Archivio per maggio 2010

Sanguineti Edoardo, in memoria. Omaggio al poeta. Achille Colombo Clerici ricorda

maggio 19, 2010

“Quando ci penso, che il tempo è passato…
 … la mia compagna, ti prendo per mano.”

La “Ballata delle donne” di Edoardo Sanguineti che quel venerdì 8 novembre 2002, nel corso del Convegno sulla poesia e sulla letteratura, promosso dalla Fondazione Carige e tenutosi nel salone della Borsa di Genova, aveva suscitato in Giorgio Albertazzi l’ esclamazione “…cosa sei riuscito a scrivere…”.

Erano presenti quattro dei più grandi poeti viventi, Mario Luzi, Fernanda Pivano, Adonis e Sanguineti appunto.

Ed Albertazzi aveva condotto magistralmente per mano lo sparuto uditorio, in un percorso poetico culminato nella declamazione di quella ballata.

Sanguineti si schermiva, trincerandosi dietro un reticolo di ragionamenti e di riflessioni sull’arte poetica: era tutt’altro che tronfio, ma schivo come al solito, e con quell’aria sofferta e pensosa dava a vedere di considerare il suo come un lavoro doveroso, un servizio reso alla grande arte letteraria, di cui egli stesso però era uno dei più eccelsi interpreti.

Un poeta al servizio, oltre che della poesia, dei poeti.

Erano l’umiltà e la coscienza dello studioso, dell’intellettuale a renderlo tale: ma anche l’autoironia e la sua profonda dedizione alla letteratura.

L’omaggio a Sanguineti oggi significa anche omaggio a Genova ed alle sue terre che forse rimangono l’ultima culla della poesia.

Grazie per la mail.
Ricordo benissimo quell’incontro, avendolo all’epoca organizzato, su incarico della Fondazione CArige, cui va dato il merito di aver portato a Genova personaggi indimenticabili, anche per noi, in qualità di operatori.
Con i migliori saluti,

Elisa Scarcella
Ufficio Stampa
Comune di Savona

Speciale convenienza e risparmio – pubblicato su La Provincia di Cremona il 18.5.2010

maggio 18, 2010

La Provincia di Cremona

Intervento del Senatore Valditara al convegno: La Milano che vogliamo – 14 maggio 2010

maggio 18, 2010

Io amo Milano, la amo da milanese, da lombardo, da italiano.
Il mio amore da milanese è  sentimentale, da italiano è razionale.
I periodi più luminosi della storia italiana dall’unità ad oggi sono stati quelli in cui l’Italia ha avuto due capitali e quella morale e civile è stata Milano: il motore economico, finanziario, culturale dell’unità, dello sviluppo, della ricostruzione del nostro Paese.
Da almeno 20 anni a questa parte si ha l’impressione che in Italia non esista più una seconda capitale e l’indubbio spostamento di risorse, sempre più verso Roma, iniziato proprio con gli anni ’90 ne è una conseguenza, non la causa.
E’ anzi paradossale che questa penalizzazione finanziaria e questa incapacità di essere ancora l’altra capitale del Paese coincida proprio con l’affermazione della Lega, un movimento che al di là di slogan certamente ad effetto non ha mai saputo porre, anche per una certa refrattarietà all’analisi culturale, la centralità di Milano nel contesto nazionale.
Credo che il problema di Milano sia innanzitutto quello di ritrovare la sua anima, la sua identità, per poter costruire su di essa il suo futuro.

