Archivio per dicembre 2011

LETTERA ASSOEDILIZIA AL SINDACO di Milano: Imu immobili locati al 4 per mille. La locazione a Milano e sistema ricettivo abitativo dell’area metropolitana. Profilo costituzionalità

dicembre 20, 2011

IMU: ASSOEDILIZIA AL SINDACO DI MILANO

Assoedilizia, l’associazione dei proprietari immobiliari, attraverso il suo presidente Achille Colombo Clerici ha inviato al Sindaco di Milano Giuliano Pisapia una lettera istanza sul tema dell’IMU.

In essa si chiede che l’aliquota dell’imposta municipale (in analogia a quanto già previsto dal decreto legislativo istitutivo del federalismo fiscale municipale)  sia stabilita, ai sensi  dell’art. 13, comma 9, del decreto-legge 6.12.2011, n. 201,   nella misura dello 0,4%  per gli immobili locati e per quelli appartenenti a contribuenti Ires.

“Solo attraverso tale misura – afferma Colombo Clerici– sarà possibile tentare di scongiurare quell’abbandono del mercato della locazione – con le conseguenti tensioni sociali nell’ambito cittadino e metropolitano – che inevitabilmente sarebbe determinato dall’aumento del 60% della base imponibile dell’imposta IMU (rispetto all’Ici) ove lo stesso non fosse accompagnato da un’attenuazione dell’aliquota ordinaria dello 0,76%.”

Colombo Clerici ricorda come il mantenimento e, se possibile, il potenziamento del mercato della locazione immobiliare, sia vitale per Milano onde assecondare e favorire il dinamismo socio-economico che ne caratterizza la vita, non solo a livello urbano ma anche per i riflessi a livello metropolitano (la locazione nella città di Milano sostiene infatti il sistema ricettivo abitativo di tutta l’area metropolitana, anche nella prospettiva di Expo 2015):  per la duplice esigenza, sia di assicurare la mobilità della abitazione e la sua disponibilità da parte dei ceti meno abbienti, sia di costituire una fonte di finanziamento indiretto alle attività commerciali e produttive.”

La richiesta è rafforzata dalla considerazione che “c’è un profilo di costituzionalità della norma che andrebbe valutato.

L’Imu, a differenza dell’ICI, assorbe l’Irpef e “le relative addizionali dovute in relazione ai redditi fondiari relativi ai beni non locati”; ai sensi dell’art. 8 del Decreto Legislativo 14 marzo 2011, n. 23.

Quindi prevedere la medesima aliquota per i beni non locati  e per quelli locati (che nell’attuale sistema producono reddito imponibile assoggettato ad  Irpef ) rischia di introdurre una seria disparità di trattamento fiscale, oltre ogni ragionevolezza, tra le due tassazioni : tant’è che il medesimo decreto legislativo istitutivo del federalismo fiscale municipale, ad evitare quell’effetto distorto, prevedeva un’aliquota dimezzata per l’Imu degli immobili locati; e lo stesso testo originario della norma corrispondente all’attuale art. 13, uscito dal lungo e ponderato lavoro preparatorio condotto dal Governo, prevedeva per gli stessi immobili l’aliquota base del 4 per mille e non quella vigente del 7,6 per mille.” 

 

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Citta Eco-positiva – Camera di Commercio Convegno “Milano 2030” – Colombo Clerici commenta

dicembre 20, 2011

Convegno “Milano 2030: una città eco-positiva” alla Camera di Commercio

I MILANESI IMMAGINANO UNA CITTA’ PULITA, EFFICIENTE, ATTRATTIVA, MULTIETNICA, TURISTICA, COMPETITIVA SUL PIANO  INTERNAZIONALE

Colombo Clerici: “Per mantenere questo target alla città occorrono un serio ripensamento ed una riforma di tutti i rapporti sociali ed economici che sottendono alla nostra realtà, nonché dell’attuale assetto istituzionale.”

Benito Sicchiero

Come sarà Milano 2030? Con i tempi che corrono, e troppo velocemente, la globalizzazione e l’interdipendenza che ci scaricano addosso le conseguenze di eventi lontani e minori e perciò a noi ignoti (“un battito d’ali di farfalla in Cina può essere all’origine di un tifone nel Texas”) è un mestiere rischioso fare il futurologo.
Meglio quindi puntare su come si immagina – non come sarà – la Milano del 2030.

Ecco come si sono espressi i milanesi: multietnica, meno inquinata, turistica, internazionale.
La coesistenza di una pluralità di popoli e culture diverse sarà il connotato distintivo della metropoli del futuro per circa un milanese su tre (30,2%) mentre uno su 10 teme una città conflittuale e socialmente frammentata (9,4%). Per circa la stessa quota di intervistati, invece, tra vent’anni Milano primeggerà nel mondo come città globale (9%), grazie anche al suo ruolo di centro finanziario e di business (6%) mentre un milanese su 7 ha una percezione meno positiva e ritiene che vivrà in una città meno vivibile (14%).

Riduzione dell’inquinamento (23,1 %), rafforzamento della rete di trasporto pubblico (22,1 %) e incremento del verde urbano (12%) costituiscono la ricetta per una Milano migliore, assieme  alla diversificazione dell’ offerta culturale e turistica, al rinnovamento architettonico e alla valorizzazione del patrimonio artistico, indicate dai milanesi come le strategie ideali per accrescere l’attrattività cittadina (rispettivamente col 23,3%, 19,6% e 15,7% delle preferenze).

E più della metà dei milanesi si dimostra fiduciosa anche riguardo la previsione della propria condizione economica futura tra vent’anni, considerata perlomeno stabile (21,1%) quando non addirittura in crescita (per il 33,3% degli intervistati, un milanese su tre): l’8% ritiene addirittura di vedere incrementato il proprio benessere economico in una misura compresa tra il 10 e il 30% mentre per il 13,3% il miglioramento sarà contenuto entro il 10%. 

Solo uno su quattro (25,9%) si dice invece pessimista circa il proprio tenore di vita negli anni a venire, temendo diminuzioni del reddito inferiori al 10% (10,8%) o fino a un terzo di oggi (7,9%). Un cittadino su due, infine, ritiene mediamente adeguata la propria situazione finanziaria attuale mentre il 17,2% si reputa benestante, ma uno su cinque fa fatica. 
Emerge da un’indagine della Camera di commercio di Milano su circa 2.050 persone realizzata nel 2011 e presentata alla Camera di Commercio di Milano nel corso del convegno “Milano 2030: una città ecopositiva”. Un punto di partenza obbligato per immaginare il nostro territorio oltre la scadenza di Expo 2015 e per sviluppare l’idea di una Milano ancora più internazionale, in cui ricchezza e cultura crescano insieme a vivibilità e sostenibilità e che veda protagonisti dello sviluppo dei prossimi anni cittadini e imprese.

I lavori sono durati un’intera giornata con presenze e inviti qualificati:  nel panel Carlo Sangalli, Claudio De Albertis, Pierfrancesco Maran, Alberto Meomartini, Giulio Sapelli, Piero Bassetti, Giorgio Goggi, Aldo Bonomi, Pietro Guindani, Giorgio Rapari, Roberto Zucchetti, Pietro Tagliapietra, Cristina Rapisarda Sassoon, Marco Frey, Maria Berrini, Massimo Ferlini, Chicco Testa, Giovanni Cassinelli, Pierluigi Nicolin, Mario Abis, Matteo Bolocan Goldstein, Paolo Caputo, Marco Rizzi, Beniamino Saibene, Lucia De Cesaris.

Al convegno è stato presentato il blog PubblicaMente Milano 2030.

Achille Colombo Clerici presidente di Assoedilizia così commenta: “Positiva l’immagine della città nel 2030, emersa dalla ricerca, che però appare datata, in quanto non tiene conto di ciò che è avvenuto,in campo economico, in questi ultimi tempi.

La recessione obbligherà a  ripensare tutti i progetti – dal Patto Casa a Expo 2015 al PGT – elaborati prima del novembre 2011.

