Convegno indeducibilità costi da reato – Assoedilizia, Via Meravigli 3 Milano – 24.11.2011 ore 9.30

La indeducibilità dei costi ‘da reato’

Il divieto di dedurre i costi ‘da reato’ è previsto, come noto, dall’art. 14, comma 4, bis della legge 24 dicembre 1993, n. 537, ai sensi del quale “Nella determinazione dei redditi di cui all’articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, non sono ammessi in deduzione i costi o le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato, fatto salvo l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti.

Sotto il profilo soggettivo, quindi, la norma si applica a tutti i soggetti (alle imprese come ai lavoratori autonomi) per i quali il reddito di cui all’art. 6 del Testo unico (che sia fondiario, capitale, da lavoro dipendente, da lavoro autonomo, da impresa, o da redditi diversi) si determina sulla base del rapporto tra componenti positive e componenti negative, e più precisamente deducendo al reddito le spese specificamente inerenti la produzione di quest’ultimo.

Sotto il profilo oggettivo, invece, la questione è meno semplice. La norma sembrerebbe dover trovare applicazione (almeno secondo una parte della dottrina e della giurisprudenza) in tutte le ipotesi in cui si sia in presenza di costi riconducibili, in qualunque modo, ad una attività penalmente rilevante.

Per comprendere a pieno la portata applicativa dell’art. 14, comma 4 bis, è però opportuno richiamare brevemente il contesto normativo entro il quale questa disposizione si inserisce.

La norma è stata aggiunta nell’impianto della legge n. 537 del 1993 dalla Legge finanziaria del 2003 (legge 27 dicembre 2002, n. 289). Va poi precisato che il legislatore ha inserito la norma in una disposizione immediatamente successiva all’art. 14, comma 4, (già presente nella versione originaria della legge n. 537 del 1993), ai sensi del quale “Nelle categorie di reddito di cui all’articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, devono intendersi ricompresi, se in esse classificabili, i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo se non già sottoposti a sequestro o confisca penale. I relativi redditi sono determinati secondo le disposizioni riguardanti ciascuna categoria”.

Riassumendo, quindi:

–         l’art. 14, comma 4, sottopone a tassazione i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illeciti civili, amministrativi e penali;

         l’art. 14, comma 4 bis, stabilisce che nella determinazione dei redditi i costi e le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili (questa volta solo) come reati non sono ammessi in deduzione.

Sul rapporto tra queste due disposizioni si tornerà nell’ambito di questo seminario di studio, il cui obiettivo è proprio l’approfondimento dei nodi critici della disciplina sulla indeducibilità dei costi da reato.

Sin dalla sua entrata in vigore, infatti, la norma è stata oggetto di un dibattito dottrinale particolarmente intenso, e di incertezze interpretative alimentate da una giurisprudenza affatto univoca.

A ulteriore conferma della problematicità della disciplina, va ricordato sin d’ora che nel 2010 è stata sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 4 bis, per violazione, in particolare, dell’art. 3 Cost. (principio di uguaglianza), dell’art. 53 Cost. (principio della capacità contributiva), dell’art. 27, comma secondo, Cost. (principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna in sede penale). L’ordinanza emessa dalla Commissione tributaria provinciale di Terni, tuttavia, non è stata scrutinata nel merito dalla Corte costituzionale, che con l’ordinanza n. 73 del 2011 si è espressa nel senso della manifesta inammissibilità della questione sollevata dal giudice tributario, avendo riscontrato una inadeguata motivazione in punto di rilevanza.

La questione di legittimità costituzionale rimane dunque impregiudicata nel merito, e la Corte è già stata chiamata ad occuparsene nuovamente per effetto di una ordinanza sollevata questa volta dalla Commissione tributaria provinciale di Venezia, che ha prospettato la violazione dell’art. 25 Cost. (principio di determina della pena), in combinato disposto con l’art. 97 (imparzialità della pubblica amministrazione) e 3 Cost., nonché dell’art. 27 (questa volta sotto il profilo della responsabilità personale in materia penale).

In attesa di questo nuovo pronunciamento del Giudice costituzionale, ne discutiamo insieme ai relatori di questo convegno.

Sentiremo, dunque, il parere di Enrico De Mita, Professore emerito di Diritto tributario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La Professoressa D’Amico, ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, si soffermerà, invece, in particolare, sul rapporto tra la norma e i principi affermati dalla Costituzione in materia penale.

La dott.ssa Stefania Leone, dottore di ricerca in Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, approfondirà invece il tema, anche alla luce della giurisprudenza tributaria sino ad ora formatasi in materia, della possibilità di superare talune delle criticità della disposizione attraverso la tecnica della interpretazione conforme a Costituzione.

Il dott. Massimiliano Sironi, membro della Commissione tributaria nazionale per l’Ordine dei commercialisti di Milano, nonché il dott. Mattia Berti, socio dello Studio La Croce, si soffermeranno, invece, sugli aspetti potremmo dire più ‘pratici’ della disciplina sotto il profilo tributario, spiegandoci anche come l’Agenzia delle Entrate sta compiendo gli accertamenti sulla base di questa disposizione, e quali possano essere le ricadute della disposizione sull’attività di impresa.

A moderare il dibattito sarà Antonio Criscione, giornalista del Sole 24 Ore.

 

 

 

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