C’è un passo del Vangelo in cui Cristo dice: “la mia testimonianza è vera perché so da dove vengo e so dove vado”.
La crisi di identità  di questa città passa attraverso più fattori: la grande immigrazione degli anni ’60 e ’70; la deindustrializzazione e la crisi del commercio: pensate che negli ultimi 20 anni si sono persi 200.000 posti di lavoro e 450.000 abitanti, hanno chiuso quasi 30.000 negozi. E’ scomparsa quella grande borghesia che aveva dato espressione plastica ai valori di laboriosità e onestà tipici di questa città. In compenso vi è stata l’esplosione del terziario avanzato e quindi l’esplosione dei servizi, il che significa una città sempre più senza confini fisici, sempre più globale.
La città ha cambiato fisionomia e per troppi anni si è proceduto a costruire interi quartieri senza identità, anonimi, palazzacci senz’anima e con qualche speculazione di troppo.
E infine Tangentopoli che ha inciso pesantemente sulla fiducia di questa città in se stessa, oltreché sulle sue finanze. La costruzione della linea 3 della MM, della stessa lunghezza di un analogo tratto della metropolitana di Zurigo, ha richiesto 3 volte il tempo, e 3 volte i costi.
Non vorrei che si dimenticasse tutto questo quando si danno giudizi troppo sbrigativamente assolutori su quel fenomeno corruttivo che ha dilapidato le risorse pubbliche, che ha anteposto l’interesse di singoli a quelli della comunità. Un periodo in cui la politica ha esteso il suo controllo soffocante su tutta la società.  Quel periodo non deve tornare.
Ma quale è l’anima di Milano, quali sono i suoi valori più autentici, quelli che nel corso dei secoli l’hanno caratterizzata?
Ne ho individuato alcuni e penso che da questi dobbiamo ripartire.
Innanzitutto la sua straordinaria capacità di far sentire chiunque un milanese, cioè la capacità di integrare.
Il suo patrono è uno straniero, nato a Treviri, acclamato vescovo per le sue doti morali, e un altro grande santo, Agostino, abbandona Roma e viene a Milano, come tanti altri suoi compatrioti, “nell’appassionata ricerca della verità e della sapienza”, come scriverà poi nelle Confessioni.
Del resto la capacità  di milanesizzare è una caratteristica che questa città ha saputo mantenere nel corso dei secoli: Stendhal, volle scritto sulla sua tomba: “un milanese” e persino quello che la storiografia ha rappresentato come il nemico storico di Milano, il conte Johann Wenzel Radetzky von Radek, si stabilisce a Milano da pensionato per venire qui a morire.
L’altra caratteristica è la sua straordinaria apertura. Fra 3 anni ricorre una data simbolo della più autentica identità di questa città, i 1700 anni dall’editto di Milano, uno dei fatti più importanti per la storia della civiltà occidentale: “chiunque è libero di praticare la propria fede e nessuno può essere discriminato per il proprio credo religioso”. La battaglia dei martiri cristiani per l’affermazione della libertà religiosa trova in questa città la sua affermazione.
Milano ovvero la sua straordinaria capacità di evolvere che è poi alla base della sua capacità  di innovare.
Da piccolo villaggio celtico, sconfitto da Roma alla fine del III secolo a.C., diventa capitale dell’impero romano proprio a scapito di Roma, e poi, dismesse le vesti di maestosa capitale della burocrazia imperiale, nel medioevo la ritroviamo, insieme con le altre città lombarde, all’avanguardia in Europa nella finanza e nel commercio, tanto che non vi è città europea che non abbia una Lombard street.
L’innovazione presuppone una grande attenzione all’istruzione. Plinio nel II secolo d.C. ci racconta che all’epoca Milano era nota perché le famiglie milanesi facevano a gara per scegliere per i propri figli i migliori maestri, e nel medioevo la città era fra le poche in Europa ad avere una rete di scuole comunali pagate dal comune e gratuite per tutti. Cattaneo già nei primi decenni del 1800 intuisce la straordinaria importanza dell’istruzione tecnico-professionale per lo sviluppo di Milano e della Lombardia. E ancora agli inizi del 1900, mentre a Palermo i maggiorenti della città chiedono la chiusura delle scuole elementari fonte di corruzione dei giovani, a Milano il comune discute su come trovare i soldi per pagare di più gli insegnanti per valorizzarne il ruolo.
Milano è anche la città  della ragione, mai del fanatismo o dell’oscurantismo: Verri e Beccaria ne sono il simbolo.
L’apertura al futuro. Basti pensare alla Milano degli Sforza e a Leonardo che proprio qui trova il clima ideale per mettere le basi della ricerca scientifica moderna. Le riforme di Maria Teresa. All’inizio del 1800 Milano aveva 500 ingegneri, tanti quanti Parigi, il doppio di Torino. La rivista il Politecnico, la prima centrale elettrica italiana, il ruolo della chimica, dei suoi ospedali dove si fa ricerca di avanguardia. Non è un caso se il futurismo nasce proprio a Milano.
La solidarietà: la trama odierna degli ospedali lombardi si costituisce nel medioevo. Milano è stata la prima città a sviluppare già 1000 anni fa una rete di istituzioni caritatevoli per orfani, vedove, vecchi. All’inizio dell’1800 c’erano a Milano tanti ospedali quanti a Londra, pur con un decimo della popolazione.
E fu un medico francese, innamorato di Milano, Federico Ozanam a fondare qui la San Vincenzo.
E’ del resto la città che in Italia ha la più alta percentuale di donazioni di sangue e di organi.
Infine tre caratteristiche che ne hanno fatto a buon diritto dall’unità e fino a 20 anni fa la capitale morale dell’Italia.
La legalità: sottolineava la professoressa Galbiati, in un bel seminario che abbiamo organizzato in preparazione di questo convegno, come nel film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti l’unico dei numerosi fratelli immigrati a Milano che ce la fa sia colui che segue le regole, che si integra nel rispetto di quella identità milanese e lombarda fatta ancora una volta di lavoro e di onestà. E non è un caso se il presidente di Assoedilizia, Colombo Clerici, in un altro seminario organizzato sull’identità milanese, ci abbia ricordato che mentre Roma ha 8500 ha di lottizzazioni abusive, pari a 2/3 del territorio di Milano, nella nostra città il fenomeno è marginale.
Milano è stata del resto la città dei patari (Arialdo e Anselmo da Baggio) e del giansenismo, che in epoche diverse chiedevano un rinnovamento morale della società e delle istituzioni del tempo, innanzitutto la chiesa.
Una città borghese, si è detto, che ha fatto per molto tempo della misura, della discrezione, del garbo la sua identità, anche nella sua architettura: basti guardare ai suoi splendidi giardini interni, non ostentati, mai esibiti.
Una città in cui i nostri vecchi dicevano che bastava una stretta di mano, la parola data, per chiudere un accordo, forse una città un po’ingenua, come la dipinge certa cinematografia romana degli anni ’70, ma certamente con il culto della buona fede.
Da qui, da questi valori, che in parte sono ancora ben vivi nella nostra società, in parte sono tizzoni che ardono sotto la cenere, dobbiamo ripartire.
Quali sono i nodi strutturali?
Occorre innanzitutto ricostruire il tessuto sociale. Come altre grandi città occidentali, Milano presenta una società in cui si avvertono segni di disgregazione, una società sempre più frammentata. Il premier inglese Cameron, tanto caro a Gianfranco Fini, parla di broken society.
Qui vi è il più  alto numero di single, un numero sempre più elevato di anziani soli, e spesso abbandonati a se stessi, pochi bambini, che richiedono attenzioni che non sempre hanno. Dobbiamo saper ricostruire una trama comune, che ridia quello spirito di serena unità e fiduciosa collaborazione che era così ben espressa per esempio dalle corti lombarde e dalle case di ringhiera.
E’ centrale il ruolo della famiglia come grande ammortizzatore sociale, e come collante fra generazioni. Le politiche per la famiglia devono assumere dunque un ruolo sempre più centrale per la amministrazione cittadina.
La sfida economica. Alcuni passaggi chiave: 1) la ricerca e l’innovazione, e qui dobbiamo avere il coraggio di resistere alle tentazioni della crisi, a iniziare dalle politiche del governo nazionale: si risparmi sui costi anomali delle spese per acquisti nella sanità (cresciute del 50% in 5 anni), si razionalizzino gli enti locali, province e comuni, si fissi un limite alle consulenze, etc., ma non si tagli sulla ricerca; 2) il credito e l’accesso al credito e un sistema di fideiussioni pubbliche per chi se le merita; 3) le infrastrutture, e a questo proposito vorrei sapere quando verranno liberalizzati gli slot di Malpensa; prioritarie sono le grandi direttrici con il Nord Europa e con Genova; 4) si incoraggi e si favorisca la imprenditoria locale sul modello dello small business act, che grazie alla mia mediazione venne adottato lo scorso autunno dal comune di Milano in accordo con tutte le associazioni artigiane. Ora però deve essere concretamente applicato.
La qualità della vita.
Ci vuole una rivoluzione ambientale. Dobbiamo prendere in mano la battaglia per un ambiente vivibile, sappiamo tutti che la salute dei nostri figli è a rischio. La sfida per la qualità dell’aria e dell’acqua è la sfida del futuro.
Il decoro: più pulizia nelle strade; meno graffiti: ora, grazie anche ad un mio emendamento al decreto sicurezza accolto dal Parlamento, gli strumenti ci sono, i graffitari possono finalmente finire in galera.
Sicurezza.
Intanto la legalità. La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto: Gianfranco Fini ha detto “chi sbaglia paga”. I corrotti, a qualunque partito appartengono, devono essere cacciati dalla politica.
E lotta senza quartiere a mafia e ‘ndrangheta: il Governo sta facendo bene la sua parte. Attenzione proprio qui in Lombardia e soprattutto in alcuni comuni della provincia di Milano a non scendere mai a patti con ambienti vicini alle associazioni criminali, magari per avere in cambio qualche centinaio di voti. La mafia è un cancro che va estirpato dalle nostre terre senza esitazione. E poi più controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. E al governo chiediamo: certezza della pena! Ricordo una dichiarazione di un giovane clandestino arrestato, ripresa tempo fa da alcuni giornali: “in Italia” disse “vengono più delinquenti che altrove perché in tutto il Mediterraneo è noto che da voi si può rubare senza problemi, tanto in galera non si va mai o al massimo si resta per poco”.
I servizi.
Milano è certamente più  avanti rispetto ad altre città italiane, ma il modello devono essere le capitali europee:
1) un sistema organico e integrato di trasporti come a Monaco;
2) una rapidità di risposte della pa alle imprese e ai cittadini, eliminando la carta, i documenti cartacei, e completando la informatizzazione delle procedure, in specie nei rapporti tra pa e imprese.
Infine le riforme. Non capisco perché sia stata abbandonata la proposta fatta da Formigoni nella scorsa legislatura di attribuire alla Lombardia alcune quote di autonomia particolare. Non capisco perché, per esempio, la istruzione professionale sia stata ristatalizzata, quando abbiamo già in Lombardia una eccellente formazione professionale. E’ giusto che ci siano modelli differenziati di federalismo.
Prima di concludere, una battuta sul federalismo fiscale. Dirò subito che sono a favore, non foss’altro per riequilibrare almeno in parte un residuo fiscale che penalizza oltre ogni misura la Lombardia, ma non capisco perché aspettare 5 anni per mettere in piedi un meccanismo particolarmente costoso, almeno nella sua fase iniziale, e non si impongano subito tagli a quelle regioni poco virtuose: perché dobbiamo aspettare 5 anni per far sì che in Calabria una sacca di sangue non costi più 4 volte che in Lombardia o una scatola di cerotti 100 volte più della media nazionale?
Quale futuro dunque per Milano? Quale ruolo? Una cosa deve essere chiara: noi non siamo l’ultima propaggine di un’Italia mediterranea. Noi siamo e vogliamo essere innanzitutto una grande città europea, uno dei motori dello sviluppo europeo per portare l’Italia intera in Europa. Ed è per questo che dobbiamo tornare ad essere l’altra capitale, è per questo che dobbiamo attrezzarci, per vincere la sfida con Francoforte, Monaco Barcellona, Lione, Amsterdam.
Quel ruolo di avanguardia che la nostra città ha saputo svolgere per oltre un secolo dall’unità d’Italia, vogliamo torni ad essere la cifra della nostra identità, come le querce della nostra terra: robuste radici ben piantate nel suolo e alti rami protesi nel cielo.

Giuseppe Valditara

 Da: http://www.associazioneriformeliberta.it

Polizia di Stato – 158 Anniversario Fondazione – 15 maggio 2010 – Milano Palazzo Triennale

maggio 17, 2010

Il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici, su invito del Questore di Milano Vincenzo Indolfi, ha  presenziato alla Cerimonia celebrativa del 158° Anniversario della Fondazione della Polizia di Stato, che si è  svolta sabato 15 maggio 2010 presso il Teatro dell’Arte in Milano, Palazzo della Triennale.

“C’è più sicurezza insieme” il motto che ha ispirato la manifestazione di quest’anno, apertasi con una esibizione della Fanfara dei Bersaglieri della sezione di Vergiate.

Il Questore di Milano, nel suo discorso introduttivo, ha rassegnato i dati sull’andamento dell’attività di polizia dell’anno trascorso e tracciato le linee di prospettiva.

Due le  tendenze sensibilmente registrate: il calo di reati,in generale ed in particolare delle rapine, e l’aumento degli arresti effettuati.

È seguita la cerimonia di consegna delle benemerenze assegnate quest’anno ad agenti e graduati.

Presenti, fra gli altri: il Ministro Ignazio La Russa, il Prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, i generali Carlo Gualdi, Mario Scursatone dei Carabinieri, Nello Barale dell’Aeronautica, Attilio Jodice della Guardia di Finanza, Davide Boni della Regione Lombardia, il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, il Vice Sindaco di Milano Riccardo De Corato, i Giudici Manlio Minale, Livia Pomodoro, Edmondo Bruti Liberati, ed inoltre Romano Larussa, Maurizio Cadeo, Manfredi Palmeri,  Luigi Roth, Rosario Alessandrello, Filippo Penati, Enrico Marcora.

www.assoedilizia.com

Bersaglieri – Milano, 58° Raduno Nazionale – Fanfare in tutta la città – Concerto di Fanfare al Teatro Dal Verme

maggio 17, 2010

Si sono svolte le manifestazioni celebrative del 58° Raduno Nazionale dei Bersaglieri in onore del Terzo Bersaglieri. Oltre 100.000 “piume al vento” appartenenti a 650 sezioni della Associazione Nazionale presieduta dal gen. Benito Pochesci, che sono state presenti dal 14 al 16 maggio nel capoluogo lombardo.

Il bersagliere Daniele Carozzi appassionato ispiratore della manifestazione.

