Incontri: Giovanni Muzio – Articolo dell’Ing. Vittore Ceretti

Giovanni Muzio

 Nasce a Milano nel 1893. Studia a Bergamo, Pavia e Milano dove si laurea nel 1915 in architettura civile. Soggiorna in Veneto: Vicenza, Bassano, Verona e nel Friuli. Alla fine del conflitto, come membro militare della Conferenza per la pace, viene inviato a Parigi alternando il lavoro nella capitale con brevi viaggi in Europa.
Nel 1920 con gli architetti
De Finetti, Lancia e Ponti apre lo studio in via Sant’Orsola: è tra i principali animatori delle iniziative contro il restauro in stile dei monumenti e della battaglia in favore della nuova architettura propugnando un richiamo all’ordine nel nome della tradizione classica e del rifiuto dell’internazionalismo.
Nel 1924 fonda con Alberto Alpago Novello e De Finetti il Club degli Architetti Urbanisti.
Partecipa attivamente alla vita culturale milanese e nazionale collaborando a “Il Primato” e “La Casa”, scrivendo regolarmente sulla rivista socialista “Popolo e Arte” e su “Emporium”.
Nel 1926 con gli urbanisti Alpago Novello, De Finetti, Buzzi, Cabiati, Ferrazza, Gadola, Lancia, Marelli, Minali, Palumbo, Ponti, Reggiori concorre per il piano urbanistico di Milano ottenendo il secondo premio.
Nel 1930 consegue la libera docenza in edilizia cittadina e dal 1936 e fino al 1953, è incaricato di urbanistica alla nuova facoltà di architettura del Politecnico di Milano, contemporaneamente detiene la cattedra di composizione architettonica alla facoltà di architettura del Politecnico di Torino (1936-1951). Dal 1951 al 1963 è ordinario di architettura (edilizia) alla facoltà di Ingegneria di Milano.

Accademico d’Italia nel 1939 fino al 1945; medaglia d’oro dei benemeriti dell’Arte nel 1942; Accademico di San Luca dal 1954, di cui sarà presidente nel 1965-66 e nel 1971-72; medaglia d’oro di benemerenza del Comune di Milano nel 1955; Presidente della terza sezione del Consiglio Superiore della Belle Arti nel 1955-57; Membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel 1957-58; medaglia d’oro dei benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte nel 1960; medaglia d’oro al merito civico del Comune di Bergamo nel 1962.
In Val d’Aosta incaricato dalla Società Idroelettrica Piemontese, opera con continuità dagli anni ’20 progettando le centrali di Covalou (1926), Maen (1928), Promeron (ora dimessa) e Isollaz (1929) e più tardi alla fine degli anni ’50 Valpelline, e in provincia di Sondrio, Lanzada.
Tra le sue principali opere, oltre al Palazzo del Governo di Sondrio, si ricordano a Milano: l’edificio in Via Moscova a Milano detta Cà Brüta (1919); in collaborazione con altri noti architetti e scultori, il monumento ai Caduti della prima guerra mondiale in Largo Gemelli (1928); la sistemazione dell’ex convento di Sant’Ambrogio nell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Largo Gemelli (1927); il Tennis Club in via Arimondi (1931) il Palazzo dell’Arte al Parco Sempione (1931); la Chiesa di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa in Via Neera (1932); il Palazzo della Cassa Di Risparmio delle Province Lombarde in Via Verdi (1937); il Palazzo dell’Amministrazione Provinciale in Via Vivaio (1938); Palazzo del “Popolo d’Italia” in Piazza Cavour (1938); il Convento di S. Angelo e Angelicum in Piazza S. Angelo (1939-1958); la Torre in Via Turati a Milano (1966-1969) e la Basilica dell’Annunciazione a Nazareth, Israele (1959); Muzio muore a Milano nel 1982. 

 

