pre-malati (soggetti a rischio) dai forse-malati (individui predisposti) dai sani preoccupati (che si credono o sono indotti a credersi malati).

Anche se non criticata, è critica l’immagine divulgata di una medicina capace di gestire e risolvere qualsivoglia problema pretendendo di esercitare un potere (indiscriminato) sulla nascita e la morte. Critica, anche se non criticata, è nei medici, la “tentazione di onnipotenza” che mentre è figlia del progresso scientifico, è al tempo stesso propositrice di una prospettiva ingannatrice, coinvolgente anche la ricerca.

La ricerca costituisce l’immagine privilegiata dei successi della medicina e pertanto raccoglie principalmente su di sé le speranze della popolazione.

Essa viene pilotata secondo strategie protocollari e tattiche procedurali che, in vista dell’obiettivo prefissato, semplificano i dati clinici. Ma la realtà clinica del malato è più complessa di una procedura e non è riconducibile ad un protocollo. I1 rischio conseguente è di generalizzare il particolare, di prescindere dalla soggettività, di confondere il medico curante con il ricercatore o lo scienziato. Non sono pochi i medici che si impancano a scienziati, per il solo fatto di lavorare con il computer e di navigare in internet.

La tecnologia è una risorsa necessaria, indispensabile, però davanti al computer ci vuole Ippocrate.

 

 Per un’ efficace governance della salute
Ferruccio Bonino
Direttore scientifico della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico
Mangiagalli e Regina Elena di Milano

 Nella mia pratica ho individuato almeno dieci difetti che influenzano l’esercizio della professione in senso negativo: si va dalla scarsa personalizzazione delle cure, alla superficialità nell’affrontare la sfida della cronicità, alla banalizzazione dell’evidence based, passando per Drg che premiano la quantità degli accertamenti anziché l’accuratezza della diagnosi, o la difficoltà della cura piuttosto che la sua efficacia, la sua capacità di guarire. Senza trascurare le carenze nel consenso informato del paziente, la scarsa integrazione delle figure professionali al capezzale del paziente, l’eccessiva parcellizzazione nella formazione del medico, i gap nella ricerca ormai interamente identificata e irreggimentata nei passaggi della sperimentazione farmacologica.

In tempi di risorse scarse, e di necessità per il servizio sanitario di selezionare i finanziamenti, potrebbero rivelarsi concreti temi di discussione dieci proposte ad hoc, ciascuna mirata al difetto in precedenza da noi riscontrato nel sistema. Supportate da esperienze pilota sperimentate efficacemente in questi ultimi anni in tema di gestione pratica della medicina, e mirate a correggere le contraddizioni della medicina contemporanea, le proposte presentano scenari innovativi e possibili correttivi. Esaminiamole, tema per tema.

1 – Cure anonime – Si privilegia l’attenzione affinché lesioni e malattie vengano curate in modo identico in tutti i malati. Viene lasciata da parte l’attenzione alla personalizzazione della cura del malato nel suo insieme.

Rimedi: personalizzare la cura attraverso l’uso di algoritmi, simulatori e sistemi autopilota e valorizzare la decisione responsabile del medico (Téchne = esperienza + abilità + prudenza).

2 – Cronicità – La cura è centrata pressoché esclusivamente su acuzie e interventi programmati senza adeguata attenzione ai malati cronici. In particolare, si trascura la continuità tra ospedale e territorio e, nelle nuove cronicità, si trascurano le distinzioni tra anziano, diversamente abile e portatore cronico di fattori di rischio. Un rimedio sarebbe in questo caso organizzare il percorso di cura del malato cronico e delle nuove cronicità

sul modello delle officine per “tagliandi automobilistici”. Convertire la medicina al project management piuttosto che orientarla solo sul modello della catena di montaggio, adatto all’acuzie e interventi programmati. Il percorso passa per la valorizzazione della complessità di cura del lavoro ambulatoriale, che andrebbe tenuta in conto al pari dell’intensità di cura in reparto o in camera operatoria.

3 – EBM – L’evidence based medicine è limitata alla valutazione degli strumenti di cura, ma non si estende anche alla valutazione dell’operato delle squadre degli operatori della salute. La medicina finisce così per essere l’unico “scibile umano” in cui tutto dipende solo dagli strumenti e non anche dagli operatori! Nel contempo, le scelte terapeutiche vengono decise in base al lancio dei dadi della probabilistica e non vengono anche prese

in base ai dati dell’esperienza pratica personale, nonostante il “Dio non giochi ai dadi” di Albert Einstein. Andrebbero invece valutate le pratiche di cura, utilizzando studi single center based e formazione on the job come strumenti di valutazione e divulgazione del sapere pratico.