In una città pavesata di vessilli tricolori, la grande kermesse delle 72 fanfare piumate convenute per la “tre giorni” di festeggiamenti: nelle piazze, sugli autobus scoperti lungo le vie cittadine, in piazza S. Babila, piazza Fontana e sul sagrato del Duomo, lungo il Naviglio Grande da Abbiategrasso alla Darsena e poi alla Conca Fallata.

Venerdì sera, 14 maggio ha avuto luogo il Concerto di Fanfare al Teatro Dal Verme: dopo gli inni di Mameli e del Corpo, il Flic e Floc, una selezione di brani tradizionali militari e non, adatti alla esecuzione di bande musicali (composte da ottoni ed altri strumenti a fiato e da percussioni )  e di fanfare militari (composte  solo da ottoni).

Si sono succedute sul palcoscenico quattro  Fanfare, con questo programma:

Fanfara A.Caretto di Melzo: Lo sbarco dei bersaglieri in Sardegna; Va pensiero dal Nabucco; Trumpet tune di Henri Purcell; la Vergine degli Angeli dalla Forza del Destino.

Fanfara provinciale di Cremona: Marcia tren, del m.llo Graziosi; De guello – Battaglia di Alamo ; Guglielmo Tell, Ouverture; “Mancò la fortuna, non il valore” iscrizione a memoria della  Battaglia di El Alamein – “l’Inno al Settimo”; Divisione Celle, Campagna di Russia del Terzo Bersaglieri 1941; Preghiera del Bersagliere col. Nino Tramonti.

Fanfara di Magenta: Cuor di bersagliere; Canto “Bersagliere romano”, per Enrico Toti ; per Porta Pia, “Alla fronte il cappello piumato”; Quindici mesi, di Leandro Bertuzzo; Inno del 1914 composto per l’Ottavo ciclisti “All’Armi”; Virtuosismi tratti dal Flic e Floc prima esecuzione 1927 a Bolzano “La variante”;

Fanfara Luciano Manara di Milano diretta dal bers. Stefano Spina: All’eroe delle Cinque Giornate, Luciano Manara; O Mia Bella Madunina, Giovanni d’Anzi; Il Capo Fanfara; I Bersaglieri ciclisti; Saluto al Terzo Reggimento, il più decorato dell’esercito italiano; Vent’Anni Allegramente. 

Labari delle sezioni Luciano Manara di Milano e Fortunato Magna di Magenta.

Presenti tra gli altri il Comandante dell’Esercito in Lombardia generale Camillo De Milato, il gen. Mauro Del Vecchio, il generale Bisognero, Bruno Dapei pres. Consiglio Provinciale, il vice presidente del Consiglio comunale di Milano Stefano De Martino, Carlo Fidanza, il presidente di Assoedilizia Colombo Clerici.

www.assoedilizia.com

Intervista da parte del Direttore de “Il Borghese”; numero di maggio 2010

maggio 17, 2010

Società in evoluzione

MILANO,  dove vai?
R. T

Abbiamo chiesto all`avvocato Achille Colombo Clerici, presidente, da quasi vent`anni, di Assoedilizia della Lombardia, qualche breve considerazione su Milano e sulle prospettive economiche e sociali del capoluogo lombardo, città che ama e che vive con intensità e attenzione.
“Dove sta andando Milano? La prima risposta che mi viene parte da una considerazione che riguarda un conflitto interno alla società milanese e in grado di influenzarne i destini futuri.”
“Facciamo una premessa: lo Stato, lo Stato italiano,  sta sempre più diventando uno `Stato Fisco`, che  procede lungo la strada di una progressiva estensione del sistema welfare, sistema che ha segnato il trasferimento di risorse finanziarie dal privato al pubblico.
Questo processo ha significato, alla fine, anche un inasprimento della pressione fiscale perché lo Stato, nel tempo, ha preteso di esercitare una serie di funzioni che prima erano prerogative dei privati: dall`assistenza alla beneficenza fino alla stessa carità, per fare qualche esempio.
Si sono dunque ridotti gli spazi di libertà e di autonomia: lo Stato è giunto al punto di finanziare addirittura il volontariato, e questo comporta, in definitiva, l`estensione del suo controllo anche su questa funzione sociale. Meno spazi ai privati, dunque, che in tal modo non hanno più la motivazione e la spinta per certe iniziative, visto che lo Stato ha trasmesso a chiare lettere il messaggio: ‘A tutto questo penso io, tu preoccupati di pagare le tasse!’
Non si tratta, qui, di recriminare su un certo tipo di evoluzione sociale, peraltro, abbastanza diffusa: quella che ho fatto è solo l`analisi logica di una situazione che si è creata all`interno della società ed è evidente come, in questo modo, siano stati tolti degli spazi ai privati; da qui parte, volendo soffermarci sulla nostra città, cioè Milano, una riflessione. Milano non è caratterizzata, dal punto di vista della struttura sociale, dall`egemonia della burocrazia come classe dirigente, cosa che invece accade, per esempio, a Roma. dove la burocrazia costituisce senza dubbio la classe egemone. Del resto, a Milano, il rapporto fra economia pubblica e economia privata è caratterizzato, approssimativamente, da un 20% di economia pubblica e dall`80% di economia privata, mentre in altre realtà del Paese il rapporto cambia significativamente.
Milano, è inoltre la chiave di lettura della prospettiva socio-economica dell`intero Paese, cioè l`area più avanzata del sistema Italia con uno spaccato sociale ed economico che ci indica la direzione in cui sta andando la nostra società. Bene, in questa nostra città esiste un dualismo che mette di fronte, da un lato, parti sociali che sono in antagonismo rispetto al potere burocratico, e dall`altro parti sociali che sono invece organiche e funzionali al potere burocratico, cioè a quel potere che sta dentro le istituzioni, che sta dentro gli apparati, che si estende, insomma, a tutti coloro che difendono il sistema burocratico, come accade, del resto, persino ai grandi manager, pubblici o privati; non sono invece organici al sistema burocratico coloro che vivono di risparmi, come la categoria che la nostra associazione rappresenta, così come non lo sono le piccole e medie aziende, soprattutto quelle a conduzione familiare.
Ecco, dunque, un tema su cui soffermarci: questo dualismo, sempre più marcato nella nostra società, deve costituire un momento di seria riflessione e attenzione da parte di chi governa Milano, perché una ulteriore e incontrollata divaricazione di questa forbice potrebbe comportare gravi disagi e contrapposizioni all`interno del nostro tessuto sociale. E` un aspetto che va approfondito per il bene della nostra città, e se vogliamo capire dove stiamo andando, bisogna prima capire la nostra attuale realtà, dobbiamo capire dove siamo, chi siamo e che cosa rappresentiamo.”

 

Discorso del Dr Lorenzo Bini Smaghi, Membro del Comitato Esecutivo della BCE , tenuto all’Ucid di Milano in data 13 Maggio 2010