Temo un impoverimento di Milano, in particolare per quanto riguarda la sua offerta di attività e funzioni non legate all’offerta di beni primari, come ha cominciato a dimostrare la sofferenza di botteghe artigiane, negozi storici, librerie, negozi di articoli tradizionali e di nicchia.

Un colpo all’attrattività e alla bellezza stessa della città – se con bellezza intendiamo anche la pluralità di beni funzionali-culturali che essa mette in mostra ed offre alla godibilità pubblica  – che impone agli amministratori pubblici ed ai cittadini una riflessione profonda sulle contromisure da adottare.” 

 

“Patto per la casa: Nuove politiche per l’abitare” – Riunione plenaria in Regione Lombardia – Assoedilizia APPELLO ai Comuni: aliquote Imu per immobili locati al 4 per mille

dicembre 19, 2011

Patto per la casa, nuove politiche per l’abitare 

Colombo Clerici: “Il patto sarà vanificato dalla pressione fiscale sugli immobili in locazione.
APPELLO AI COMUNI: aliquote Imu al 4 per mille, per gli immobili locati”

Benito Sicchiero

La Lombardia, la Regione più ricca d’Italia, presenta gravi carenze nella politica abitativa: troppa la domanda di affitto a canone sociale e moderato, insufficiente l’offerta.
 Il fenomeno si è aggravato per la crisi economica e finanziaria.

Non solo. La stessa domanda abitativa è cambiata, quantitativamente e qualitativamente.
È diventata una questione che coinvolge un numero crescente di famiglie in forma eterogenea e diversificata: l’aumento del numero di persone povere, l’emergere di una domanda di carattere temporaneo (dovuta a motivi di salute, di lavoro, di studio, di famiglia), la difficoltà, soprattutto per i più giovani, di raggiungere l’autonomia abitativa sono solo alcune delle principali caratteristiche del fenomeno.

Perciò la Regione ha raccolto attorno a un tavolo l’intero sistema lombardo del settore (pubblico, privato, sociale) per elaborare una soluzione battezzata Patto per la Casa, che verrà ufficialmente sottoscritto il prossimo mese di gennaio tra Aler, organizzazioni sindacali, amministrazioni locali e soggetti del mondo economico, finanziario e solidale, mondo cooperativo, associazioni dei proprietari e degli ordini professionali. 

Dieci i punti attorno ai quali si articola il ‘Patto’: welfare abitativo; offerta abitativa in affitto; grandi progetti di riqualificazione urbana; risparmio energetico e risanamento ambientale del patrimonio abitativo; rilancio del ruolo delle Aler e accreditamento per l’housing sociale; fondi immobiliari; informazione ai cittadini; leve urbanistiche per l’abitare sociale; le migliori esperienze; sicurezza e socialità. “Queste – ha spiegato l’assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti – sono linee di intervento che abbiamo definito ascoltando il territorio, per proporre una innovativa politica abitativa che risponda a bisogni crescenti, e non mi riferisco solo all’aumento della cosiddetta ‘fascia grigia’, in un contesto di risorse sempre più esigue”. Zambetti ha confermato che il Tavolo istituzionale che ha portato alla redazione del ‘Patto’ continuerà a lavorare puntando a “valutare la situazione e applicare le dieci linee di intervento nel corso della legislatura, verificando il suo stato di avanzamento.

E’ convinzione universale che il “problema casa” stia diventando socialmente insostenibile, come ha riassunto per tutti Antonio Intiglietta, presidente di Ge.Fi ed esponente di primo piano della Compagnia delle Opere: “La domanda cresce, la risposta è scarsa. Il rapporto tra quanto fatto e ciò che la società chiede è risibile”.

Il presidente di Federlombarda Edilizia Achille Colombo Clerici osserva:
“Il prorompere della crisi economica di questo autunno ha cambiato radicalmente il quadro sociale ed economico in cui si inscrive il problema abitativo in Italia ed in Lombardia.

La manovra finanziaria ter varata dal Governo, con il pesantissimo inasprimento della pressione fiscale sugli alloggi in locazione, soprattutto quelli a più basso costo destinati alle fasce di utenza dei meno abbienti, rischia di dare il colpo di grazia a quella offerta in locazione che negli ultimi anni ha rappresentato il vero volano per affrontare il problema casa nella città di Milano e nella Lombardia.

Ci auguriamo che i Comuni, ed in primis il Comune di Milano, sensibili alla esigenza di evitare in massimo grado ogni possibile sconvolgimento dell’attuale assetto tra domanda ed offerta di abitazioni, nel decidere entro il 31 dicembre, sulla base della attuale “Manovra”, le aliquote Imu applicabili dall’anno venturo, optino, come previsto dalla legge, per l’adozione dell’aliquota minima del 4 per mille, applicabile agli immobili locati.”

Nella foto: il Presidente di Assoedilizia, Avv. Achille Colombo Clerici

Istituto Italo Cinese Isic – Università Cattolica, Milano – Seminar sulla giustizia

dicembre 19, 2011

  Seminar su ‘Giustizia e Società’

 Incontro del 14 novembre 2011

  

Come sviluppo della nostra ricerca, ho ritenuto opportuno fissare qui alcuni pensieri, in parte già espressi verbalmente nel corso del dibattito.

 1. Obiettivo del seminar è riflettere su temi e questioni di giustizia presenti nella nostra società. Quando parlo di giustizia ne parlo nel senso più generale, e con riferimento a problemi individuali e a problemi collettivi. Sia alla giustizia espressa nelle leggi, praticata da specialisti nei tribunali o negli studiosi del diritto, sia a quella del sentire della comunità e dei diversi gruppi presenti nelle diverse comunità nelle varie parti del nostro paese e del mondo.
Questo approccio generalissimo ovviamente include, anziché escludere. E ciò credo sia dimostrato anche dalla varietà dei temi proposti per una riflessione e dibattuto nello sviluppo del nostro lavoro.

2. Si è partiti dalla riflessione di Michael Sandel perché questo studioso ha scritto un libro dal titolo ‘Giustizia’, uscito in contemporanea con un altro di Amartya Sen, ‘L’idea di giustizia’, entrambi pubblicati nel 2009. Su Sen abbiamo già tenuto in Cattolica due seminari, anche in connessione con i quali, oltre che per un lungo lavoro sul tema che dura dagli anni Ottanta, con lo stimolo e appoggio di Carlo Beretta, Alberto Quadrio Curzio e Guido Merzoni, abbiamo lanciato questa proposta a persone di diverse facoltà, a iniziare da Giurisprudenza e Sociologia, che hanno accolto l’invito a partecipare a questa impresa. Ovviamente si sarebbe potuto partire anche riflettendo in altro modo. Siamo partiti da qui perché da un anno stavo lavorando su questo studioso, e con particolare riferimento all’ultimo libro avevo scritto due paper, presentati alla lettura dei partecipanti.

3. Ritengo, anche se è ovviamente opinabile, che il libro di Sandel sia importante. Nell’incontro è stato  espresso un atteggiamento critico sia nei confronti del libro di Sandel, sia del metodo seguito in questo avvio di lavoro, invitando a concentrarsi su uno specifico tema. Ora il libro di Sandel è tutto su uno specifico tema:la giustizia. Su questo tema si confrontano da secoli studiosi e persone interessate a cercare di capire e applicare qualcosa che sia definibile e applicabile come ‘giusto’ e ‘ingiusto’. e quanto meno dal 1971, il tema è tornato sulla scena in modo particolarmente forte.
Sandel si confronta con situazioni e problemi che come regola del tutto generale non riteniamo affatto espressi con riferimento a casi limite o paradossali, ma invece ben presenti nella nostra società, anche in Italia, e anche qui discussi in modo impegnato. Sandel, per valutare la risposta da dare in termini di giustizia a questi problemi sul tappeto, si confronta con il pensiero di alcuni filosofi, ed esprime una sua soluzione, in parte basata sulla ragione e in parte sul sentimento.
Nei miei paper che ho presentato ho compiuto un’analisi del lavoro di Sandel, e sono giunto a talune conclusioni. Desideravo e desidero sapere se le mie argomentazioni sono condivise, o se non lo sono, e in tal caso, per quale motivo.
Questo ritengo debba essere il nostro modo di procedere anche nei successivi incontri del nostro seminar, e per quanto mi riguarda mi impegno a riflettere e comunicare per iscritto in modo preciso le mie opinioni su qualsiasi rapporto venga presentato.