4 – Diagnosi – I1 servizio sanitario pubblico rimborsa in modo acritico, attraverso il sistema dei Drg, il semplice uso degli strumenti di diagnosi; ma così si implementano esamifici e si favoriscono gli sprechi per non appropriatezza. I1 rimborso andrebbe invece riferito alla diagnosi per “pacchetto” indipendentemente dal numero degli esami utilizzati, così come avviene per l’anatomopatologo.

5 – Terapia – I1 sistema favorisce l’uso acritico di farmaci senza che se ne verifichi preventivamente l’utilità. Ne derivano sprechi per non appropriatezza e tentativi inefficaci di calmierare la spesa con interventi di tipo burocratico economicista. L’osservazione, ad esempio sulla progressione di malattia da virus dell’epatite B e C, ci insegna invece che, anziché solo sulle cure tardive, impropriamente premiate dai Drg, meglio sarebbe far investire il servizio sanitario anche sulle cure precoci che inducono guarigione definitiva e generano miglior qualità terapeutica e minori costi. L’industria

farmaceutica andrebbe rimborsata sul modello, sempre più indicato per i farmaci a target molecolare, dello sharing risk che prevede il rimborso effettivo a carico del Sistema Sanitario in caso di efficacia documentata della terapia e compenso-compartecipato da parte dell’industria in caso di non-efficacia.

6 – Consenso – Resta scarsa la partecipazione di malato, famigliari e rappresentanti

alle decisioni di diagnosi e cura. Queste figure devono partecipare alla definizione del consenso informato per i percorsi diagnostico terapeutici. Si veda in proposito il modello del Consenso Partecipativo implementato nell’Ospedale Maggiore Policlinico e presente sul sito dell’istituto.

7 – Integrazione – Sussiste il problema della disorganizzazione dei percorsi diagnostico terapeutici, orientati per patologia, favorito dall’assenza del lavoro di squadra, di processi decisionali definiti, di una tzltorship del

malato, di criteri per la gestione delle responsabilità e dei rischi. Occorrerebbe

riorganizzare i percorsi diagnostico terapeutici orientandoli per

tipologia di malato e non di patologia, coordinare il lavoro di squadra e i

processi decisionali delle fi,we professionali coinvolte (inclusi responsabilità

e rischio), provvedere ad una tutorship del malato da parte degli infermieri laureati qualificandone la professionalità.

8 – Ricerca – La ricerca clinica è relegata alle quattro fasi di sperimentazione dei farmaci con il ruolo medico ridotto a marketing manager dell’industria.

Urge pensare a modelli di ricerca traslazionale competitiva per la valorizzazione e il finanziamento “ex post” dei percorsi di ricerca più efficaci.

9 – Formazione – Si è assistito in questi anni ad una progressiva confusione e alienazione dei saperi clinici ed in particolare alla contrapposizione tra parcellizazione specialistica e tuttologia olistica. Forse bene sarebbe pensare ad un’organizzazione sinergica degli operatori in tre principali piattaforme di sapere clinico pratico: Clinico Epidemiologica (strumento = statistica); Clinica Fisiopatologica (strumento = laboratorio), Clinica

Operativa (strumento = chirurgia classica, endoscopia e tecniche d’immagine).

10 – Sanità – Sussistono confusione di ruoli e disparità di regole per medicina pubblica e privata. Non resta che incoraggiare una sinergia virtuosa tra i due sistemi, e l’adozione, da parte del legislatore, di modelli operativi che implichino regole di ingaggio, operatività e benchmarking comuni. 

 

Da Fiuggi la lista dei nuovi imperativi
Amedeo Bianco
Presidente Federazione Nazionale Ordini Medici Chirurghi e Odontoiatri Fnomceo 

I1 crescente disagio professionale che i medici denunciano è strutturalmente legato sia alle profonde e rapide innovazioni dei contenuti della medicina, sia a quelle dell’organizzazione e gestione dei servizi sanitari.

Non a caso, questo malessere prende vigore in una fase di crescita esponenziale dei saperi e dei poteri della medicina, insinuando, nel vissuto e nel percepito dei medici profonde incertezze sui fini e sugli scopi della medicina, della sanità e dello stesso esercizio professionale.