maggio 14, 2010

UCID

Lezioni dalla Crisi: Etica, Mercati, Democrazia
Lorenzo Bini Smaghi

Membro del Comitato Esecutivo della Banca Centrale Europea

Milano. 13 maggio 2010

 Gli eventi di queste ultime settimane, in particolare la crisi greca, mostrano che la fase di instabilità economica e finanziaria iniziata poco meno di tre anni fa non è ancora finita. La prima fase, iniziata nell’Agosto 2007, si è sviluppata principalmente sui mercati finanziari, da quello monetario a quello azionario. Con il fallimento di Lehman Brothers, nel settembre 2008, la crisi si è estesa all’economia reale, a livello internazionale, provocando la caduta del commercio, dei consumi e degli investimenti. Le autorità di politica economica hanno affrontato la fase recessiva con ingenti iniezioni di fondi per sostenere l’attività economica. I disavanzi pubblici sono aumentati su livelli senza precedenti, facendo salire i debiti di tutti i paesi industriali: il Fondo monetario internazionale ha definito l’attuale situazione come un “debito da tempi di guerra, senza che vi sia una guerra”. Siamo passati alla terza fase della crisi, in cui i mercati finanziari hanno cominciato ad interrogarsi sulla sostenibilità delle politiche economiche, in particolare per quel che riguarda le finanze pubbliche e, di conseguenza, sulla sostenibilità della ripresa economica stessa.
Questa terza fase della crisi ha investito per prima l’Europa. I mercati finanziari considerano, a torto o a ragione (a mio avviso più a torto ma non mi dilungherò su questo punto), che nei paesi dove c’è coincidenza tra il potere monetario e quello fiscale il rischio di solvibilità del debito è limitato perché la banca centrale può stampare moneta e creare inflazione per ridurre l’onere del debito pubblico. L’area dell’euro, invece, che non può monetizzare il proprio debito, deve affrontare il problema da subito ed assicurare che in ogni singolo paese il debito pubblico sia solvibile senza il concorso monetario. Se i paesi dell’area dell’euro saranno capaci di superare le difficoltà attuali e di risanare per tempo le loro finanze pubbliche, usciranno prima di altri da questa fase “pubblica” della crisi.
La crisi, nelle sue fasi successive, ha evidenziato una serie di problematiche comuni sulle quali mi sembra che non si sia finora riflettuto abbastanza, e tantomeno agito.
In occasione del nostro ultimo incontro, avvenuto nell’Ottobre 2008, poco dopo il fallimento della Lehman Brothers, esaminavo i problemi che devono affrontare le democrazie moderne nel prendere decisioni che richiedono ai propri cittadini sacrifici di breve periodo al fine di salvaguardare il benessere di lungo termine. Lehman Brothers fu lasciata fallire, con effetti devastanti sull’economia globale, perché il Congresso americano – pressato dai propri elettori a poche settimane dalla scadenza delle urne – si rifiutò di erogare all’amministrazione statunitense i fondi necessari per il salvataggio. Tale rifiuto, che venne confermato anche in occasione del voto sul programma Tarp, pochi giorni dopo il fallimento di Lehman, nonostante i mercati stesserò già crollando, era pienamente in linea con il sentimento profondo dei contribuenti americani che non volevano pagare di tasca propria per salvare una istituzione finanziaria che fino ad allora aveva arricchito oltremisura i propri azionisti e manager. Non era “giusto” salvare la Lehman e chi aveva sbagliato doveva pagare – questo era il sentimento comune. Non pensavano, quei contribuenti, e i loro rappresentanti al Congresso e nell’Amministrazione, che il fallimento di Lehman avrebbe contagiato il sistema finanziario globale e messo a repentaglio i loro stessi risparmi. Quella veduta corta è così costata molto di più di quello che sarebbe costato salvare Lehman.
Non era peraltro la prima volta che i cittadini americani reagivano in quel modo. Nel 1995, nel momento della crisi messicana, il congresso americano si rifiutò di erogare fondi a sostegno del programma del FMI per 50 miliardi di dollari. L’Amministrazione statunitense trovò nei meandri del bilancio un fondo di stabilizzazione valutaria che non richiedeva approvazione parlamentare da usare in quella occasione. I fatti hanno poi mostrato che senza quell’intervento il Messico sarebbe stato colpito da una crisi fortissima, che avrebbe travolto anche gli Stati Uniti. Nonostante siano in pochi – col senno di poi – a considerare sbagliata quella decisione dell’Amministrazione, il Congresso ha successivamente adottato una legge di controllo del bilancio per impedire che quel capitolo di spesa possa essere nuovamente utilizzato senza il consenso parlamentare.
La fase più recente della crisi ha evidenziato in Europa le stesse problematiche che si sono verificate negli Stati Uniti, dove i contribuenti di alcuni paesi europei si sono mostrati contrari a pagare di tasca propria per salvare la Grecia, rea di aver truccato i conti, senza pensare che quel fallimento avrebbe comportato una crisi ancor più grave con conseguenze anche per quei contribuenti. Alla fine, nonostante le difficoltà, l’Europa è stata in grado di decidere. I singoli paesi hanno votato il  acchetto di aiuti alla Grecia. Tale approvazione ha però richiesto tempo, dibattiti, discussioni, che se sono totalmente giustificati – anzi essenziali – in una democrazia, al contempo hanno alimentato l’incertezza sull’esito finale e così indotto gli operatori a liquidare rapidamente i propri investimenti nei titoli greci. Ciò ha determinato un aggravio del deficit finanziario e dunque l’esigenza di un pacchetto di sostegno ancor più ampio. Non c’è dubbio che il costo complessivo del finanziamento alla Grecia sarebbe stato più contenuto se le decisioni fossero state prese più rapidamente, ad esempio subito dopo l’accordo tra i capi di stati e di governo europei, l’11 febbraio scorso, quando questi ultimi promisero il sostegno alla Grecia in cambio di misure di riduzione del disavanzo del 4% del Prodotto lordo. In effetti, la Grecia adottò in meno di una settimana le misure richieste ma nel frattempo in alcuni degli altri paesi era venuto meno il consenso popolare all’operazione di sostegno. Solo l’evidenza di una crisi generalizzata all’intera area dell’euro avrebbe giustificato il loro contributo. Per questo motivo fu richiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale, per certificare la natura globale della crisi e l’intervento di sostegno. Al contempo, le scadenze elettorali in alcuni paesi hanno spinto a ritardare l’intervento del FMI per evitare di dover decidere sul sostegno alla Grecia in periodo elettorale.
Sembra che i cittadini, i loro rappresentanti democraticamente eletti, e le istituzioni che operano in tale contesto, abbiano talvolta bisogno di “vedere” la crisi avvicinarsi, per rendersi conto dei pericoli che comporta e per prendere le decisioni necessarie per farvi fronte. Ciò è vero particolarmente nelle società fondate sulla stabilità economica, come quella tedesca, che non sono abituate a gestire situazioni di crisi, in particolare quelle di natura finanziaria. Nel mondo globale, in cui i mercati finanziari operano velocemente, vi è il rischio che i tempi di reazione non siano adeguati e di accorgersi che la crisi sta per avvicinarsi quando in realtà ci si è già cascati dentro. Per evitare tale rischio c’è bisogno di grande leadership da parte di chi governa, e delle istituzioni, per convincere i cittadini a guardare oltre il breve periodo e a rendersi conto della crisi incombente. Alternativamente, ci vogliono meccanismi automatici di difesa, che consentano di affrontare rapidamente i problemi prima che scoppi una crisi.
Nell’area dell’euro, si devono creare meccanismi mirati sia a correggere più rapidamente i fabbisogni finanziari degli stati, anche con misure di emergenza, sia a erogare fondi a sostegno di chi deve affrontare attacchi speculativi che rischiano di minare la solidità stessa degli stati. Non mi è chiaro come questi meccanismi possano essere definiti in modo tale da essere compatibili con le nostre democrazie, che richiedono in particolare il controllo parlamentare sui fondi dei contribuenti. Mi è però chiaro che senza tali meccanismi le nostre democrazie rischiano di farsi del male e di non essere in grado di fronteggiare crisi che possono minare le loro fondamenta, come dimostra l’attacco speculativo nei confronti dei debiti sovrani dei paesi industrializzati.
Su questi temi è necessario non solo riflettere ma anche trovare rapidamente soluzioni concrete.
Vorrei affrontare oggi anche un altro problema, che è emerso anch’esso dalla crisi finanziaria in corso, che mi sembra sia stato finora poco esaminato. Riguarda il funzionamento dei mercati finanziari.
La crisi ha coagulato un ampio consenso sul fatto che i mercati finanziari non sempre sono efficienti. Non sempre utilizzano l’informazione disponibile in modo tale da determinare una corretta valutazione delle attività che vengono scambiate tra gli operatori. L’esperienza recente ha mostrato che c’è una naturale tendenza a sottovalutare il rischio durante le fasi di euforia dei mercati e a sovrastimare il rischio durante le fasi critiche. Tali comportamenti derivano dall’incentivo che hanno gli operatori di massimizzare il rendimento del capitale investito, in conto proprio o per conto dei propri clienti. C’è ormai un’ampia letteratura che spiega perché, anche in presenza di agenti razionali, i mercati possono non essere efficienti a livello aggregato, e in particolare dar luogo a bolle speculative.1 1 Abreu, D. and M. Brunnermeier, (2003) “Bubbles and Crashes”, Econometrica, vol. 71, n.1, 173-204.

 Gli interventi di riforma del sistema finanziario che sono attualmente in discussione nei vari organismi che riportano al G20, come il Comitato di Basilea, il Comitato per la Stabilità Finanziaria e il FMI mirano a definire o a rafforzare le regole che riducono la prociclicità dei comportamenti, ad esempio attraverso i requisiti patrimoniali delle banche, le regole contabili, i meccanismi che definiscono le remunerazioni dei manager, i vincoli specifici sulle istituzioni finanziarie di grandi dimensioni. L’efficacia delle nuove regole, e delle autorità di vigilanza che le dovranno metterle in atto, dipenderà dalla loro capacità di incidere sugli incentivi dei singoli operatori e delle istituzioni finanziarie. C’è chi ha espresso in proposito alcune perplessità, perché difficilmente gli incentivi degli operatori finanziari possono essere modificati. C’è chi ritiene che le crisi sono inevitabili nei sistemi finanziari avanzati. Come afferma Alan Greenspan, il precedente Presidente della Riserva federale statunitense: “Ci saranno nuove crisi, ma saranno diverse. Ogni crisi è diversa, ma ha la stessa origine. È l’innata tendenza degli esseri umani di considerare che periodi prolungati di prosperità continuino per sempre.” 2 Intervista alla BBC 10 settembre 2009.