4. I partecipanti al seminar vengono tutti con la loro storia, preparazione, e anche specializzazione accademica. Però non credo che nell’affrontare problemi complessi e intricati come quelli sul tappeto sia usabile solo o tanto la preparazione specifica settoriale (di giuristi, sociologi, economisti, teologi, letterati, o altro).
Intendo dire: su talune questioni che toccano i valori e le concezioni fondamentali, per le singole persone o per la società, sono in grado di dire il loro motivato punto di vista tutte le persone che hanno a cuore certi temi, che li considerano importanti, e che sono in grado di argomentare. Non è la specializzazione accademica a dover contare, ma la qualità dell’argomentazione, a cui si deve rispondere e controbattere con altrettanto adeguate argomentazioni. Per inciso: in ogni disciplina, e in generale, vi sono state ‘controversie sul metodo’ durate decenni, e confronti anche secolari, che di tanto in tanto riaffiorano. Penso sia il caso che ognuno presenti le proprie argomentazioni usando il metodo che ha elaborato o di cui comunque è portatore. Si vedrà se sarà in grado di superare il confronto nel dibattito.

5. Un fondamentale problema emerso è se siamo in grado di definire che cosa è una vita buona e una società buona, e se giustizia è organizzare la nostra vita e la nostra società in vista di quegli obiettivi.
Credo che oggi esista una enorme diversità di opinioni sull’argomento. Innanzitutto – come ho enfatizzato – non ritengo che tutti oggi abbiano gli stessi valori, le medesime concezioni della vita e della buona vita, nella nostra società e anche alla scala mondiale. Si pensi anche soltanto all’ambito religioso. Non è forse diffusa l’opinione che molti (non dico ovviamente tutti) nella società post-moderna, e magari post-cristiana, tendono a costruirsi e a vivere una religione personale? E questo non implica forse una varietà enorme di differenze in termini di cosa è giudicabile buono o cattivo, giusto o ingiusto, a livello personale e nella società? Adriano Pessina ha citato san Tommaso che viveva in una situazione in cui si doveva confrontare con musulmani ed ebrei, e le loro diverse concezioni. Forse che oggi non esistono più società e persone appartenenti a culture, civiltà, e pensieri religiosi e civili con loro specificità molto marcate e anche diverse da quelle cristiane? e quelle cattoliche, da quelle di varie denominazioni cristiane cattoliche, ma dotate di una specifica e con vari seguaci ed elaborazioni? E pensieri di filosofi laici, ben differenziati tra loro, e con più o meno numerosi seguaci?
Sia ben chiaro che con questo non intendo affermare che non ci sia stata quella che Pier Paolo Pasolini ha definito ‘omologazione’, cioè che non sia presente nel mondo occidentale un ethos dominante. Intendo affermare che vi è anche una molteplicità di posizioni etiche non dominanti, ma non per questo da considerare come inesistenti, e quindi da trascurare.

6. “Gli esiti dipendono da chi mette le carte in tavola”. Se non comprendo male, ciò significa che se le carte in tavola sono messe da un sostenitore del pensiero liberale, gli esiti saranno di un certo tipo, se da un sostenitore di una posizione non liberale, saranno diversi. Bene: il mio punto di partenza è stato ed è proprio quello di muovermi in una prospettiva liberale. E intendo: una prospettiva nella quale sia ipotizzato di attribuire la massima importanza possibile al valore della libertà individuale, sia nella scelta delle regole (e quindi della giustizia) per la propria vita, sia per la collettività. Il problema allora è proprio come possa essere conciliato il mantenimento della libertà, con il raggiungimento di taluni obiettivi e condizioni di vita che in base a determinate concezioni siano ritenute di particolare valore.
Sono consapevole che – come è stato detto –le democrazie liberali siano in realtà ‘degli ordinamenti oligarchici sottoposti a periodiche verifiche elettorali’. Cioè, in ogni caso, anche assumendo un approccio liberale e democratico, si deve tener conto dei suoi limiti concreti, a iniziare dalla effettiva capacità e possibilità per tutti di partecipare alle scelte collettive. E però anche in una società come la nostra è possibile per singoli e per gruppi di varia importanza elaborare, sostenere e e portare nel dibattito pubblico le proprie posizioni sulle concezioni del bene, personale e collettivo.

7. Questione dell’’io multiplo’. Non so se questa locuzione abbia un fondamento empiricamente verificabile, né se valga per tutti gli esseri umani. Lo porgo alla nostra riflessione come una metafora, che intende raccontare una situazione personalmente sperimentata, che corrisponde peraltro a un analogo racconto di altre persone con cui ho scambiato riflessioni ed esperienze. Con la metafora dell’io-multiplo intendo riferirmi al fatto che in noi, nella nostra formazione, a influenzare, costruire, e in una certa misura determinare la nostra personalità, la nostra concezioni di quello che consideriamo buona vita per noi, non si costruisce un unico modello di riferimento. E dunque allo stesso tempo si presentano a noi, come singole concrete persone, come modelli di riferimento, personaggi e visioni capaci di affascinarci, in cui ci dentifichiamo perché vorremmo essere come loro. Perché ci pare che essere come loro, vivere come loro, sia veramente bello, significativo, e capace di dare senso alla vita. E sottolineo la simultaneità, la contemporaneità della presenza e della valorizzazione e introiezione di questi modelli. E per chiarire meglio il concetto, faccio l’esempio di cosa intendo: il modello, la vita, la cultura rispettivamente dei monaci e dei cavalieri, o, per un altro riferimento, il modello di Gesù e dei lirici greci.
Vorrei sottolineare che questa dicotomia di valori è importante per la nostra riflessione sulla giustizia. Perché se giustizia è formazione e rispetto delle regole che noi, come singole persone e come collettività riponiamo in vista di quella che consideriamo buona vita, questa ambiguità, polivalenza nei fini, determina problematicità nella definizione-individuazione delle concezioni di giustizia. E quindi del far convivere in modo accettabile, positivo, o quanto meno non distruttivo, la compresenza di concezioni della buona vita non solo distinte, ma magari frontalmente contrapposte. E questo è proprio il problema di fondo che Sandel affronta, e che anche noi ci troviamo ad affrontare. Come costruire dei valori comuni, concezioni comuni del bene, che permettano di non far esplodere e sconvolgere una società, e allo stesso tempo fare in modo che anche i portatori i valori diversi, di diverse concezioni del bene possano essere considerati (e sentirsi) parte della società.
E a livello personale, come riuscire a far convivere modelli di vita fortemente diversi.
Lascio aperto il problema di cosa possa significare a livello personale la presenza di modelli e concezioni di vita fortemente diversi, e l’inevitabile fatto che in ogni momento un certo modello debba prevalere e prevalga, venga seguito, debba essere seguito. Il che determina inevitabilmente – ci sembra – un equilibrio precario.
Mi domando se un simile equilibrio non possa che essere analogamente precario anche nel contesto delle realtà delle società internamente non omogenee, come nelle nostre società occidentali. Nella realtà concreta delle società liberali e democratiche, nelle quali appunto le concezioni del bene e della buona vita non siano predeterminate, predeterminabili, né imposte o imponibili coattivamente, come quando si è in una società non liberale, governata in modo autoritario.

8. Mediazione e giustizia. Nella realtà sociale, come in quella individuale, e in modo manifesto ancor più, si trovano orientamenti in conflitto, quanto alle regole, perchè quelli che si considerano elementi per una buona società non sono uguali per le diverse persone, gruppi, etc. Queste diversità possono dar luogo a rilevanti tensioni, quando le posizioni contrapposte, assunte in base  principi forti, siano ritenute dai loro portatori ‘non negoziabili’, cioè non mediabili in un dibattito pubblico condotto secondo ragione. Di fatto situazioni di questo genere possono essere, e di fatto sono presenti nelle nostre società occidentali. Tuttavia vi sono conflitti per i quali la mediazione è possibile. Ad esempio, in modo generale, per le questioni relative alla ripartizione dei beni, naturali o frutto della cooperazione sociale. La mia opinione,è che per quelle situazioni dove la mediazione sia possibile, questa si possa tradurre nella ricerca di una regola accettabile, cioè di una accettabile concezione di situazione buona in una realtà concreta, quindi espressione di un principio di giustizia. E non meramente una situazione di ‘modus vivendi’.