A questi fenomeni si aggiungono le nuove competenze del paziente che, legittimamente, rivendica autonomia e libertà di scelta, allargando il contesto della relazione di cura fino ad una obbligazione di risultato (stante una presunta infallibilità del medico e della medicina). In tal modo, viene ad innescarsi un circuito di contenziosi che spesso devasta il rapporto fiduciario ed alimenta una medicina difensiva, inutile e costosa. Ci troviamo

in una fase di smarrimento dell’identità professionale e civile, una fase in cui si configura il paradosso di una grande medicina che poggia sulle spalle di medici che si percepiscono, invece, piccoli ed incerti.

Queste difficoltà non si superano proponendo impossibili ritorni al passato ma individuando i determinanti dei grandi processi di cambiamento, misurando il loro impatto tecnico professionale, etico e sociale sul complesso sistema delle cure, sulle pratiche professionali, per contrastarne le derive minacciose, ed accettarne invece le sfide capaci di produrre un riposizionamento autonomo e responsabile della professione medica nel core dei processi decisionali che oggettivamente le competono e dai quali oggi è largamente estraniata.

Le scelte in sanità che coinvolgono diritti dei cittadini e libertà delle persone hanno bisogno di una politica buona. Una politica capace, cioè, di scegliere gli indirizzi e le priorità sulle risorse e sui destinatari con autorevolezza, trasparenza e responsabilità, e senza invadere la sfera gestionale dei servizi di cura ed assistenza, dovendo il management essere competente ed efficiente nell’uso delle risorse assegnate.

Ma questo cerchio virtuoso fatica a chiudersi, se i professionisti sono tenuti nell’angolo, ridotti ad una anonima prima linea di produttori, esposta su un fronte ribollente e sconfinato di mediazioni difficili, tra presunta infallibilità e limiti oggettivi della medicina e dei medici, tra domande infinite e risposte possibili, tra speranze ed evidenze, tra accessibilità ed equità, tra chi decide in ogni scelta – comprese quelle più difficili.

Sono dunque cambiati i contesti ma nulla è cambiato rispetto all’obbligo del medico di sviluppare e proteggere l’autonomia e la responsabilità dell’esercizio professionale quale garanzia di una funzione di tutela del cittadino libera ed indipendente e di un accesso equo ed efficace alla moderna medicina e alla moderna sanità.

Per questo, un progetto che voglia seriamente affrontare e gestire questa crisi della nostra professione deve innanzi tutto abbandonare logiche e culture del passato, spesso figlie non di convinzioni meditate ma di convenienze contingenti, di ritardi omissivi, di improponibile conservazione dello status quo e delle posizioni acquisite o da acquisire.

I1 progetto professionale lanciato nel luglio 2008 con le Dichiarazioni di Consenso di Fiuggi, che ha coinvolto larghissime aree di rappresentanze sindacali di categoria e di associazioni medico-scientifiche, rappresenta non solo un grande sforzo di proporre una piattaforma professionale comune e condivisa alle sfide del cambiamento ma anche una prospettiva, concreta ed adeguata, a dare risposte efficaci al disagio dei medici.

Più in generale, in questo progetto ci deve animare il comune disegno di una Professione medica vicina alle Istituzioni sanitarie, a supporto dei loro compiti di tutela della salute pubblica ed ai cittadini, soprattutto dove e quando sono oltraggiati da disinformazione, silenzi, incapacità amministrative, e magari colpiti nei loro diritti alla tutela della salute da una devastazione dei territori, degli ambienti di vita e di lavoro.

Una vicinanza ai cittadini, ai loro bisogni, alle loro inquietudini, è oggi più che mai indispensabile anche per dare risposte forti ed equilibrate ai dubbi ed alle incertezze tecniche, civili, etiche, che il travolgente sviluppo della medicina inevitabilmente propone.

Dobbiamo tutelare i nostri giovani, garantendone l’ottimale formazione di base e specialistica, favorendo il loro ingresso nella professione, proteggendo per tutti i professionisti lo sviluppo delle conoscenze e competenze attraverso fonti autorevoli e libere da conflitti di interesse Dobbiamo contribuire a rendere il nostro sistema sanitario affidabile per i cittadini, a vincere la sfida della sostenibilità economica, assumendoci la responsabilità morale e tecnico-professionale dell’uso appropriato delle risorse.

