Città – Attrattività – Competitività di funzioni e di immagine – Nozione – Istituto Europa Asia – Relazione al Convegno Polismaker

A s s o e d i l i z i a
Property Owners’Association Italy
e
Istituto Europa Asia

Sintesi della relazione del Presidente avvocato Achille Colombo Clerici

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Un breve excursus sul concetto di città ci permette di meglio comprendere questa realtà e quali siano i suoi caratteri e le sue funzioni.
Conseguentemente, di fare qualche riflessione sul concetto di qualità della vita nella città.

Forse nessuna nozione al mondo (tranne quella riguardante l’essere umano) ha avuto tante definizioni.
Ciascuno ne ha delineato una, a seconda della propria concezione culturale.
Vediamo alcune di quelle nelle quali mi sono imbattuto, nel mio lungo peregrinare sul concetto di città.

– Città comunità di persone, secondo i teologi ed i filosofi.

Tanto nel pensiero dell’antica Grecia, quanto in quello cristiano dei primi Padri della Chiesa, città non identifica un luogo fisico, quanto piuttosto una comunità di persone.

Il pensiero di Agostino di Ippona (De civitate Dei contra paganos) il cui fulcro quadrativo risiede nella dominanza di Dio, secondo Salvatore Settis – Archeologo, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa – si riflette nel quadro di Giorgione “La tempesta”.

Dove si descriverebbe la cacciata di Adamo e di Eva dal Paradiso e dove sarebbero simboleggiate le due città: la Città di Dio (come ordine spirituale), dominata dalla folgore che rappresenta la potenza divina e la città terrena (il Paradiso della cacciata), contornata dalle rovine della morte ed introdotta dai primi piani di Adamo e di Eva nell’atto di allattare Caino,considerato da Agostino come il fondatore della città terrena.

– La città stato

Nel pensiero filosofico greco la città si identifica con lo stato (polis); l’attenzione dei pensatori si incentra sugli aspetti dell’ organizzazione (le diverse classi sociali: chi produce, chi governa, chi difende la città,chi amministra il culto) e del governo della società (monarchia, aristocrazia, politia e sulle loro forme degenerate: tirannide, oligarchia, democrazia)  e sul rapporto tra cittadini e stato.

Così Platone ed Aristotele teorizzano sulla graduazione dei nuclei aggregativi sociali e sulla loro interfacciabilità (la famiglia, la società, lo stato).

E sulla massima istanza che deve caratterizzare il rapporto tra il cittadino e la polis: la partecipazione diretta del cittadino stesso al governo della cosa pubblica.

– La città ideale di Platone

La città ideale,nella concezione platonica (presente nella Repubblica, e ripresa nel Timeo) è una schematizzazione della organizzazione sociale, di valore universale ed a tutt’oggi ovunque in atto.

Da un lato i custodi della patria, che combattono per la sua difesa; che non debbono esser dediti ad attività produttive di sorta; dall’altro, agricoltori, artigiani, commercianti, pastori che debbono mantenere i primi.
In mezzo, i sapienti, i saggi, i filosofi ai quali dev’esser affidata la cura del governo della cosa pubblica.

– La città politica

Nel I° secolo a.C. lo storico e geografo greco Strabone definiva la città lo strumento per governare il maggior numero di uomini con il minor numero di uomini.

Duemila anni dopo, ancora dominava una concezione politica che vedeva nella fabbrica, all’interno delle città, il luogo ideale per il miglior controllo delle masse: nel nostro Paese questa visione ha prodotto, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, una violenta accelerazione dell’ esodo dalle campagne e dell’inurbamento, nonché rilevanti processi di migrazione di massa dal Sud al Nord.

A Milano, chi non ricorda, negli ultimi anni ’70, le pesanti operazioni urbanistiche in alcuni quartieri popolari, (ad esempio il quartiere Garibaldi) per il mantenimento dell’assetto sociale esistente.