In altre parole, le crisi finanziarie sono il prodotto naturale della nostra società. La domanda da porsi è se la natura umana può e desidera cambiare, per evitare che crisi come quelle che stiamo attraversando si ripetano. Da un lato c’è da sperare che l’esperienza attuale induca gli operatori a maggior prudenza in futuro, soprattutto nella valutazione dei rischi. Dall’altro, gli incentivi a riprendere comportamenti simili a quelli che precedevano la crisi sono talmente radicati da rappresentare un ostacolo al cambiamento. In particolare, è difficile per il singolo operatore agire in modo anticiclico, cioè andare contro le tendenze del mercato, se i parametri di valutazione si basano sull’andamento medio del mercato.
Nelle fasi favorevoli del mercato, ad esempio, un comportamento meno pro-ciclico della media, cioè più prudente, comporta generalmente rendimenti meno elevati rispetto ad altri operatori. Dato che per un osservatore esterno è molto difficile capire se tale risultato deriva da una maggior prudenza oppure da una minor competenza, tenderà a privilegiare la seconda interpretazione. Chi agisce in modo meno pro-ciclico rischia così di essere emarginato, ed uscire dal mercato, perché considerato meno competente.
La pro-ciclicità degli operatori nasce dal fatto che, come aveva brillantemente spiegato Keynes oltre 70 anni fa, le strategie vincenti sono quelle che riescono ad anticipare l’andamento dei mercati, anche se tale andamento è scollegato dall’economia reale per un certo periodo di tempo. Il singolo operatore si comporta come chi in un concorso di bellezza deve scommettere su chi vincerà il concorso, il che dipende dalla sua capacità di capire le preferenze altrui piuttosto che dal suo senso estetico.
Un aspetto sul quale c’è stata finora meno riflessione riguarda gli incentivi che hanno i singoli operatori, non solo a cercare di anticipare i comportamenti altrui ma anche ad influenzarli. Per riprendere l’analogia di Keynes, se alcuni operatori riescono a comunicare agli altri il modo in cui voteranno nel concorso di bellezza, possono creare una massa critica a cui altri si accoderanno, riuscendo così a indirizzare il voto nella direzione voluta.
Tali comportamenti costituiscono in alcuni casi violazioni di specifiche regole di mercato, che possono essere sanzionate, o di regole etiche, che attengono piuttosto a codici di condotta o autoregolamentazione.
Sappiamo che i mercati funzionano in modo efficace se sono competitivi, ossia se ogni operatore prende posizione in base alle informazioni di cui dispone e se non cerca di influenzare gli altri. Un aspetto chiave della differenza tra la teoria e la pratica, sul quale mi vorrei soffermare, riguarda e la diffusione dell’informazione tra gli operatori.3 3 Vedi, per esempio, Bolton, P., Freixas, X., Shapiro, J. (2007), “Conflicts of interest, information provision, and competition in the financial services industry”, Journal of Financial Economics, 85, pp. 297–330; Benabou, R. and G. Laroque (1992) “Using Privileged Information to Manipulate Markets: Insiders, Gurus, and Credibility”, Quarterly Journal of Economics, 107, pp. 921-948.

I mercati sono competitivi se ogni operatore è di dimensioni tali da non essere in grado singolarmente di modificare i prezzi. Le collusioni tra operatori per cercare di indirizzare i prezzi in una direzione sono vietate e monitorate dalle autorità di vigilanza e antitrust.
Tuttavia è molto difficile scoprire posizioni collusive sui mercati finanziari, per due motivi.
Il primo è che su questi mercati l’attività avviene in tempo continuo e dunque non è facile verificare e provare la coincidenza delle strategie di investimento. Il secondo è che tali coincidenze possono risultare non solo da accordi ex-ante tra operatori ma anche da comportamenti imitativi, da gregge, tipici di un mercato dove non si possono brevettare ne le idee ne le strategie di investimento. Se un operatore riesce ad agire da capo-gregge, e ad influenzare i comportamenti degli altri, può trarne un vantaggio informativo e influenzare i mercati, che diventano meno competitivi e più proni all’instabilità.
Un operatore finanziario può operare da capo gregge se riesce a convincere gli altri che ha migliori informazioni e una maggiore capacità di analisi, tali da ottenere rendimenti migliori sui propri investimenti. Un capo gregge può così influenzare, attraverso comunicazioni, pubbliche o con alcuni operatori, i comportamenti degli altri e indicare la direzione che il gregge deve seguire. In effetti, le più importanti banche e istituzioni finanziarie, e oramai anche gli hedge fund, pubblicano o diffondono rapidamente via email, le opinioni dei propri analisti, riguardo in particolare la valutazione di specifiche aziende o di paesi, in alcuni casi anche valutazioni reciproche, cioè di una banca nei confronti dell’altra. Tali valutazioni contengono anche suggerimenti alla vendita o acquisto di titoli azionari o obbligazionari o monete. In teoria, le analisi pubblicate sono indipendenti. Non dovrebbero cioè essere legate alla strategia di investimento dell’istituzione. In effetti, le istituzioni finanziarie dichiarano che le loro strategie di investimento sono indipendenti dai pareri dei loro analisti, e possono basarsi su altre informazioni. Se il capo gregge vuole continuare a svolgere questo ruolo deve tenere per se una parte dell’informazione di cui dispone. Non è però chiaro se vale il contrario, ossia se il parere degli analisti, che viene ampiamente pubblicizzato, è indipendente dalla strategia di investimento seguito dai trader della stessa istituzione. Sicuramente non è il caso dei fondi d’investimento o degli hedge fund, che non dichiarano nemmeno l’esistenza di muraglie cinesi tra la ricerca e l’operatività.4   4 Per una visione d’insieme vedi, per esempio, Mehran, H. and R. Stulz (2007), “The Economics of Conflicts of Interest in Financial Institutions”, Journal of Financial Economics, 85, 267-296.

Negli ultimi anni l’uso dell’informazione di mercato a fini “promozionali” ha registrato un ampio sviluppo. Nei mezzi di comunicazione ad ampia diffusione, a partire dai giornali e delle televisioni, vengono sovente sollecitate le opinioni degli analisti delle principali banche. Dato che l’informazione è un bene scarso, che dovrebbe avere un valore monetario per un operatore finanziario, ci si può chiedere come mai esso sia messo a disposizione di tutti, in modo gratuito. Una ipotesi è che ciò contribuisca alla reputazione dell’operatore, per attirare nuovi clienti. Ma i clienti dovrebbero preferire le informazioni privilegiate, che altri non hanno. L’ipotesi alternativa, più credibile, è che con la loro presenza massiccia sui media gli operatori cercano di orientare l’insieme del mercato, agire cioè da capo-gregge.
Prendiamo un aspetto che mi interessa particolarmente, che è quello della politica monetaria. Le opinioni espresse dagli analisti di mercato sulle decisioni di politica monetaria spesso non riguardano solo l’impatto di una data decisione sui mercati, ma il merito stesso della decisione, cioè se è adeguata o meno. I parametri in base ai quali l’analista esprime il proprio giudizio non sono tuttavia trasparenti. Non è chiaro, in effetti, se l’analista esprima un giudizio in base alla stessa funzione obiettivo dell’autorità monetaria – la stabilità dei prezzi nel caso della BCE – oppure in base al suo interesse specifico, in particolare alle sue scelte di investimento. Ci si può chiedere, ad esempio, se una decisione di aumentare i tassi d’interesse verrebbe giudicata giusta o sbagliata da un operatore finanziario in base alle prospettive di inflazione o in base alla posizione speculativa che l’operatore stesso ha preso.
Che pensare poi delle opinioni che vengono espresse ancor prima che la banca centrale decida? Secondo quali criteri un operatore finanziario tenderà ad esprimere un parere su quello che la banca centrale deve fare? Secondo le posizioni speculative che ha preso o altri criteri più generali?
Faccio un esempio concreto, che non è legato alla decisione sui tassi d’interesse ma sul collaterale che la banca centrale accetta in controparte ai finanziamenti erogati al mercato.
Lunedì 3 Maggio la Banca Centrale europea ha deciso di non seguire più le agenzie di rating per valutare il debito sovrano di un paese che ha un programma di risanamento con il FMI e con l’Unione europea – programma sul quale la BCE ha dato un giudizio positivo. È stata una decisione logica, per vari motivi.
Innanzitutto, mentre per un’azienda o una banca non si può escludere che le analisi delle agenzie di rating comportino informazioni aggiuntive rispetto a quelle che possono avere le banche centrali, è meno chiaro per quel che riguarda gli stati, sopratutto quelli dell’area dell’euro, per cui i dati macroeconomici e di bilancio sono noti. Le agenzie – ce ne sono solo 3 – hanno recentemente perso credibilità, contribuendo, con notevoli conflitti d’interesse, alla sopravvalutazione del merito di credito dei titoli cartolarizzati, in particolare i sub-prime che sono all’origine della crisi finanziaria.5  Peraltro, le recenti revisioni al ribasso dei rating sovrani sollevano non pochi dubbi. Alcune di queste revisioni non si sono basate su dati macroeconomici o di bilancio nuovi, ma sulle valutazioni che dava il mercato dei titoli sovrani e alle possibilità di contagio. In questo modo le agenzie non hanno dato una valutazione indipendente ma legata alla reazione del mercato. C’è addirittura da chiedersi se non abbiano in alcuni casi interessi nello spingere il mercato nella stessa direzione che ha già preso, contribuendo alla pro-ciclicità e ai fenomeni di avvitamento delle quotazioni. Per fare un esempio, un’agenzia ha ridotto il rating della Grecia subito dopo le prime misure di aggiustamento del deficit, per oltre 4% del Prodotto lordo, indicando che sebbene le misure prese fossero adeguate il risanamento dipendeva dalla reazione del mercato. Un’altra agenzia ha ridotto il rating della Grecia tre giorni prima della conclusione dell’accordo con il FMI, senza essere a conoscenza dei contenuti del programma di risanamento.
Dati questi comportamenti non sempre limpidi, sarebbe stato un errore per la BCE continuare a dipendere dai giudizi delle agenzie di rating. Avendo partecipato alla stesura del programma, la BCE – oltre al FMI e alla Commissione europea – è maggiormente in grado di valutare il rischio della Grecia delle agenzie di rating.
Il giudizio di alcuni analisti sulla decisione della BCE è stata negativa. La loro tesi è che la BCE rischia di perdere credibilità e di imbarcarsi su una via troppo lassista. È interessante notare che quegli stessi analisti avevano in passato giudicato la politica della BCE troppo rigorosa. Come mai hanno ad un tratto cambiato di opinione? Leggendo con attenzione ciò che questi analisti avevano scritto prima della decisione della BCE, si nota che molti di essi avevano ritenuto il programma di sostegno alla Grecia inopportuno, e considerato inevitabile una ristrutturazione. In altre parole avevano consigliato di vendere titoli greci e la decisione della BCE di mantenere l’eleggibilità di tali titoli andava evidentemente contro i loro interessi. Non c’è dunque da meravigliarsi che abbiano espresso un giudizio negativo.
5 Benmelech E. and J. Dlugosz (2009) “The Credit Rating Crisis”, NBER Macro Annual 2009, 161-207. 