  

CONFLITTO DI INTERESSE
La Posizione FISM e il contesto generale 

Bisogna prendere atto che non vi è oggi alcuna attività umana che sia scevra da conflitto d’interesse. Negli ultimi tre anni in Italia le principali istituzioni della Medicina hanno elaborato linee guida per la gestione del conflitto di interesse, che prendono spunto dalla Carta Internazionale di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina del 1997 e da riflessioni nate nel mondo anglosassone, e ne costituiscono un adeguamento praticabile. Ma se dieci anni fa si auspicava una riduzione progressiva dei vantaggi commerciali

del medico di fronte ad una sperimentazione, ora Ordini e Società Scientifiche si limitano ad auspicare una maggiore condivisione delle scoperte tra addetti ai lavori: un’etica della democrazia che rispecchi il più possibile l’etica della società civile.

Nata da una serie di incontri tra European Federation of Internal Medicine,

American College of Physicians – American Society of Internal (Acp-Asim), e American Board of Internal Medicine (Abim), la Carta della Professionalità Medica del 2002 dice che il medico non deve più nascondere o minimizzare il suo conflitto di interesse ma deve specificarlo; ma che cosa significa specificare un conflitto di interesse? In particolare:

D: Che cosa bisogna dire del proprio conjlitto?

R. Che esiste e quali ne sono i termini. Va detto anche al paziente. Se si pensa di non dirglielo, è meglio evitare di entrare in ricerche dove l’industria può avere interessi in conflitto con il diritto del paziente a conoscere tutto sugli esiti delle terapie cui è sottoposto.

Nel tempo, il medico dovrà accettare che i propri ingaggi a fini commerciali tendano ad azzerarsi in termini di vantaggi personali a favore del finanziamento di una ricerca indipendente.

 Il Codice Deontologico 2006 suggerisce che, se sceglie tra due opzioni confliggenti, un medico:

– opterà per quella che più salvaguarda la salute dei pazienti;

– a parità di valore etico, salvaguarderà l’opzione che costi meno alla collettività o che, a parità di costo sociale, serva a più persone;

 

La FISM – Federazione delle società Medico-Scientifiche Italiane differenzia tra conflitto nella ricerca e conflitto nella formazione. Il  Documento sull’integrità della ricerca di fine 2007, per tutelare dalla fabbricazione – falsificazione – plagio dei risultati dei trial, invita il medico, tra l’altro:

– a considerare l’impatto delle ricerche sulle persone, gli animali e l’ambiente;
– a dichiarare i propri conflitti di interesse;
– a denunciare i conflitti di interesse dei colleghi;
– a considerare il lavoro di altri scienziati nelle proprie pubblicazioni;
– a pubblicare i risultati delle proprie ricerche anche quando negativi;
– a sottoporre alla comunità scientifica prima che ai media i risultati delle proprie ricerche.

Il precedente Documento sull’ECM (FISM, 2003) ravvisa conflitto se un docente partecipa ad eventi sponsorizzati da un’azienda che lo ha pagato direttamente. Per garantire neutralità ai contenuti, i membri della commissione ECM devono dichiarare di non avere cointeressenze con i provider; i provider devono dichiarare i rapporti intrattenuti con industrie nell’ultimo quinquennio e i relatori devono dire anche da chi sono pagati per l’evento che tengono.

 La Carta toscana sull’informazione biomedica per un codice etico comune a medici e giornalisti (gennaio 2007), a cura di Ordine Medici e Ordine Giornalisti Toscani, impone in via prioritaria di informare correttamente il cittadino, senza illuderlo, non indicando i pro e contro di una terapia finché questa non ha superato una sperimentazione inoppugnabile, e impone anche ai giornalisti di dichiarare le proprie cointeressenze (ad esempio, se lavorano anche per uffici stampa di ospedali o industrie ).

 Mauro Miserendino

Riscaldamento globale: è una questione politica (e di costi)

giugno 16, 2009

Presentati in Assoedilizia da Pippo Ranci (Università Cattolica diMilano) e Giuseppe Orombelli (Università Milano Bicocca) due libri editi da Francesco Brioschi con tesi opposte. Colombo Clerici: “La crisi economica ci suggerisce ancora di fare spese oggi, non solo pubbliche ma soprattutto a carico delle famiglie, per risparmiare qualcosa in futuro?” 