– Città democratica e città gerarchica

Al Farabi, filosofo e scienziato arabo del x sec. d.C., concepiva la “città virtuosa” come un complesso istituzionale gerarchico, convinto che la città democratica fosse sì una città felice, perché ognuno può realizzare ciò cui aspira, ma alla fine generatrice di caos.

– Concezione della città Immaginifica

Molte città recano l’impronta dei governanti che vi trasfondevano il carattere dei regimi politici o ideal-istituzionali, di cui volevano l’affermazione e la celebrazione: abbiamo tutti presenti la magnificenza, la maestosità delle città regali, o l’architettura gotica e opprimente, oscuramente ispirata all’esoterismo, di Albert Speer ai tempi di Hitler, o quella massiccia, squadrata e pervasiva di Piacentini nel periodo fascista, che richiama l’efficientismo della romanità.

Pensiamo anche alle valenze simboliche dei grattacieli americani o dei blocchi sovietici.

Papa Giulio II, nella Roma del Cinquecento, andò alla ricerca della monumentalità e della pompa, non fini a se stesse, ma tese ad maiorem Dei gloriam.

Una Roma quella di Giulio II, per nulla pianificata; con palazzi monumentali e templi sorgenti in mezzo a radure ed orti.

Ottant’anni dopo arriverà Felice Peretti, papa Sisto V, che affiderà all’architetto lombardo/svizzero (Melide – Lugano 1543) Domenico Fontana il compito di redigere un vero e proprio piano regolatore della città, con strade, piazze, fognature, rete idrica: la Roma felix, per il nome e per l’intento del papa.

[Quanto alla valenza immaginifica dei materiali usati, pensiamo alla solarità dell’intonaco nel rinascimento; alla rudezza ed essenzialità della pietra, evocatrice della austerità delle virtù borghesi, nei periodi neoclassico ed eclettico; alla funzionalità ed alla capacità di impressionare tipiche del marmo lucidato, materiale attraverso il quale, ad iniziare dal periodo del razionalismo, si rese l’idea della modernità, e della potenza economica industriale e finanziaria.] 

– La città etica

Sullo sfondo aleggiava la concezione del teologo; così bene espressa, dal gesuita Giovanni Botero (nel suo trattato “Cause della grandezza e magnificenza della città” 1589, in piena Controriforma) che considerava la città una radunanza di uomini, riuniti per vivere felicemente.

– Dalla cultura della ricettività ospitaliera alla cultura della ospitalità alberghiera .

I Gesuiti, peraltro, (Acta della Congregazione Generale della Compagnia 1558)  furono antesignani nel prefigurare un modello di convivenza ordinata secondo uno schema razionale improntato alla massima funzionalità della struttura edilizia in rapporto alle esigenze abitative di una comunità.
I moduli, infatti, delle case religiose e dei collegi gesuitici costituirono la base per l’impostazione della più moderna cultura della ospitalità, per ciò che riguarda, tanto le  strutture edilizie, quanto le regole delle ricettività; e favorirono il passaggio dalla cultura ospitaliera, prima medioevale dei monasteri e dei conventi, poi rinascimentale delle corti, a quella romantica degli alberghi.

Sempre nel periodo della Controriforma ci fu chi, come il severo ed austero Carlo Borromeo, si spinse a prescrivere il tenore dell’arredo e delle suppellettili nelle case dei religiosi. Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae, libri duo 1577-]

– La funzionalità

Venendo a visioni più funzionali passiamo dalla concezione del progettista Le Corbusier (che parlava di macchina; per vivere potremmo parafrasare) a quella dell’amministratore pubblico dei nostri giorni (Chiamparino, sindaco di Torino), che definisce la città come il luogo delle contraddizioni.
Una visione che si riconduce alla concezione dell’architetto umanista.