I mezzi di comunicazione spesso non si accorgono di questi conflitti d’interesse e riportano le opinioni delle istituzioni finanziarie senza chiarire che probabilmente hanno preso posizioni speculative in una direzione o nell’altra. Tale atteggiamento rischia di minare la credibilità stessa dei media.
Lo stesso avviene per le opinioni di molti commentatori professionali, a volte anche accademici, che sono consulenti di istituzioni finanziarie da cui prendono informazioni e con le quali interagiscono. Raramente si legge a piè di pagina che il professor tal-dei-tali – che evidentemente scrive non a fini accademici, ma per influenzare l’opinione di lettori specializzati – è affiliato in qualche modo ad istituzioni finanziarie, in particolare attraverso contratti di consulenza. Mi ha sorpreso molto nei giorni precedenti alla conclusione del programma di risanamento della Grecia leggere articoli di insigni professori, molti dei quali consulenti di banche d’investimento e – guarda caso – con opinioni molto simili a quelle espresse separatamente dalle stesse banche, senza però che il riferimento a tale rapporto fosse specificato nell’articolo. Non chiedo di censurare le opinioni, ma almeno che vi sia trasparenza e che vengano rivelati eventuali conflitti d’interesse, a fini di chiarezza nei confronti dei lettori.
Fanno sorgere dubbi anche certe scelte di pubblicare opinioni che vanno tutte nella stessa direzione, proprio nel mezzo di periodi di forte turbolenza, come è avvenuto nel caso della Grecia. Opinioni spesso con limitato contenuto analitico che ripetevano lo stesso mantra: il risanamento richiesto alla Grecia impone sacrifici troppo grandi, per cui non c’è che una soluzione: l’insolvenza o la ristrutturazione del debito greco. Nessuno che abbia chiarito che tipo di sacrifici comporta l’insolvenza di uno stato, l’impatto sul sistema finanziario, il contagio agli altri paesi, e se tale sacrificio sia per i cittadini superiore o inferiore all’ipotesi alternativa. Si è parlato di default limitato, come se esistesse un tale concetto e si fosse mai sperimentato. Si sono fatti confronti ridicoli, con il caso dell’Argentina.
Un altro aspetto che sorprende nella lettura dei mezzi d’informazione è la mancanza di precisione su alcune notizie, in particolare quando esse sono false ed evidentemente messe in circolazione per creare turbativa. Faccio, di nuovo, un esempio legato alla recente crisi greca. Il 4 Maggio il Governo greco ha reso pubblico un contratto di consulenza con una banca d’affari francese, la Lazard, per aiutarla nella gestione del debito. Nelle prime ore della giornata è circolata la voce sui mercati che la Lazard era stata assunta per ristrutturare il debito greco. La voce è stata ufficialmente smentita sia dal Governo greco sia dalla Lazard, anche perché assurda dato che la Grecia aveva appena ottenuto un programma di sostegno finanziario che esplicitamente esclude la ristrutturazione. Nonostante la smentita, un importante quotidiano finanziario ha titolato il giorno dopo “Atene chiama lo specialista di default”. E se i titoli scandalistici sono un malcostume diffuso, ingiustificato su argomenti delicati, il contenuto dell’articolo non faceva nulla per fugare i dubbi: dato che la Lazard ha una storica e indiscussa competenza in materia (di default), il sospetto è giustificato. Un ragionamento assurdo, che fa venire altri tipi di sospetti.
Sono note le erogazioni di fondi del sistema finanziario a favore della politica, generalmente al fine di ottenere un trattamento favorevole dal legislatore nei confronti delle istituzioni finanziarie. Queste erogazioni vengono in parte dichiarate. Si calcola che negli Stati Uniti il settore finanziario abbia speso oltre 5 miliardi di dollari nel decennio 1998- 2008 per finanziare attività di lobby nei confronti del Congresso e dell’Amministrazione statunitense.6  6 Essential Information and Consumer Education Foundation, ‘Sold Out: How Wall Street and Washington Betrayed America’, March 2009 (www.wallstreetwatch.org).

Sono meno note le erogazioni di fondi ad altri settori influenti della nostra società, come i mezzi di comunicazione, gli opinionisti, gli accademici.
Questo è un tema sul quale le nostre società avanzate non hanno sufficienti informazioni e, soprattutto, non hanno riflettuto abbastanza. Proprio alla luce di quanto ho esposto all’inizio, non bisogna sottostimare il rischio che il consenso necessario nelle nostre democrazie per affrontare crisi finanziarie con strumenti efficaci possa essere deviato a favore di interessi particolari. La questione etica, attinente in particolare al funzionamento dei mercati e all’uso che viene fatto dall’informazione, non riguarda dunque solo i singoli ma ha una dimensione generale, attinente al funzionamento delle nostre democrazie.
Detto in altre parole, è interesse generale che i paesi dell’area dell’euro adottino politiche finanziarie adeguate, in linea non solo con lo sviluppo delle loro economie ma anche con la sostenibilità dei debiti pubblici. Può invece esserci un interesse particolare, da parte di alcuni operatori finanziari, che alcuni stati in difficoltà di bilancio non rimborsino i loro debiti e dunque falliscano, indipendentemente dall’impatto che ciò avrà sui cittadini di quello stato e su quelli degli altri stati vicini. È loro interesse se hanno preso posizioni speculative in tal senso e dunque possono guadagnare dal fallimento di uno stato. E dato che la probabilità di fallimento dipende in parte dalla decisione democratica del paese stesso, e degli altri paesi di eventualmente aiutare quello in difficoltà, può essere utile per gli operatori finanziari che hanno scommesso sul fallimento di un paese usare parte dei loro futuri guadagni per convincere i cittadini che non c’è altra strada possibile, che è meglio un fallimento “ordinato” che rimettere in sesto le finanze pubbliche. Più cittadini ne sono convinti (“tanto la Grecia fallirà, inutile aiutarla”), più probabilità ci sono che l’esito desiderato dagli operatori finanziari si realizzi, anche se non è nell’interesse generale.
Queste problematiche sollevano questioni etiche e morali che sono state ampiamente trattate, ma da un punto di vista limitato. L’appello all’etica e alla morale individuale rappresenta un punto di partenza importante per correggere le distorsioni che ho enunciato sopra. Ma non è sufficiente. L’esperienza di questi anni ha mostrato che l’autoregolamentazione e l’autodisciplina non bastano per impedire le distorsioni dei mercati. Ciò deriva dal fatto che il parametro di misurazione della performance individuale, che è il risultato economico, può essere adeguato in un contesto teorico di completa informazione, in particolare su come è stato ottenuto tale risultato. I mercati finanziari sono tuttavia caratterizzati da asimmetrie di informazione che rendono molto difficile identificare la fonte del profitto, in particolare se esso sia stato ottenuto grazie alla capacità del singolo operatore (quello che in gergo viene chiamato alfa) oppure al rischio che ha preso e che magari viene misurato in modo inadeguato, proprio per le asimmetrie informative di cui l’operatore finanziario dispone nei confronti del cliente. Gli altri operatori finanziari, e le autorità di vigilanza non sempre riescono ad identificare in modo adeguato il contributo relativo dei due fattori e dunque a sanzionare comportamenti non etici.7
Peraltro non tutti i comportamenti non etici, che evidenziano un conflitto di interesse, sono direttamente sanzionabili. In certi casi si ritiene che la perdita di reputazione dell’operatore che viene meno a principi etici sia un incentivo sufficiente ad assicurare la correttezza.
Tuttavia, se il guadagno ottenuto più che compensa la perdita di reputazione, l’incentivo a continuare a violare il principio etico rimane, magari con modalità più efficaci. Se le pratiche non etiche consentono di ottenere rendimenti più elevati, ad essere penalizzato rischia di essere chi non le segue. In altre parole, chi rispetta i dettami etici rischia di ottenere risultati economici inferiori rispetto a chi invece non li segue, e così di trovarsi fuori dal mercato.8
7 Vedi, per esempio, A. Ashcraft and T. Schuermann, “The Seven Deadly Frictions of Subprime Mortgage Credit Securitization,” The Investment Professional, Fall 2008, pp. 2-11. Gli autori forniscono un’analisi delle frizioni informative nel processo di cartolarizzazione.
8 Vedi, per esempio, I. Walter, “Reputational Risk and Conflict of Interest in Banking and Finance: The Evidence so far,” December 2006, mimeo, NYU.