Biesse 

 Sulla diagnosi del mutamento climatico, tutti (o quasi) d’accordo:  l’attività umana vi contribuisce . E’ sulla terapia che le strade divergono: è più conveniente spendere oggi per evitare maggiori costi futuri oppure è meglio dare la precedenza ad altri gravi problemi? Il dibattito apertosi in Gran Bretagna con la pubblicazione del “Rapporto Stern”  nel 2006 continua a tenere banco in proposito. Tanto è vero che l’editore Francesco Brioschi ha deciso di pubblicarne in italiano sia un’ampia sintesi (Nicholas Stern, “Clima: è vera emergenza”), sia una critica radicale, quella firmata da Lord Lawson (Nigel Lawson “Nessuna emergenza clima”). I libri sono stati presentati da Assoedilizia  e Brioschi Editore, con il patrocinio di INSTAT – Istituto Nazionale di Studio e di Tutela dell’Ambiente e del  Territorio. 

Secondo Stern, economista inglese autore del celebre omonimo rapporto, si impone un radicale mutamento dello stile di vita per evitare che la crescita incontrollata dell’attività industriale porti il mondo al riscaldamento globale con esiti catastrofici.

 Ribatte il connazionale Lawson, anche lui lord, già segretario di Stato: l’intervento dell’uomo influisce ben poco sull’innalzamento della temperatura che sarà comunque di misura molto limitata.

 Introdotti dal presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici e dall’editore Francesco Brioschi  i due studiosi di fama internazionale – Giuseppe Orombelli, Università Milano Bicocca e Pippo Ranci, Università Cattolica – hanno analizzato senza preconcetti ideologici le opposte tesi. Queste, in sintesi, le rispettive opinioni.

 OROMBELLI – Il clima è soggetto a continui cambiamenti di diversa ampiezza e scala temporale.  Da oltre un secolo il clima terrestre mostra una tendenza al riscaldamento, interrotta da ripetute oscillazioni della durata di pochi anni – pochi decenni.Nell’ultimo trentennio il riscaldamento climatico si è accentuato e la temperatura media annua globale è aumentata di quasi mezzo grado °C: nove degli ultimi 10 anni (1999-2008), sono stati i più caldi dal 1850. L’aumento della temperatura non è stato uniforme, ma variabile regionalmente, in generale più accentuato nelle aree continentali e minore in quelle oceaniche. Sempre nell’ultimo trentennio cambiamenti si sono prodotti anche nel ciclo idrologico, con un aumento del vapor d’acqua atmosferico e variazioni nella distribuzione spaziale e stagionale delle precipitazioni. La concentrazione di alcuni gas con effetto serra è aumentata: in particolare CO2 e metano, immessi in atmosfera dalle attività umane, hanno raggiunto valori non mai registrati nell’ultimo milione di anni. Anche il particolato atmosferico è aumentato, con effetti climatici contrastanti. In conseguenza del riscaldamento climatico l’estensione del manto nevoso, i ghiacci marini artici ed i ghiacciai montani si vanno contraendo. Vi è generale consenso, tra i ricercatori del settore, che le modificazioni prodotte dall’uomo, sommandosi alle cause naturali, siano in parte responsabili del cambiamento climatico in atto. Poiché le simulazioni mediante modelli, malgrado la loro incertezza, configurano per il futuro un ulteriore riscaldamento globale, se le immissioni umane in atmosfera continueranno e si accresceranno, è urgente riorientare la politica energetica e, più in generale, il modello di vita (dalla casa, alla mobilità, all’uso del territorio) verso forme più responsabili ed attente agli equilibri della natura.