9. Nesso tra legge e giustizia. Guido Vestuti ha posto il problema del giudice che dovendo applicare una legge in un certo momento storico e in un contesto statuale, si trova poi a venire accusato e giudicato, in una situazione politicamente diversa, per aver applicato determinate leggi. E allora, giustizia è osservare e applicare le leggi vigenti in un certo momento in uno stato, oppure invece giudici e cittadini possono (e magari devono) giudicarle, in base a concezioni del bene diverse da quelle che hanno ispirato i legislatori? Il riferimento in senso di ‘non obbligo di osservanza’ è abitualmente fatto a leggi di certe epoche, come quelle del periodo fascista e nazista. Ma il problema si pone perchè quelle leggi erano giudicabili come radicalmente sbagliate e inique, oppure perché il nazismo e il fasciamo sono stati sconfitti in guerra? E faccio riferimento a tutte le leggi, non solo a quelle che vengono esplicitamente – e penso universalmente – considerate criminali.
Il fatto è che le leggi sono (necessariamente) espressione del potere, sia nel momento in cui vengono promulgate, sia in quello in cui vengono coercitivamente applicate.
Ora il potere può derivare da una procedura liberale e democratica, cui i singoli cittadini secondo certe modalità possono partecipare (anche se necessariamente alla fine le decisioni devono venire assunte a maggioranza), o invece da una procedura autoritaria. Dal punto di vista della giustizia, se giustizia è osservare tutti i patti cui sia stato dato volontario assenso, è ingiustizia non osservare le regole che non si condividono? E nella realtà concreta, quando il governo che prende le decisioni e stabilisce le leggi non sia liberale e democratico, e quindi la partecipazione dei cittadini alla elaborazione delle leggi sia stata nulla?

10. Il merito nell’attribuzione di posizioni sociali e di quote di ricchezza. Luigi Campiglio ha posto attenzione a uno dei temi sui quali Sandel si sofferma come problematici e rilevanti nel dibattito sulla giustizia.. Il tema della differenza tra i livelli retributivi dei manager rispetto a quelli dei livelli inferiori nelle medesime imprese. Campiglio fa emergere il nocciolo della questione in gioco. Il problema oggettivamente evidente della disuguaglianza, vale a dire delle differenze nella considerazione sociale delle diverse posizioni, nelle imprese come nelle attività artistiche, culturali, sportive, religiose, e alle relative remunerazioni. Vale a dire le quote di risorse, di beni, patrimoni, reddito, onori. Qual è la logica, la razionalità, la moralità della disuguaglianza negli onori e nelle remunerazioni attribuite in particolare oggi nelle società occidentali? Vale a dire nelle società liberali e democratiche che in termini economici si esprimono nelle economie di mercato?
Oggi, in modo particolare nel nostro paese, viene enfatizzato il tema del merito. E in termini precisi viene posto con la formula-obiettivo della ‘meritocrazia’. La logica che sta dietro un simile concetto è che sia bene, sia utile e positivo per la nostra società che ogni persona debba ricevere onori e reddito in base a ciò che essa esprime in concreto. Su questo tema Campiglio – se non ho inteso male – si impegna per una riflessione da sottoporre al seminar.

Andrea Villani

 Hanno partecipato all’incontro del 14 novembre 2011

 Simona Beretta
Luigi Campiglio
Ferdinando Citterio
Achille Lineo Colombo Clerici
Vittorio Benito Frosini
Alessandra Gerolin
Chiara Leproni
Pierluigi Lia
Giancarlo Mazzone
Daniela Parisi
Fausta Pellizzari
Adriano Pessina
Italo Piccoli
Assunto Quadrio Aristarchi
Sergio Scotti Camuzzi
Claudia Rotondi
Giancarlo Rovati
Alessandro Rovati
Bianca Maria Spricigo
Renata Targetti Lenti
Luciano Venturini
Guido Vestuti
Andrea Villani 

  

 

Ricerca della virtù e narrazione comunitaria

 Prima stesura 3 novembre 2011

La giustizia secondo Michael Sandel

 

1. Michael Sandel continua la riflessione e il dibattito avviato negli anni Settanta, nel confronto scatenato da John Rawls col suo A Theory of Justice del 1971. Come probabilmente non è noto a tutti, per quello che si può vedere e leggere, le tesi di Rawls vennero sottoposte a una quantità di critiche, di fronte alle quali man mano nel tempo Rawls modificò le sue posizioni. Desta un non piccolo stupore  il vedere come molti facciano preciso puntuale riferimento al Rawls del 1971, come se le critiche rivolte alle sue prime tesi fossero state irrilevanti, e i suoi cambiamenti quasi insignificanti.
Tra i momenti di critica e confronto vi è quello espresso dai communitarians. Di fatto, nel dibattito sul tema svolto soprattutto nel mondo anglosassone, vennero a confronto posizioni liberal, che ponevano come punto focale l’individuo, e sottolineavano come i valori collettivi da stabilire come validi per tutti nella società dovessero nascere da un patto tra individui (cioè tra i soggetti facenti parte di una società), quindi avendo l’individuo, the unencumbered self, il soggetto disincarnato come deus ex machina, punto di partenza dei valori, versus coloro che invece sostenevano che il soggetto non viene dal nulla, viene da una comunità, che lo forma, lo fa crescere, gli attribuisce i valori. E quindi la concezione del bene, del giusto, del bello, la concezione della polis, con la sua storia, inevitabilmente diventa anche la storia del singolo individuo, del singolo cittadino.
Da un parte dunque si ebbe un immediato sviluppo critico nel contesto dei liberal individualisti a iniziare da Robert Nozick, nelle sue lezioni tenute alla Harvard University già nel 1972, alternandosi con il communitarian Michael Walzer. Accanto a Nozick, tra i liberal, va certamente collocato James Buchanan; accanto a Walzer; tra i comunitarian, Michael Taylor, Michael Sandel, Alasdair McIntyre.
Più di quarant’anni dopo, il tema è ancora di fronte a noi, e va sottolineato che non è lo è soltanto in un dibattito nell’Accademia, ma lo è anche nella società, a iniziare dal momento politico, così come – ovviamente – da tutti coloro che in qualche modo si preoccupano di cosa è buono e giusto da perseguire nella propria vita e cosa è buono e giusto da perseguire nella società. E si intende: nelle microsocietà della comunità locale; nella società comunale; nella società di tutti gli esseri umani, nel mondo globalizzato, rappresentato anche formalmente dalle Nazioni Unite, che pongono regole e indirizzi con una concezione della giustizia e della buona vita per tutti gli esseri umani.
Le questioni di cosa è il bene, la buona vita, la giustizia da perseguire, o delle cui violazioni o carenze rammaricarsi e combattere, è drammaticamente sul tappeto, oggi in modo particolare, ma da non poco tempo; soprattutto da quando concezioni  e valori tradizionali che sembravano indiscutibili e consolidati – quanto meno nelle singole concrete società – sono andati in frantumi. E ormai, specie certamente nel mondo occidentale, quello a noi più noto, si confrontano concezioni della buona vita e della giustizia portate da singoli e da diversi gruppi di persone secondo un approccio individualistico, mentre d’altra parte nell’ambito sociale non esiste certamente più una singola tradizione, un solo insieme omogeneo di valori comunitari, ma molte tradizioni, molte culture. E tra queste culture, quella individualistica liberale, seconda la quale dovrebbe essere ogni individuo a costruirsi e decidere i suoi valori e gli obiettivi di vita rilevanti, per sé e per la società in cui vive.