L’autoregolamentazione funziona se tutti seguono la regola e se ciò è facilmente monitorabile. Dato che nel mercato finanziario le asimmetrie informative rendono molto difficile distinguere tra chi rispetta e non rispetta le regole, il richiamo individuale ai principi etici non è sufficiente. Può addirittura penalizzare chi li rispetta, spingendoli fuori dal mercato.
Le questioni etiche vanno dunque affrontate in termini generali e devono riguardare l’insieme dei mercati e degli operatori, il che non è semplice per quel che riguarda i mercati finanziari che hanno una dimensione globale.
Per concludere, vorrei in estrema sintesi riassumere alcune lezioni dalla crisi, sulle quali bisogna riflettere di più.
1. Intervenendo per sostenere l’economia e il sistema finanziario le autorità di politica economica hanno evitato la depressione, ma hanno rinviato il problema che comincia a diventare pregnante.
2. I tempi di tale risanamento potrebbero dover essere più corti di quelli delle autorità di politica economica, soprattutto se i mercati finanziari non sono convinti della determinazione.
3. Il mercato finanziario è composto da due tipi di operatori: chi ha paura dell’incertezza e chi invece guadagna dall’incertezza, incluso rispetto allo stato delle finanze pubbliche di un paese, e può avere l’incentivo ad alimentare tale incertezza.
4. I mercati finanziari sono attraversati da una miriade di conflitti di interesse, legati in particolare all’uso che viene fatto dell’informazione.
5. Questi conflitti d’interesse possono avere ripercussioni sui mezzi d’informazione, sui media, sul mondo accademico.
6. I sistemi democratici hanno difficoltà ad affrontare le crisi finanziarie in modo efficace, a causa delle contraddizioni che tali crisi producono tra l’interesse individuale di breve periodo e quello collettivo di lungo periodo.
7. I mercati finanziari, e i conflitti d’interesse che li attraversano, possono contagiare il funzionamento delle nostre democrazie e minarne le fondamenta.
8. La dimensione globale dei mercati non rende facile individuare soluzioni specifiche a tali problemi.
In chiusura, i mercati finanziari sono il “cervello” dell’economia. Non se ne può fare a meno, ma se il cervello non funziona bene, il resto del corpo è a rischio.

Grazie della vostra attenzione.

Giardino “Parco dei Merelli” – San Michele di Pagana – Comune di Rapallo. Presentazione di Achille Colombo Clerici

maggio 12, 2010

In occasione della presentazione dell’Atlante dei Giardini Italiani sezione Lombardia da parte di REGIS ed a margine del convegno ADSI ed Associazione Giardini Storici Italiani e Garden Club di Genova sui “Palazzi ed i Giardini delle Muse”; Achille Colombo Clerici presenta il Giardino “Parco dei Merelli” di San Michele di Pagana, recentemente restaurato.

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 Ritratto del Giardino dell’Oblio
 Così denominato perché dimenticato per lunghi decenni, e perché oggi a chi lo vive fa dimenticare ogni cura.

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“Giardino dell’oblio”, giardino dell’incanto e del sogno: i nomi nella vita dell’antico uliveto padronale, una storica “vigna” in San Michele di Pagana alto, Comune di Rapallo.

Il giardino, denominato ufficialmente dal Comune “Parco dei merelli”  dal microclima che vi regna (i merelli in genovese sono le fragoline di bosco), è  considerato storico e di particolare pregio ambientale e paesaggistico, anche per la veduta, impareggiabile ed unica in tutto il Tigullio, che si gode dal suo belvedere, spaziando da Portofino a Sestri Levante.  

Il giardino si apre con una scalinata barocca del Settecento, perfettamente in asse con Palazzo Spinola, sede del Sovrano Militare Ordine di Malta, collocato al centro del Golfo, in un parco sopra il mare, a San Michele.

Scalinata presente nelle mappe del Comune, in un disegno particolareggiato delle due volute contornanti il ninfeo  e della parte ascendente dei gradini: ma tronca, rispetto alla sua consistenza originaria che la vedeva prolungarsi verso la Villa Sanguineti  (non più esistente) collocata alla sommità del versante della Costa.

La trama del disegno ambientale è antica, come attestato dalla posizione privilegiata del Parco stesso, e presenta preesistenze cinquecentesche.

La storica via Aurelia, la “moyenne corniche”, si direbbe in Costa Azzurra: percorso d’obbligo del Grand Tour ottocentesco per chi iniziava il viaggio in Italia arrivandovi per mare.

Lungh’essa, al di sopra della Costa Burrasca, l’accesso antico: quattro pilastri, incastonati in un muraglione in pietra per il contenimento di un terrapieno, massiccio ed imponente, si affacciano all’esterno sulla via.

Attraverso un cancello di ferro battuto della fine del Settecento, si accede al ninfeo, recante immagini di affreschi sbiaditi raffiguranti quattro colonne a tortiglione dai colori rosati ed ocra.

Al centro del ninfeo, in una nicchia, in cui sono rappresentati simboli marini quali una conchiglia ed un tritone, è collocata una vasca marmorea in pietra rosa, anch’essa di foggia marina.

Sulla sinistra si diparte una voluta della scalinata; dietro sgorga una fonte che dà vita ad un selvaggio canneto.

Stillano gocce d’acqua perenne  sulla parete della scalinata e per lo stato di abbandono si sono formate incrostazioni vegetali e ciuffi di  capelvenere, che conferiscono al luogo un aspetto grottesco: un vero e proprio monumento naturale, di raro valore.

Il pavimento del ninfeo, una classica rizzata genovese (riso’) di piccoli ciottoli naturali, realizzata nei colori delle pietre che ricoprono le  spiagge del Levante (il grigio-nero screziato ed il bianco a Chiavari, Sestri e Riva Trigoso ed il rosso a Levanto) raffigura l’insegna delle case del Tigullio, presente anche in alcune dimore antiche dei dintorni.

Il belvedere (una balconata sovrastante il ninfeo, protetta da una ringhiera ottocentesca in ferro battuto) restaurato nella pavimentazione, rispettando rigorosamente l’originale, presenta una rizzata di sassi bianchi a corona semicircolare di un selciato di mattoncini frammisti a terra, nella quale crescono muschi ed erbette.

Nel 1845 John Ruskin, nel suo viaggio in Italia alla ricerca della bellezza assoluta, dopo lo sbarco a Marsiglia, percorse tutta la Riviera ligure ammirato soprattutto degli splendidi paesaggi del Levante, e tra questi dello scorcio del golfo di San Michele osservato dal “belvedere” del giardino; lo stesso luogo dal quale anni prima Edgar Allan Poe, di passaggio verso la Toscana, rimase abbagliato dalla splendida visione di “Portus Delphini, dagli occhi di viola” che da qui, venendo da Genova, per la prima volta si scorge.

Addormentato,come un enorme animale preistorico che si culla sul mare, giace Portofino dalle scure ombre proiettate sulle acque.

Di fronte, nel Tigullio, come indicato già da Plinio il Vecchio, i contorni di Punta Manara e del Monte Castello confusi dalla foschia di un mare che richiama alla mente i versi di Eugenio Montale, ispirati pare proprio da questi luoghi:   “… osservare tra i frondi il palpitare lontano di scaglie di mare, mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi.”

I frondi: i rami dell’ulivo che qui trova il suo regno.
La vegetazione è di un verde chiaro, con riflessi argentei, contrassegnata proprio dall’ulivo.
Molto diversa dalla vegetazione scura di Paraggi o di Portofino o del Golfo di Genova.

 Da qui cominciano gli uliveti della Costa di Levante.

Nel giardino gli ulivi sono molto particolari:  ormai antiche piante che il lungo periodo di abbandono,tra sterpi e rovi, ha costrette a salire al cielo, alla ricerca della luce e del sole.

Si stagliano come lunghe braccia ischeletrite, protese verso il mare: recano i segni del tempo, contorti e “sofferti” come appaiono.
Ed è proprio il segno della sofferenza a conferire loro un aspetto austero e di grande dignità.  

Non servono ormai più per la raccolta delle olive, ma sono divenuti monumenti della natura, a testimonianza del trascorrer dei secoli.

Come lo sono anche le pietre, molte delle quali ormai cotte dal sole. 
Stanno in piedi per l’inerzia e la forza del tempo, ma non sono più buone a nulla se rimosse da lì.

Così anche il viandante si sente sradicato quando s’allontana dal giardino.

 

Immigrazione – Periferie urbane – Convegno alla Cattolica di Milano 10 maggio 2010 – Assoedilizia, invitata dal Prefetto di Milano

maggio 11, 2010

All’Università Cattolica di Milano convegno sui processi migratori e l’integrazione nelle periferie urbane

NELLE GRANDI CITTA’ RISCHIO BANLIEUES

Il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici sul problema abitativo degli immigrati

 Benito Sicchiero

Rifiutare l’immigrazione è come vivere in Alaska e rifiutare la neve: bisogna invece conviverci nel migliore dei modi. Adottando questa frase pronunciata al Convegno “Per un’integrazione possibile” all’Università Cattolica di Milano, si comprende lo spirito che ha permeato la presentazione della ricerca “Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane” realizzata dal dipartimento di sociologia dell’ateneo su proposta del ministero dell’Interno. Ricerca che, come ammesso dal ministro Roberto Maroni, è andata al di là dell’analisi proponendo soluzioni. Soluzioni che costituiranno la guida del ministero in questo delicato settore.