 RANCI – La domanda che ormai (finalmente) molti si pongono è se vi sia veramente un problema di riscaldamento globale. Siamo bombardati da evidenze e ragionamenti contrastanti, turbati da affermazioni apodittiche di segno opposto. L’editore Brioschi ha pubblicato contemporaneamente i due libri facilitando il confronto e il formarsi di opinioni probabilmente sempre diverse, ma ragionevolmente fondate. 
Conferma così una linea editoriale di diffusione di idee complesse con testi chiari e leggibili e di contributo ad  abbattere le barriere ideologiche. Stern e Lawson possono essere letti in parallelo, immaginando un dialogo.Stern afferma: pur se ci sono evidenze contrastanti a livello locale e oscillazioni di breve periodo, la tendenza di medio periodo della temperatura media terrestre è chiaramente al rialzo. Lawson dice che l’evidenza è ancora incerta.
Stern chiarisce il gioco tra flussi e concentrazione: l’aumento della temperatura deriva dalla concentrazione di gas serra nell’atmosfera; la concentrazione cresce se c’è un saldo positivo tra il flusso di emissioni e il flusso degli assorbimenti; l’attività umana ha alterato il saldo rendendolo fortemente e crescentemente positivo; quando la concentrazione sarà così elevata da provocare effetti devastanti sarà troppo tardi per reagire modificando i flussi fino a stabilizzare o far decrescere il livello di concentrazione. 
Quindi è urgente muoversi ora.
Si tratta di una questione politica di questa natura: Lawson dice che la prevenzione costa troppo, costa meno aspettare il danno e provvedere ai necessari adattamenti.
Stern mostra che costa meno cominciare ad agire subito.
C’è anche un aspetto etico: i danni colpiranno prevalentemente e duramente popolazioni povere, che non avranno contribuito a determinarli.
La tempistica è decisiva. Ad esempio, si possono ridurre le emissioni migliorando la qualità degli edifici e per contro accrescere gli assorbimenti arrestando la deforestazione: operazioni che richiedono anni, durante i quali il flusso netto potrebbe solo ridursi gradualmente ma la concentrazione certo continuerebbe a salire.
Non c’è tempo da perdere né per le operazioni di prevenzione auspicate da Stern, né per predisporre quelle previste da Lawson perché non c’è ormai dubbio che la prevenzione sarà tardiva e parziale e un adattamento sarà comunque necessario. 

Colombo Clerici , intervenendo nel dibattito, si chiede se, trattandosi come è stato detto di questione politica, valga la pena di compiere oggi a costo 50 interventi preventivi ad evitare di doverli compiere in futuro a costo 100.
Una logica tipica, questa, della società del welfare (cioè del benessere) nella quale ci si preoccupa della previdenza, in vista di un problema futuro.
Una logica che orienta decisamente la politica dell’U.E. in materia.
 Concludendo: “Il dibattito mi sembra datato. Non so se potremo continuare a ragionare oggi in questa ottica dopo lo scoppio della crisi economica; o se piuttosto non valga la pena di concentrare le maggiori risorse, anche economiche, nell’impegno anticiclico. Perché l’attuale mi sembra sia fondamentalmente una crisi strutturale (in quanto generata dal fatto che è impensabile una crescita indefinita della produttività e dei consumi), non una semplice congiuntura negativa dell’economia causata dallo scoppio della crisi finanziaria; una crisi dunque che già era presente,come  situazione di squilibrio latente e della quale la congiuntura finanziaria è stata la causa scatenante”.

www.assoedilizia.com

Commenti a “Manifesto Immagine Italia” pervenuti ad Assoedilizia

giugno 16, 2009

Grazie!  L’Italia ha bisogno di un rilancio turistico – la “hardware è unica, ma nella “software” c’è molto da fare!!!
Cordiali saluti
W.F.

Mi sembra un’iniziativa meravigliosa e seria che può contribuire a dare un futuro migliore al nostro ” Bel Paese”. Cosa possiamo fare o  promuovere perché questo progetto venga diffuso e sostenuto il più possibile?
Complimenti
M. G.
RISPOSTA
Poiché si tratta di una mera operazione mediatica l’invito è quello di diffondere questo manifesto inviandolo con posta elettronica ad amici e conoscenti e di invitarli a fare lo stesso.
Inserire il manifesto nel maggior numero di siti internet.
Nel blog Instat potranno raccogliersi commenti ed idee.

Bellissime idee, ne dobbiamo parlare…
G.G.C

Ho letto con interesse la descrizione della tua iniziativa.
A mio parere la prima cosa da ottenere sarebbe che l’ intervento e la competenza delle singole regioni sia legalmente limitata al turismo interno sia pure quello nazionale e non solo regionale.
Ma l’ immagine all’ estero deve essere una sola quella dell’ Italia proprio perchè è la sua caratteristica, ma nazionale e non regionale, dell’ essere il più ricco paese contenente beni storici artistici e culturali.
Anche per questa ragione più che individuare l’ attualità delle singole città come sembra volersi fare, io punterei sugli itinerari (e questo eviterebbe anche le gelosie comunali che dell’ Italia sono un’ altra caratteristica).
Ho dato il mio misero contributo di idee e vi auguro il pieno successo.
Cordiali saluti
F.C.