2. Michael Sandel mette in gioco i temi più scottanti sui quali è durissimo il confronto negli Stati Uniti, ma certamente non meno in Italia: i temi della bioetica e del matrimonio tra persone del medesimo genere; e con riferimento al  mercato: cosa può essere acquistato e venduto del corpo umano, e se e come la libertà di mercato nei termini più generali possa venire regolamentata dal potere pubblico.
Sandel propone alla nostra riflessione questi esempi; a noi sappiamo che non sono in gioco soltanto questi. Sono in gioco anche quelli elencati da Amartya Sen quando fa riferimento a situazioni di clamorosa ingiustizia da eliminare; ma accanto a queste una miriade di altre questioni – individuali e sociali – che toccano la nostra vita. Sono in gioco temi di giustizia distributiva; temi di libertà civili; temi di giustizia penale.
La riflessione può partire da qui. Se non ci fosse già una Costituzione, o sela Costituzionefosse da riformare – come da varie parti si sostiene della nostra – quali valori fondanti si dovrebbero introdurre? Quale modello di buona vita, per i singoli cittadini e per i rapporti individuali e sociali, si dovrebbe stabilire? E scendendo di scala, in modo esplicito e minuto, dai valori generali espressi nella Costituzione, ma arricchendoli e specificandoli, quali concezioni di buona vita e giustizia dovrebbero essere insegnate nelle scuole? e più giù ancora, da parte dei genitori ai loro figli, fin dalla prima infanzia? Diciamo e sottolineiamo: ‘dovrebbero’, in una visione normativa, volta cioè a individuare come le cose dovrebbero andare per andare bene. Orbene: Sandel non pone alcuna attenzione al modo concreto con cui presumibilmente vengono prese le decisioni, formulati i giudizi personali, o i giudizi nei tribunali; e le ragioni del cuore che la ragione non comprende non rientrano nel suo ambito d’interesse. Sia ben chiaro in proposito il nostro punto di vista. Piaccia o non piaccia, i sentimenti giocano una grande parte nella vita umana, senza dubbio alla scala individuale; presumibilmente anche in quella collettiva, nel costituire ethos, tensioni dominanti, che determinano o possono determinare tutto un popolo, e quindi anche i comportamenti dei singoli cittadini. Certo, tener conto di simili pensieri e sentimenti complica terribilmente la riflessione su razionalità e moralità (o, in termini diversi, su bene e giustizia) di fatti, comportamenti, pensieri, giudizi, decisioni di singoli o di collettività.
Abbiamo detto che Sandel in tutto il suo volume non tiene conto del ruolo dei sentimenti e delle ragioni del cuore nella configurazione-elaborazione dei valori e di ciò che ispira la propria vita, e quindi nelle decisioni che si prendono o si devono prendere. Ma è davvero così nella riflessione e analisi di Sandel? Certamente è così in modo esplicito. Noi possiamo vedere innanzitutto come egli proceda prendendo in considerazione il pensiero di filosofi come Aristotele, Kant, Bentham, John Stuart Mill, Rawls, i libertari. MacIntyre. Soltanto di questi, come paradigmatici, in quanto capaci di esprimere in modo originale  posizioni ideali e tipiche con le quali si vuole confrontare, per giungere a una sua posizione su cosa sia bene considerare giusto per una persona e una società. Sandel compie dunque una lettura del pensiero dei filosofi sopra indicati; confronta questo pensiero con problemi concreti rispetto ai quali si trova si fronte, e anche in conseguenza dell’esito esprime un giudizio.

3. E’ bene rendere esplicito ciò che è in gioco in vista di esprimere una valutazione e cercare, se possibile, di giungere a una conclusione la più rigorosa possibile. La questione è: che cosa è giusto? che cosa è ‘giustizia’? La giustizia, ha a che fare con il bene? ‘Il giusto’ e ‘il buono’ sono due entità – concettuali innanzitutto – diverse tra loro? ‘Essere giusti’ significa seguire in modo preciso certe regole che definiscono la giustizia? Ma – a parte chi stabilisce (o dovrebbe stabilire) queste regole – perché mai, e in vista di che cosa le regole che definiscono i giusti comportamenti devono essere stabilite? E come di fatto, nel concreto delle vicende storiche, queste regole sono state stabilite?
La risposta che si può dare, e che essenzialmente è stata anche data, è: le regole sociali servono a rendere possibile una civile ordinata convivenza. Cioè, potremmo dire con altre parole, una buona vita collettiva, id est una buona vita di tutte le persone nella società. E le regole di giustizia per il comportamento individuale – di una persona con se stessa, e nei rapporti con i singoli altri, con le istituzioni, con le cose, con gli ‘animali non umani’, per dirla con Martha Nussbaum, presumibilmente per stare bene, per vivere una buona vita, la migliore possibile.
In quello che abbiamo scritto qui, ‘il giusto’ viene posto in stretto legame con ‘il buono’, la giustizia è finalizzata al bene, sia individuale che collettivo. Inteso nel modo qui detto, il ‘giusto’ non è coincidente col ‘buono’, il giusto è strumentale rispetto al buono, rispetto al bene. La giustizia si esprime, si deve esprimere necessariamente attraverso regole di comportamento (inteso nel senso più ampio). Teoricamente, seguendo con impegno e diligenza quelle regole, se le regole sono valide, si dovrebbe realizzare una buona società, un buona vita civile, e – a livello individuale – una buona vita personale.
E’ così? Osservando la realtà possiamo rispondere che non è così. Innanzitutto perchè sulla qualità della vita di una società come di un individuo non influiscono soltanto le loro decisioni. Mettiamo bene in evidenza: influiscono innanzitutto quelli che i britannici definiscono ’facts of God’. Condizioni umane non determinate da decisioni personali; condizioni fisiche e psichiche dalla nascita, eventi esterni alla persona non legati a decisioni individuali, come un’alluvione, un terremoto, uno tsunami, una pestilenza. E per azione umana, un’aggressione di un popolo contro un altro, di una persona contro un’altra.
I ‘fatti di Dio o di Natura’ seguono regole imperscrutabili, frutto di una razionalità diversa da quella degli esseri umani. E si può certamente sostenere – e personalmente sosteniamo – che ad esempio disuguaglianze anche molto forti che si verificano tra le persone al momento della nascita sono ingiuste perché portano a esiti di capacità e condizioni di vita fortemente differenziate, senza il minimo dubbio capaci di causare sofferenza personale e tensioni sociali. Cioè certamente il contrario del bene e della buona vita, individuale e  sociale, per quanto valutabile dal sentire umano, dalla ragione umana.
Ma – come dicevamo sopra – non conosciamo la regola, il criterio che determina una distribuzione dei talenti come quella che avviene già dalla nascita tra gli esseri umani. Per cui l’azione di giustizia che si ha da compiere tra gli esseri umani è cercare nel miglior modo in cui si è capaci, di stabilire delle regole – cioè dei criteri certamente definibili di giustizia compensativa o riparatrice – che abbiano come finalità di ridurre le disparità, di aiutare i soggetti meno favoriti alla nascita da Dio o da Natura per aiutarli a stare meglio, per avere – per quanto possibile – una buona vita, o comunque la migliore possibile.
Un punto cruciale della vicenda, anzi, forse il punto cruciale, riguarda chi stabilisce – anzi, chi deve stabilire – le regole, i criteri di decisione che dovrebbero consentire di perseguire il bene, e – per quanto possibile – di raggiungerlo.
Sembrano essere in gioco diverse alternative. La più antica, ma ancora ben presente, è quella di un soggetto dotato di potere, che con la forza, unita a capacità, a carisma, fascino, capacità di persuasione, dichiarazione di rivelazioni dirette da Dio o dagli Dei, stabilisce le regole, le leggi che tutti devono seguire.
Come è evidente, questa soluzione esclude la libertà.
La soluzione alternativa è quella in cui i criteri per la collettività (regole, leggi) sono stabiliti attraverso un sistema democratico e le regole di comportamento individuale – e dunque per le scelte individuali, quale che sia il bene da raggiungere – sono  stabilite liberamente dalla singola persona. Questa seconda alternativa può essere intesa ed espressa in termini rigidi, estremi, come se gli individui prescindessero (o potessero prescindere) dalla realtà storica concreta, cioè potessero agire in totale autonomia rispetto agli altri individui e rispetto alla società; oppure invece, più ragionevolmente, tenendo presente che ogni persona è nata, è vissuta e vive in un certo ambiente umano, in una società con cui interagisce, da cui in certa misura è determinata, e che in qualche modo e misura, ancorché magari piccola e marginale, tende a determinarla.