Filarete parlava della città ideale, come del luogo in cui si riuniscono e si concentrano il massimo dei vizi ed il massimo della virtù (dall’osservatorio astronomico al lupanare, come dire dalle stelle alle stalle).

Una realtà variegata e contraddittoria, ardua da comporre e da governare.
Significativa anche la definizione dell’esteta John Ruskin che parla di luogo della accumulazione; in un certo senso evocando il dualismo tra natura allo stato brado e natura costruita, manipolata dall’uomo; nella quale, a seguito dell’azione umana, il paesaggio si fa gradatamente paese e questo, a sua volta, diviene città.

Il processo è proprio quello della accumulazione, non solo delle risorse, ma soprattutto delle attività, delle funzioni.

– La città fattore di crescita

Un passo avanti ed incontriamo la descrizione che ci fa il business-guru Jonas Riddersträle (meeting Ambrosetti Cernobbio 2007, seminario “Città motore di crescita”) che collega la città all’idea di sogno: la città capace di fare immagine, come fonte di richiamo, dotata di un forte appeal basato sulla competitività (intesa come capacità, non tanto di essere migliore, quanto di essere diversa, sull’eco del Poeta che parlava di “diversità sirena del mondo”).

Qui si innesta chiaramente, a mio giudizio, il discorso della qualità della vita nella città.

La vivibilità urbana non può che esser determinata da efficienza, da funzionalità, da equilibrio (socio-economico e territoriale-strutturale).

La competitività è anche qualità dell’offerta di beni e servizi.

E dunque anche organizzazione dei servizi stessi rivolti alle persone ed alle imprese (opportunità di lavoro, di studio, di cultura, di socializzazione).

Da questa visione discende la concezione della sociologa statunitense Saskia Sassen, Professore nella Columbia University e coordinatrice di un progetto quinquennale Unesco su “sustainable human settlement”, che parla di città intesa come piattaforma di centri di servizi globali, inserita in un circuito globale, soprattutto con riferimento ai servizi intermedi (workshop Ambrosetti Cernobbio 2008).

– La concezione sociologica

Possiamo, a questo punto, tentare un approccio sociologico alla nozione di città: essa è incontro di comunità, di ambiente e di cultura:
– comunità implica i concetti di sussidiarietà, di solidarietà, di sicurezza;
– ambiente contiene l’aspetto dell’ecologia, della salute, dell’equilibrio socio-territoriale e struttural-territoriale;
– cultura richiama l’appeal, le opportunità in termini di conoscenza, di lavoro, di socializzazione.

Dall’insieme di queste componenti scaturiscono la qualità dell’offerta di vita e la competitività complessiva della città e del territorio.

Oggi, il nostro mondo locale si proietta nel mondo globalizzato. La globalizzazione (giova sottolinearlo) è fenomeno complesso, non solo economico e finanziario, ma etnico, sociale e culturale.

– La competitività e la cultura sul territorio

Se la città deve essere competitiva, la sua offerta complessiva non può prescindere dunque dall’immagine culturale: che deve ancorarsi al territorio, attraverso quello che Massimo Cacciari (nel saggio “La Città”) definisce il radicamento terraneo, per poter in qualche modo contrastare l’effetto dei processi socio/economici deterritorializzanti, che oggi attraversano il nostro mondo.

In campo socio-economico i processi di ristrutturazione, di innovazione tecnologica, di terziarizzazione, di finanziarizzazione, di internazionalizzazione.

In campo territoriale la deindustrializzazione e la delocalizzazione.

Il radicamento della cultura al territorio si realizza appieno quando l’uomo percepisce la sensazione di trovarsi al centro dell’essere, perché in tal modo supera la tentazione di volgersi  altrove.

Se essere è conoscere, al centro della conoscenza. Se è sentire, al centro dell’emozione. Se è apparire, al centro della visibilità.

Per ciò stesso la periferia culturale è sinonimo, oltre che di marginalità, di decadenza.

foto presidente 91

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