Come ha esposto Vincenzo Cesareo, docente della Cattolica e coordinatore della ricerca, la ricerca, conseguenza di due importanti momenti di discussione pubblica svoltisi lo scorso anno sempre alla Cattolica, ha fornito una prima importante – e preoccupante – risposta: le nostre periferie urbane possono dar luogo ad eventi quali quelli delle banlieues francesi se non si adotteranno validi processi di integrazione.

Le cause. L’immigrazione, che è avvenuta in tempi troppo rapidi, enfatizza ed evidenzia problemi già esistenti nelle aree urbane più degradate: problemi che possono esplodere in manifestazioni violente, vedi Castel Volturno, Rosarno, via Padova a Milano.

In secondo luogo viene confermata la crescente differenza tra le realtà territoriali del Centro Nord – che mostra una più ampia capacità di assorbimento –  e quelle del Sud. Ancora, si registra una forte correlazione tra insicurezza e degrado urbano-edilizio. Rilevante inoltre la difficoltà dei processi di integrazione delle nuove generazioni di immigrati non solo con gli italiani ma anche tra le stesse etnie di immigrati (a Milano sono circa 160).

Ciò causa, anche tra le nuove generazioni, pregiudizi e stereotipi negativi, cioè mixofobia: paura nei confronti delle persone etnicamente diverse, con le quali non si desidera venire a contatto e stabilire delle relazioni.

Di fronte a tale realtà, qualcosa si sta facendo: sono oltre 500 le iniziative di integrazione in corso – come ha sottolineato Maroni – utilizzando anche i 500 milioni di euro messi a disposizione dall’Europa. Ma il più è ancora da fare.

Secondo la ricerca, bisogna che i quartieri cittadini diventino luoghi di interazione, di attività collettive, di comunicazione perché siano, o tornino ad essere, riferimenti identitari per le popolazioni residenti, cioè dei “luoghi” e non dei “non-luoghi”: bisogna riqualificare i quartieri e gestire la dopo-riqualificazione; evitare la concentrazione degli immigrati nelle aree più degradate; responsabilizzare i residenti (non sono sufficienti le forze dell’ordine per garantire la sicurezza) con forme di sussidiarietà orizzontale; migliorare il coordinamento tra le istituzioni: è inutile “risanare” un quartiere se aumenta il degrado nel quartiere vicino;  monitorare continuamente la situazione allo scopo di prevenire.

Sulla riqualificazione di quartieri ed abitazioni si dichiara d’accordo il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici che auspica un più deciso intervento delle amministrazioni locali anche con incentivi non necessariamente economici a favore dei proprietari: “Non possiamo, in quanto privati, assumerci oneri sociali che non ci competono” precisa.

L’intervento del sindaco di Milano Letizia Moratti – cui è sfuggita una frase non felicissima “gli immigrati irregolari sono normalmente portati a delinquere”, successivamente spiegata ma che ha portato a dissensi nell’affollatissima Aula Magna – ha ricordato l’impegno del Comune per l’integrazione, circa 200 progetti, la politica dell’”accompagnamento” di donne e minori a seguito dello sgombero dei campi rom abusivi, l’obiettivo di integrare nello stesso quartiere, addirittura nello stesso edificio, fasce sociali economicamente e socialmente diverse per non creare ghetti.

Hanno parlato poi Ilda Curti, assessore alle Politiche di integrazione del Comune di Torino, applauditissima quando ha accusato “l’economia del degrado”,  mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti,  Lorenzo Ornaghi, Rettore dell’Università Cattolica. I lavori sono stati coordinati da M. Ciclosi, Capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno. Assenti i tre sindaci (Alemanno di Roma, Chiamparino di Torino, Rosa Russo Jervolino di Napoli) previsti dal panel: ma il lavoro svolto dai ricercatori della Cattolica resta fondamentale per capire e risolvere il fenomeno dell’immigrazione. Tanto che, d’accordo il ministero, continuerà negli anni a venire.

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Giardini e Palazzi delle Muse – Convegno ADSI Genova 7 e 8 maggio 2010. Sintesi degli interventi

maggio 10, 2010

Palazzi delle Muse. Convegno ADSI Genova 7 e 8 maggio 2010. Sintesi degli interventi.

La centralità della dimora storica nella trama culturale che interessa territorio ed ambiente.

Il giardino luogo di rigenerazione della identità.

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Una due giorni di dibattito all’insegna della raffinatezza, dell’eleganza, dello stile, della cultura in Liguria: una cultura che ha una sua bellezza, come ha avuto modo di sottolineare nel suo intervento il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici.

Nel corso del convegno, una iniziativa di alto profilo culturale e sociale, si  è parlato di Dimore storiche; delle loro storie, che sono le storie delle famiglie nobili che le hanno erette.
Delle consuetudini di vita della classe dominante in Liguria, quella opulenta aristocrazia, alla ricerca di bellezza e di cultura, come strumento di accrescimento spirituale ed umano, ma anche come mezzo di affermazione.

Franco Vazzoler ha parlato di Genova e della sua “pompa ostentosa” che fa quasi da contraltare alla chiusura non solo della sua alta società, ma delle famiglie in generale, in cui l’atteggiamento di ritrosia è emblematicamente rappresentato dai frontali dei portoni delle case, borchiati e chiodati.

Lauro Magnani mirabilmente ha disegnato il ritratto della vita genovese del Seicento e del Settecento, rievocando la figura di Anton Giulio Brignole Sale, che nel suo scritto “Il Carnovale” 1639 ci lascia una memoria dettagliata ed esaustiva di tanti aspetti della vita familiare genovese del suo tempo.

Mentre Osvaldo Raggio dalla scaffalatura della storia ha tratto e presentato il carteggio relativo al fitto scambio epistolare tra padre e figlio Centurione.

Una famiglia ricchissima allora quella dei Centurione che, come ricorda Ippolito Calvi di Bergolo, batteva moneta; oggi non lo è più .

Il figlio Ambrogio Centurione fu un esempio di appassionato uomo di cultura, bibliofilo, collezionista di opere d’arte e dell’ingegno umano (curiosa la diatriba con il padre sulle vetrate alla francese); ed il carteggio con il padre, è  illuminante nel descrivere nella Genova pre-rivoluzione francese le pratiche di socialità, basata sulla conversazione, e culturali.

Antonio Foscari ha introdotto l’uditorio alla conoscenza del mondo Palladiano, richiamando il modulo costruttivo ed architettonico con il quale il progetto edilizio del grande architetto che operò nel Veneto riusciva ad aderire perfettamente ai costumi di vita dei suoi tempi.

La casa palladiana, suddivisa in due “appartamenti”, cioè unità abitative autonome, in modo da permettere la vita separata di quelli che solitamente erano i due eredi del costruttore; con una essenzialità tipologica delle abitazioni, consistenti in soli tre vani, uno quadrato e due perfettamente rettangolari, anche se di dimensioni diverse, e posizionati in modo simmetrico nel palazzo,  tali da realizzare la perfetta equivalenza delle due entità edilizie.
La essenzialità di questa tipologia ci aiuta anche a comprendere in quali condizioni di promiscuità dovesse vivere la famiglia.   
Ma tali erano i costumi dell’epoca.

Francesca Mazzino ha introdotto il tema del giardino.
Da una lato “paradisum voluptatis”, come lo definiva Francis Bacon; cioè luogo di piacere, di divertimento, di giochi e di svago.
Ma anche, come si è arrivati a ritenere in una accezione più moderna della nozione, luogo di rigenerazione della identità della persona.

Fonte infinita di gioia e di sollievo i giardini si prestano ad un arricchimento culturale anche sul piano del collezionismo e della ricerca botanica.

Ma essi sono luoghi in cui è naturale esprimere tutte le forme di arte: da quelle letterarie a quelle figurative, a quelle teatrali e sceniche, quali i famosi “teatri di verzura”.

Il Presidente dell’ADSI-Liguria Giovanni Gramatica di Bellagio ha sintetizzato il tema generale della sessione del convegno (le “strategie” del piacere culturale) riaffermando la centralità della dimora storica nel quadro della complessiva trama culturale che investe territorio ed ambiente.

Mentre la Presidente della Associazione Giardini Italiani e del Garden Club di Genova, Maria Grazia Spinelli ha delineato il quadro delle iniziative volte alla tutela ed alla promozione del Giardino come realtà ambientale e paesaggistica meritevole di ogni attenzione, quasi anello di congiunzione tra natura vergine e paesaggio che si fa paese prima e città poi.
Rilevante l’iniziativa della REGIS che, proprio in questi giorni, sta presentando un esaustivo ed approfondito catalogo per la sezione Lombardia dell’ “Atlante del Giardino italiano 1750-1940” che tratta il tema partendo dalla data di realizzazione del Parco di Caserta per arrivare alla seconda guerra mondiale.
Colazione privata in uno storico palazzo monumentale di via Garibaldi in Genova, grazie all’ospitalità dei proprietari.

 La redazione.