4. Michael Sandel prende in considerazione il pensiero di alcuni importanti filosofi – Aristotele, Bentham, John Stuart Mill, Kant, Rawls, Nozick, McIntyre, con riferimento alla loro elaborazione sulla questione giustizia. Ciò lega in qualche modo la loro posizione per quanto riguarda questo argomento.
La sostanza della riflessione di Sandel è nel senso che le tesi di Bentham, Kant, Rawls, nonché dei libertari, sono inaccettabili, perché – puntando sulla mera autonomia individuale da una parte non offrono alcuna garanzia sull’esito, cioè sulla qualità, il valore, la validità di ciò che i singoli individui verrebbero a scegliere esprimendosi (ovviamente nell’ipotesi che riescano a realizzare quello che hanno scelto). D’altra parte secondo Sandel – come secondo McIntyre – non esiste e non può esistere una completa autonomia delle singole concrete persone. Ognuno sarebbe figlio della propria comunità; le concezioni di giustizia di una società, prima che di una persona, sarebbero frutto di una storytelling, di una narrazione, come dice McIntyre con linguaggio immaginifico.
Per quello che riusciamo a comprendere la tesi-aspirazione di Sandel è qualcosa che riesca a tenere insieme le tesi di Aristotele con quelle di McIntyre. Per Aristotele giustizia è nella ricerca del bene. Ogni persona per essere giusta deve ricercare il bene, ricercare la virtù. E ricercando la virtù troverà la felicità. Ma virtù e felicità, nella concezione di Aristotele, non sono frutto di una invenzione-intuizione personale. Il telos deriva dalla comunità, nasce nella comunità. I valori civili e umani di Aristotele sono dunque valori repubblicani; la sua democrazia è una democrazia repubblicana; la singola persona ha senso, qualità, ragione, valore, in quanto desunta dalla comunità-collettività. In questo senso Aristotele si fonde con McIntyre. Entrambi danno valore alla tradizione.
Che dire? Innanzitutto dobbiamo osservare che le letture-interpretazioni che Sandel compie del pensiero di Bentham, Mill, Kant, Rawls, e anche di McIntyre, presentano non piccoli limiti che vanno messi in evidenza.
Immanuel Kant sostiene tesi che appaiono piuttosto paradossali. Se noi – seguendo nostre inclinazioni, che possediamo per educazione, cultura o natura –  preferiamo poetry a pushpin, in realtà non saremmo liberi, proprio perché condizionati da una inclinazione che non abbiamo scelto. Siamo liberi invece quando i fini che perseguiamo sono frutto di una nostra autonoma, personale elaborazione.
Sandel non dice niente per discutere questa tesi.
Ora, che significa:‘frutto di una nostra personale elaborazione’? Se davvero siamo condizionati da natura e storia, se siamo addirittura totalmente condizionati, le nostre elaborazioni, i nostri fini, anche quelli più accuratamente meditati, non potranno essere del tutto liberi. L’individuo kantiano è totalmente disincarnato, totalmente unencumbered, per usare il linguaggio di Sen e dei Communitarians.
Sandel non fa questa osservazione. Quello che egli nota è che in ogni caso questo individuo kantiano nelle sue scelte non riesce a esprimere un concezione di giustizia che prescinda da sé, dai suoi interessi, dalla sua cultura, E dunque non si può dire che riesca a realizzare una concezione di giustizia, un’idea di giustizia universale, che tenga conto degli altri, che possa valere per tutti.
Secondo Sandel è John Rawls che due secoli dopo riesce a risolvere questo problema, ipotizzando – con la sua elaborazione della ’posizione originaria’, dell’individuo ‘dietro un velo d’ignoranza’, una condizione in cui il soggetto sceglie totalmente senza condizionamenti, e quindi ciò che sceglie come giusto ha – o quanto meno dovrebbe avere – valore universale.
Il limite fondamentale di questa lettura del pensiero del primo Rawls (cioè quello di A Theory of Justice) è nell’idea che gli individui dietro l’ipotetico velo d’ignoranza, e come tali disinteressati, senza conoscenza di quella che potrebbe essere la loro parte, il loro ruolo, la loro posizione nella vita – abbiano qualche nesso con gli individui reali, e che l’ipotetico patto stipulato in quelle condizioni abbia (o possa avere) qualcosa a che fare con accordi, patti, contratti stipulati tra i concreti, reali esseri umani.
Quello che c’è di preciso, definito, concreto nella visione del primo Rawls è l’esito che egli ritiene dover poter desumere dall’ipotetico contratto tra individui dietro il velo d’ignoranza. Vale a dire i due ugualitari principi di giustizia. Uguale libertà per tutti, uguale disponibilità di beni primari. Quell’obiettivo in realtà è stabilito a priori, come una posizione di’costruttivismo kantiano’ nella teoria morale, come è definito a un certo momento dallo stesso Rawls.
Non è chiaro nel discorso rawlsiano in che modo quella teoria dovrebbe giocare nel determinare i comportamenti individuali, mentre è chiara e ben specificata la parte che dovrebbe giocare nel determinare il modo di essere e di operare delle istituzioni. 

