L’ ICI e gli immobili delle Chiese

Da Roma,  il presidente di Assoedilizia  Achille Colombo Clerici ha dichiarato:

“Se l’interesse superiore oggi è quello di pareggiare i conti dello Stato e l’esigenza quella di reperire a tal fine risorse finanziarie con lo strumento fiscale, c’ è da chiedersi come mai, analogamente a quanto si propone perla Chiesa Cattolica, non si pensi che lo Stato, in uno slancio di responsabilità, abbia a disporre il pagamento dell’ICI su tutti gli immobili di proprietà pubblica (stato, province, regioni) sugli ospedali, sulle scuole, sulle caserme, sulle stazioni ferroviarie,  sugli uffici pubblici, sulle sedi delle Camere di commercio.

La risposta, a prima vista, è intuitiva.
Perché lo Stato siamo noi cittadini, mentre la Chiesa, anzi le diverse Confessioni religiose (visto che il sistema è generale) sono altro: e quindi, mentre è logico che nella gestione pubblica lo Stato non paghi a se stesso, ma eviti “partite di giro”, cioè incassi da una parte e rifinanziamenti dall’altra, la stessa cosa non può pensarsi per l’attività delle Chiese.

A ben vedere, però, questa ragione è profondamente errata, poiché il nostro ordinamento non considera i cittadini come “animaletti, sia pure intelligenti e istruiti”, ma senz’anima, dei quali lo Stato si debba occupare esclusivamente in termini di lavoro, di diritti civili, di istruzione, di salute, di sicurezza, di benessere in genere e di quant’altro.

Nell’ ordinamento italiano, come d’altronde avviene in molte nazioni straniere, la spiritualità religiosa è considerata una componente fondamentale della natura umana, e quindi una faccia della persona (alla stregua della fisicità e dell’intelletto) che non può esser relegata nella sfera del privato; e dunque rappresenta un bene fondamentale che, al pari della salute, della cultura, del benessere, deve esser assicurato e garantito al cittadino dallo Stato.

L’equivoco, in cui si cade, di ritenere le Chiese, nella loro funzione,  altro rispetto allo Stato, nasce dal fatto che quest’ultimo non pretende di esercitare l’attività di culto e di religione direttamente o attraverso la supplenza di altri soggetti (come avviene per le attività “laiche” di interesse collettivo, dalla assistenza, alla cultura): ma riconosce che questa attività, svolta dalle diverse confessioni religiose secondo i propri fini istituzionali, risponde in sé al requisito dell’ interesse collettivo.

E dunque le esenzioni ICI, stabilite per gli immobili destinati ai compiti istituzionali delle Confessioni religiose, non sono graziose e benevole elargizioni  previste nei loro confronti, né tantomeno nei confronti della sola Chiesa cattolica (come d’altronde non lo sono per gli enti no-profit che esercitano attività di interesse collettivo); ma rispondono alla stessa logica delle esenzioni stabilite per gli immobili pubblici.”

 

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