Prima di conoscere personalmente Giovanni Muzio già avevo visto e ammirato le sue realizzazioni più note a Milano. L’amicizia con i suoi nipoti Pici Cita e Franco Sironi mi diede l’occasione di incontrarlo l’anno in cui assumeva la direzione dell’Istituto di Edilizia al Politecnico.
A lui avevano parlato del mio desiderio di entrare al suo Istituto e della mia idoneità (i due esami di composizione architettonica del quarto e quinto anno erano stati superati con due trenta e lode), sia il professor Paolo Chiolini, sia l’assistente ingegner Mario Falcetti che mi avevano seguito nel corso dei due ultimi anni del Poli. Fu quindi facile per me entrare, due mesi dopo la laurea, nell’Istituto di Edilizia che per merito suo ebbe un nuovo vigoroso sviluppo.
Tra gli assistenti presenti all’Istituto in quegli anni, ricordo Leonardo Fiore, Carlo Rusconi Clerici, Marcello Grisotti, Giulio Minoletti, Mauro Falcetti e Paolo Valenti.
Tra i laureati di quegli anni, che poi hanno operato nello scenario milanese o come ingegneri o impresari, ricordo gli amici Pedercini, Brenta, Pizzi, Fidanza, Fioruzzi, Giuliani, Bosisio, Candiani, Agnoletto, Pessina, Frisia, Terragni, Legnani, Piccaluga, Losio e De Bernardinis.
Purtroppo per ragioni di sovraccarico di lavoro professionale dopo dieci anni lasciai l’incarico all’Istituto e gli incontri con Muzio, per quanto casuali, furono sempre calorosi e riflettevano reciproca simpatia e considerazione.
I suoi 57 anni e soprattutto quanto aveva già realizzato nella sua vita professionale, mi incutevano un grande rispetto.
Pochi architetti hanno saputo coinvolgere giovani artisti della loro epoca così come invece fece Muzio affidando incarichi a Sironi, Manzù, Wildt, Castiglioni e Usellini.
Il ricordo dei viaggi da lui promossi per i laureandi del suo Istituto e per gli assistenti a partire dal 1951 è ancora vivissimo.
Muzio: il basco blu, il toscano sovente in bocca e una erre particolarissima e inconfondibile.
La conversazione nel corso delle visite, ma soprattutto le considerazioni e l’aneddottica che vivacizzavano le cene serali, mi sono rimaste impresse a conferma della preparazione, sensibilità, vivacità dell’uomo: i suoi racconti di viaggi in idrovolante con Amundsen in Svezia e Norvegia durante i suoi primi anni d’esperienza professionale e poi dei rapporti con Emil Nolde, Paul Bonatz e con Auguste Perret.
Dove ebbi conferma, con emozione, del rapporto amichevole che Muzio aveva con grandi personaggi della sua epoca fu quando, in uno dei viaggi dei laureandi a Parigi nel 1952, andammo alla Nunziatura Apostolica dove ci ricevette il Cardinal Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII. Ovviamente fu un duetto divertentissimo con battute in “bergamasco” terra di origine di entrambi.
Due sere a Parigi una al ristorante “Lapérouse” e l’altra “Au Pied de Cochon” quando ancora esistevano Les Halles.
A Monaco di Baviera volle andare alla “Hofbräuhaus”, la storica birreria dove ebbe inizio il nazismo, e raccontò divertito di come aveva visto prima della guerra buttare gli ubriachi sulla paglia sotto una tettoia in cortile per creare nuovi posti a sedere.
Il fatto che tutte le città che noi visitavamo fossero da lui già conosciute profondamente da Parigi, a Monaco di Baviera, Dusseldorf, Amburgo, Lubecca, Basilea, ci dava sempre la possibilità di avere in lui una guida sicura.
Il suo apprezzamento per i grandi architetti delle città anseatiche e per Berlage mi confermarono l’origine dell’ispirazione e del corretto impiego dei componenti di tante sue importanti opere. Analogamente la considerazione che aveva di August Perret mi diede conferma dell’origine del rigore del suo costruttivismo.
Nel corso degli incontri con i tecnici preposti alla ricostruzione delle città tedesche sovente manifestava la sua insofferenza nei riguardi delle presentazioni troppo prolisse di nuovi piani regolatori o di nuovi progetti e senza ascoltare il relatore si muoveva nella sala per esaminare personalmente i pannelli, i grafici e i modelli che più lo interessavano.
La sua capacità di sintesi in quelle occasione di incontri come nelle visite ai musei rivelavano la sua sensibilità e il suo carattere che lo portavano per alcuni momenti nei nostri viaggi ad essere un “autonomo” il che rendeva poi gradita la ripresa della conversazione che si arricchiva ovviamente delle riflessioni maturate durante la sua diserzione temporanea dal gruppo.
Ho avuto la fortuna alcuni anni orsono dopo la sua scomparsa di dover intervenire professionalmente per un difficile restauro sulle facciate della torre di via Turati dove ho potuto constatare tutta una serie di elementi compositivi e di dettagli progettuali che mi hanno dato la conferma della sua grande esperienza e della sua costante ricerca per rinnovarsi con l’impiego di nuovi materiali ma soprattutto di nuove tecnologie.
Lo rividi alla televisione quando “l’intellighentia” dei critici negli Anni ’80 dopo anni di disinteresse interessato o superficiale riprese a considerare la validità della sua “lezione” di grande protagonista dell’architettura italiana.
Come tutti i grandi architetti della sua epoca acquarellava con risultati di grande efficacia: ricordo in particolare di aver visto in casa Cita un delizioso schizzo di una villa del Palladio.
Scoprii che Muzio era rimasto orfano di padre giovanissimo quando, alla morte di mio padre ottantenne, mi scrisse un’affettuosa lettera nella quale mi diceva d’aver invidiato tutta la vita coloro che avevano goduto a lungo la presenza dei genitori.

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