5. Quanto alla tesi libertaria, per gli aspetti economici il mercato, per il resto la massima libertà di comportamento individuale, e in generale, per quanto riguarda l’attribuzione dei beni e dei mali (cioè delle pene), a ognuno secondo il suo merito o demerito. Sembra chiaro, sembra evidente che se si attribuisce alla libertà il valore primario e fondamentale, si deve ammettere che debba essere il singolo concreto soggetto a poter decidere i fini da perseguire, e anche le modalità per perseguirli concretamente. Se questo è il quadro di riferimento, il momento collettivo, il governo, dovrebbe porre delle regole di comportamento volte soltanto a rendere compatibili le diverse espressioni di libertà. Vale a dire evitare che le singole persone, agendo come desiderano in vista del loro bene, del bene come da loro definito, vengano a violare l’ambito di ricerca del bene come espresso da altre persone.
Accanto a questa funzione di ‘rendere compatibili’ decisioni individuali, anche in una visione libertaria e individualistica, esiste e si pone comunque sul tappeto, il problema delle funzioni esplicitamente collettive. Fare una guerra – ipotizziamo una guerra meramente di difesa da aggressioni esterne – non può essere deciso, attribuito al singolo individuo. Realizzare un’autostrada, un porto, un campo d’aviazione; rendere obbligatorio un certo livello d’istruzione, un’azione per combattere epidemie, compiere interventi di salvataggio o di ripresa e ricostruzione in caso di terremoto, sono interventi che non sembrano logicamente poter essere lasciati alla libera iniziativa delle singole persone. E allora, quid in una prospettiva liberale liberista libertaria? In tal caso sembra di trovarsi in una situazione come quella prospettata da Bentham. Quello che dovrebbe contare è il singolo, concreto individuo, ma per le decisioni esplicitamente collettive si deve prendere una decisione collettiva, attraverso un processo di decisione politico che coinvolga il più possibile tutte le singole persone che fanno parte della società a cui si faccia riferimento. Vale a dire con un processo di decisione democratico.
Ora è chiaro ed evidente che con un processo di decisione democratico – a meno del caso estremamente teorico di unanimità dei consensi – chi si trova in minoranza vede annullata o quanto meno violata la sua concezione del bene, nella situazione concretamente in gioco. Va comunque sottolineato che in un prospettiva libertaria simili decisioni devono valere solo per le funzioni esplicitamente, decisamente collettive, non – in generale – per le funzioni personali dotate di qualche ’esternalità’.
Questa non è una piccola questione, anzi è una questione di fondo. Abbiamo detto che in una visione liberale e, a maggior ragione, liberista e libertaria, ognuno dovrebbe essere libero di agire come vuole purchè non danneggi gli altri, purchè non interferisca nella libertà degli altri.
Ora i famosi temi di bioetica interferiscono con tali libertà? E così tutti gli altri esempi che Sandel porta e che non stiamo a ripetere? Se desidero non ricevere determinate cure mediche, se desidero che mi si lasci morire in caso di coma irreversibile e in ogni caso in atto da lunghissimo tempo, riguarda soltanto me o anche gli altri?
E’chiaro che per certi aspetti il solo pensiero che delle persone si comportino in un certo modo può disturbare qualcuno, dar fastidio a qualcuno, cioè esercitare una ‘esternalità negativa’. Ma questo ovviamente potrebbe valere per una infinità di situazioni. Non è una novità in assoluto. Si pensi alla questione dell’abbigliamento; alla tutela del pudore. Ma ancora si pensi all’obbligo di istruzione fino a 18 anni; all’obbligo di uso della cintura nella guida in auto, del casco nell’uso di una moto; dell’autorizzazione o vincolo nel colore della parte esterna della propria casa, e così via.
E’chiaro che per tutte questo situazioni nella visione liberale liberista libertaria non esisterebbe alcuno spazio correttamente ammissibile e coerente di intervento pubblico, di costrizione da parte del governo (quindi della maggioranza, in un sistema democratico, sulla minoranza). Nella realtà, quella vista, vissuta, sperimentata anche sotto i nostri occhi, in un sistema democratico le libertà personali sono ampiamente violate, e sviluppo e diffusione della democrazia nel mondo non ha affatto significato (come ampiamente dimostrato da Fareed Zakaria nel suo libro The Future of Freedom. Illiberal Democracies at Home and Abroad), uno sviluppo delle libertà personali come auspicato e conforme al pensiero liberale.
E’ evidente che un simile modo di procedere configura una situazione di ingiustizia sia nella prospettiva libertaria che in quella utilitarista benthamiana (nel suo punto fondamentale come da noi messo in evidenza) che in quella kantiana. Non confligge invece (ovviamente) con un prospettiva e una visione communitarian, né con una visione secondo la quale in ultima istanza – o in buona sostanza – non possono e non devono essere gli individui, le singole concrete persone a definire e decidere i loro fini, la loro concezione del bene, ma altri.
Il problema – concettuale prima ancora che pratico- è come questi ‘altri’ sappiano di più, possano sapere di più cosa è il bene delle singole persone e del loro insieme, di quanto non lo possano sapere le comuni persone, singole, o nel loro insieme.
Nella visione di John Stuart Mill questo soggetto che per definizione ‘sa’, ‘conosce’ il vero bene per gli individui e per la collettività è costituito da ‘esperti’, che sarebbero tali avendo sperimentato tutti i beni e i mali derivanti da ogni umana situazione. Altri ritengono di leggere queste concezioni del bene – lette come vere, certe, indiscutibili, attraverso una lettura e interpretazione della natura; altri ancora, attraverso una rivelazione mistica, realizzata direttamente da Dio, o attraverso la mediazione di un Arcangelo.

6. Di fronte a questi problemi di giustizia, alcuni esplicitamente indicati ed esaminati con attenzione, altri ovviamente impliciti, Sandel ritiene di procedere usando gli strumenti concettuali del filosofo; alcune concezioni filosofiche di una lunga storia; e la sua filosofia, e di quelli in che ritiene in sintonia con lui. Di fatto il singolo individuo quando si trova di fronte a un problema, a una scelta da compiere, non necessariamente usa un articolato e magari sofisticato processo logico. Come ben sappiamo, come ciascuno di noi ha sperimentato nella propria vita, e come ci risulta dalla diretta conoscenza, dalle testimonianze di persone con cui siamo venuti e veniamo in contatto, per non parlare di memoriali e di letteratura, molte decisioni in cui è in gioco quello che riteniamo bene per noi, e/o per le persone delle quali ci importa, procediamo per intuizione, sentimento, impulso. E analogamente procediamo sovente nel formulare i nostri giudizi relativi a persone e situazioni; in riferimento a vicende individuali o collettive. Ma allo stesso modo se dobbiamo giudicare leggi, disegni di legge, delitti, sentenze di tribunali, azioni umane in generale.
A una prima riflessione ci è sembrato che Sandel non attribuisse nessuna importanza al tema delle emozioni e dei sentimenti. Di fatto – a differenza di Sen e Nussbaum – non ne parla affatto in modo esplicito. Tuttavia Sandel, come McIntyre, enfatizza in massima misura lo storytelling, la narrazione della vita della comunità, e la storia e la vita della comunità come elementi determinanti il comportamento individuale. Ora Sandel, così come McIntyre non dicono che i valori della comunità di riferimento vanno accettati in seguito a un accurato scrutinio critico, inevitabilmente compiuto secondo ragione, quindi inevitabilmente usando una filosofia. (E se si usa una filosofia ci si trova necessariamente di fronte a tutte le difficoltà, incompletezze, contraddizioni di ognuna di quelle che Sandel prende in considerazione, ma anche di altre che non considera, e che noi abbiamo esaminato nella nostra ricerca). Dunque quando ci si appoggia a proposte, regole, modi di essere di una comunità (e e si sposano le tesi, i valori, e si accoglie tutta la sua storia, nel bene e nel male) perché si fa parte di questa, perché con quei valori, modi di essere, stili di vita hanno vissuto i nostri padri, perché quelle regole, quei convincimenti li abbiamo succhiati col latte materno, inevitabilmente compiamo una simile scelta con una sorta di atto di fede, anche se non dichiarato; ci appoggiamo a questi certamente in base a un sentimento radicale e profondo.

7. Ora Sandel non accetta e non può accettare le posizioni dei filosofi che attribuiscono  – nella ricerca del bene – un fondamentale valore alla libertà. Intesa innanzitutto a livello individuale, come libertà per gli individui, i singoli concreti individui, di scegliere quello che essi ritengono il bene.
Ripetiamo, risottolineiamo, nel caso non fosse sufficientemente chiaro da quanto detto fin qui: per Bentham, Kant, Rawls, Nozick, Buchanan, si ha giustizia quando le singole persone possono liberamente decidere cosa scegliere, cosa fare. E se tutti agissero secondo una simile filosofia, si verificherebbe una situazione nella quale una collettività raggiungerebbe la migliore situazione possibile. Per Sandel – e non solo per Sandel – non è così. Non necessariamente, nella sua visione, un comportamento libero è anche un comportamento buono. E la domanda cruciale che si pone è: perchè mai la libertà di scelta, la libertà di comportamento, dovrebbe essere la condizione fondamentale, la premessa essenziale per una situazione di giustizia? (vale a dire: per scegliere quei principi che portano a certe regole, individuali e collettive, che determinano quello che si può considerare il bene, la buona vita).
Possiamo immaginare e configurare una risposta, da parte dei sostenitori della posizione liberale, che attribuisce il valore fondamentale alla libertà: la libertà di scelta, di decisione, è l’elemento più fortemente caratterizzante un essere umano, rispetto a ogni altro essere nella realtà.
E allora la domanda che immediatamente si pone è: anche la libertà di fare il male? Dove la risposta è: no, quantomeno un male che tocchi gli altri esseri umani, perché la libertà trova il suo limite nel rispetto di una uguale libertà degli altri.
E per quanto riguarda il male che una persona può fare a se medesima? La risposta è: chi è abilitato a dare un giudizio su quello che una persona può fare della propria vita? Il giudizio negativo che uno può dare del comportamento di altri è forse qualcosa di oggettivo?
Per Sandel una società di persone libere, cioè dove la condizione fondamentale di vita sia la libertà, non necessariamente è una società giusta, non necessariamente una società di persone libere è anche una società buona.
Questa posizione non sembra irragionevole né irrilevante. Non necessariamente tutte le cose che si fanno, che si sono dette, pensate, comportandosi liberamente, senza costrizione, giudicando ex-post possono apparire buone. E ripensando a certe scelte, a certe decisioni, a certi comportamenti in ipotesi compiuti in modo libero, per quello che sembra di comprendere, si può magari sperimentare una grande sofferenza.
Non è detto che qualcuno avrebbe dovuto impedire fisicamente di agire come si è agito, ma magari se ci fossero stati dei buoni consigli, espressi nel tempo e modo opportuno, si sarebbe potuto agire diversamente, portano a esiti diversi da quelli sperimentati, e che ex-post si giudicano quanto meno non positivi, non buoni.
Ma invece taluni di quei comportamenti che si ricordano non sono stati frutto di una scelta di ragione, per intendersi, come nella rigorosa proposta kantiana. Sono stati invece in tutto o in parte influenzati dall’irrazionale, dai sentimenti, dalle passioni. Si era davvero liberi quando si agiva sotto un simile stimolo? E il condizionamento ambientale, quello della comunità (o delle parti di essa che hanno in concreto influito su di noi) di cui alla sottolineatura di Sandel?
Le ‘debolezze della volontà’ sono ben note ai letterati, ai filosofi, e anche in generale a tutti gli esseri umani. E di fronte alla consapevolezza della debolezza della volontà di fronte a fini liberamente posti, ha senso porsi dei precommitments? Ha senso, cioè è conforme a ragione, decidere di farsi legare all’albero maestro? E questo sia a livello individuale, con riferimento a obiettivi individuali, come – sempre attraverso decisioni individuali – con riferimento a fini collettivi.
Questo, dal nostro punto di vista, costituisce un elemento importante di riflessione. Ma non riusciamo a venirne fuori, a trovare una soddisfacente risposta, come regola generale. Ulisse si fa legare all’albero maestro, ma ha messo cera nelle orecchie dei suoi marinai. Li ha costretti a non ascoltare il canto delle sirene.
Sandel come molti altri, sembra avere una specifica concezione del bene e della buona vita, che pone come obiettivo che ogni persona dotata di ragione e di buoni sentimenti dovrebbe cercare di raggiungere. E obiettivi per una giusta società.
Dobbiamo dire che questa sua concezione è per molti aspetti analoga a quella di John Stuart Mill. La conclusione a cui giunge, che ogni persona e ogni società si pongano obiettivi di virtù, potrebbe costituire la premessa per un’azione coercitiva da parte di ‘coloro che sanno’, che conoscono ‘il vero bene’ per il singolo e per la collettività, e che – magari anche con un metodo democratico, certamente avendo il consenso della maggioranza, pretenderebbero (potrebbero pretendere) di imporre la loro concezione in diversi ambiti di vita, anche a coloro che non condividono quelle concezioni della virtù e del bene. E in questo senso, proprio per questo e in questo modo viene a escludere la neutralità dello stato di fronte alle diverse concezioni del bene.
Qualcuno dice che un simile approccio esprime un rischio di paternalismo.(Cfr. Leproni 2011). E’ certamente così; si deve aver chiaro da una parte che è in gioco la libertà e la responsabilità individuale e di gruppo. Non è un fatto nuovo nelle società tradizionali, anche democratiche, ridurre ampiamente gli spazi di libertà individuali attraverso decisioni collettive. E questo è stato da noi visto e sperimentato nella nostra vita in modo chiarissimo. Si deve avere però altrettanto chiaro che questa capacità di coercizione su comportamenti individuali – quando i gruppi di appartenenza sono forti, come nelle società multietniche e pluraliste dell’Occidente attuale, che si proclamano e hanno nel proprio DNA e come ethos fondamentale la libertà – diventa estremamente problematico.
Ma da chi ritiene di porre un telos, un fine da perseguire da individuo e società per realizzare il bene, non c’è soltanto come via da seguire quella della coercizione. C’è anche la via dell’esempio, dell’azione culturale, dell’impegno morale. Che è proprio quello a cui invita Michael Sandel nella conclusione del suo libro. 

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Eventi di No’hma

dicembre 16, 2011

Istituto Italo Cinese, il presidente Achille Colombo Clerici alla celebrazione natalizia del Teatro Teresa Pomodoro presso la Basilica di Sant’Ambrogio a Milano

 

CRT invita – Milano, La città incantata – prossimi appuntamenti

dicembre 16, 2011
 

7 dicembre 2011 – 8 gennaio 2012
MILANO, LA CITTA’ INCANTATA
Teatro contemporaneo per ragazzi: un mese di feste e spettacoli dedicato alle famiglie

INVITO valido per due persone
venerdì 16 dicembre ore 17.30 | Sandokan o la fine dell’Avventura – I Sacchi di Sabbia
lunedì 19 dicembre ore 17.30| Biancaneve – Teatro del Carretto

CRT Teatro dell’Arte | viale Emilio Alemagna 6, Milano
Si prega di confermare allo 02 881298 o a promozione@teatrocrt.it specificando il nome dello spettacolo cui si vuole assistere

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Un festival di Natale dedicato a bambini e ragazzi: sei spettacoli creati da esponenti di spicco della ricerca teatrale contemporanea con i quali il CRT ha intessuto negli anni una intensa collaborazione. Emozioni forti, linguaggi nuovi e maestria antica. E il coraggio dell’irriverenza, come ci ricorda Sisto Dalla Palma: “Perché l’infanzia mobilita tenerezza e stupore, consente di assegnare un nome alle cose e di coglierle in un’aura misteriosa; è capace di sconvolgere ogni ordine costituito, dentro e fuori di noi, di sovvertire le regole e persino i depositi della falsa saggezza.” E perché l’infanzia esige giustizia.
Aprono la rassegna due compagnie dell’ultima generazione di audaci esploratori della scena, Teatro sotterraneo e Babilonia teatri. In altre parole: nuovi sguardi per un pubblico giovane. S’inizia con la travolgente Repubblica dei bambini di Teatro sotterraneo. Nello spazio vuoto l’ingegnoso gruppo fiorentino edifica in un’ora una vera Città con il concorso eccitato dei bambini presenti in sala, chiamati a esercitare l’inedito potere di decidere come deve essere fatto il mondo.
Segue Baby don’t cry di Babilonia teatri. Fra i più radicali della scena contemporanea, il gruppo veronese assume un punto di vista singolare sul mondo dell’infanzia nel consueto stile pop-rock: quando e perché si piange? La casistica è completa, e ciascuno potrà riconoscere, fra mille, i suoi perché.
Nell’anno del centenario non poteva mancare un omaggio a Emilio Salgari con l’impareggiabile Sandokan o la fine dell’avventura dei Sacchi di sabbia, premiato gruppo pisano, attivo dagli anni novanta. Nella cucina di casa, manipolando nei modi più fantasiosi l’ortaggio, perno di tutta l’azione, il racconto di avventure in terre lontane s’insinua nella mente degli spettatori e vi esplode con folle frenesia.
La Biancaneve del Teatro Del Carretto, ci accompagna sulla soglia del Natale. Un classico che a quasi trent’anni dalla creazione rinnova il suo sortilegio, vera pietra miliare del teatro di animazione, dove si dispiegano il grande artigianato rappresentativo e l’eccellenza figurativa della compagnia toscana.
Alla svolta dell’anno nuovo un’altra Biancaneve creata dalla maestria di Emma Dante, di casa al CRT, che presenta due fiabe, rivisitate fino a cambiarne la morale. Gli alti e bassi di Biancaneve rileva “il percorso di conoscenza di una giovane che la porta a scoprire che quasi mai i più mostruosi sono i più cattivi”. Si chiude con l’acclamata Anastasia, Genoveffa e Cenerentola, una favola con due morali. La prima: bisogna essere la stessa persona dentro e fuori le mura di casa, senza vergogna delle proprie radici. La seconda: i cattivi non devono diventare eroi né tanto meno possono rimanere impuniti.

per maggiori informazioni consultare il sito http://www.milanocittaincantata.it

 

Anna De Martini
CRT Centro di Ricerca per il Teatro
Ufficio promozione
via Ulisse Dini, 7
20142 Milano
tel. 02/881298
fax. 02/863813
wwww.teatrocrt.it

 

Corso di formazione “Nuovi linguaggi della politica”- Fondazione Casa della Carità in collaborazione con LAMA Development and Cooperation Agency

dicembre 16, 2011

Per scaricare l’invito: Corso_Accademia_Nuovi linguaggi politica