Articolo di fondo del Sole 24 Ore dell’ 8 maggio 2015 a firma di Stefano Simontacchi – “Strategia Fiscale ultima Chiamata” – Assoedilizia informa

La situazione di crisi economica ha evidenziato la necessità di ripristinare una visione strategica della politica fiscale del nostro Paese (cosa che manca da decenni). Ora il contestuale verificarsi di condizioni economiche favorevoli (l’indebolimento dell’euro, la riduzione dei tassi di interesse dovuta al quantitive easing e la riduzione del prezzo del petrolio) apre uno spiraglio perché il nostro Paese possa efficacemente adottare una strategia fiscale di medio lungo termine. Per fare pianificazione strategica bisogna prima definire un obiettivo e poi indentificare le azioni che consentono di perseguirlo. Gli obiettivi da porsi in questo momento sono almeno tre: riformare il contesto (contesto); attrarre investimenti da parte delle imprese (sviluppo); ridurre l’evasione di massa (legalità diffusa).

Contesto. La modifica del contesto strutturale è condizione sine qua non perché si possano attuare efficacemente interventi normativi in tema di sviluppo e legalità diffusa. Le priorità di intervento in tal senso sono quattro.

Presidio internazionale. L’Italia ha sempre sottostimato l’importanza di presidiare adeguatamente i ruoli più rilevanti negli organi europei e nelle principali organizzazioni internazionali (a esempio, l’Ocse). In uno scenario sempre più regolato a livello globale dobbiamo essere partecipi del cambiamento in atto, influenzandolo proattivamente e non, invece, subirlo sistematicamente a vantaggio di altri Paesi.

Norme chiare coerenti e certe. Prima di intervenire con leggi nuove è necessario rivedere in modo sistematico la normativa esistente. Il nostro Paese, a differenza dei Paesi più avanzati, non ha un codice tributario. La normativa fiscale è dispersa in migliaia di provvedimenti caratterizzati da un linguaggio spesso poco chiaro e incoerente (non a caso sono 600mila i ricorsi giacenti presso le commissioni tributarie nel 2014). Appare quindi evidente l’esigenza di un profondo processo di analisi, revisione e sistematizzazione del corpo normativo esistente finalizzato alla creazione del codice tributario unico che sia caratterizzato da un contenuto chiaro e coerente.

Questo passo è imprescindibile se si vuole dare veramente inizio a una nuova era nel rapporto tra cittadini, imprese e fisco.

Riforma dell’agenzia delle Entrate. La politica fiscale deve mirare a un orizzonte di medio-lungo periodo garantendo stabilità, credibilità e certezza del diritto. Oltre alla revisione delle norme, diventa centrale il ruolo che si intende attribuire all’amministrazione finanziaria (agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza) e la natura che si vuole dare al rapporto tra questa e il contribuente, che deve fondarsi sulla reciproca collaborazione e fiducia. L’agenzia delle Entrate è già oggi, formalmente, il punto di contatto tra il sistema tributario e i contribuenti, ma il rapporto deve evolvere definitivamente in direzione di una partnership con cittadini e imprese che operano in Italia, attraverso una funzione di supervisione consultiva nell’adempimento tributario, proseguendo nel percorso intrapreso mediante l’istituto del ruling internazionale e il regime di adempimento collaborativo. L’agenzia ha già dimostrato di sapere svolgere efficacemente questo ruolo, ma affinché possa completare questo percorso bisogna rimuovere due rilevanti ostacoli. Innanzitutto, la politica non può porre all’Agenzia obiettivi di recupero di evasione fiscale. Quest’anno l’obiettivo di incasso derivante dalla lotta all’evasione fiscale è aumentato a 15 miliardi di euro. È inevitabile che questo condizioni l’operato dell’Agenzia, traducendosi nell’applicazione di misure di contrasto all’evasione di tipo esclusivamente repressivo e non preventivo. Una politica fiscale di tipo repressivo obbliga l’Amministrazione ad adottare indirizzi operativi che inaspriscono ulteriormente l’attività di accertamento, con una conseguente crescita del contenzioso fiscale e della percezione di incertezza che scoraggia gli investimenti nazionali ed esteri.

In secondo luogo, serve un intervento urgente per garantire una gestione efficiente e meritocratica dell’Agenzia: i ruoli dirigenziali devono essere assunti da figure che oltre a essere tecnicamente preparate devono avere una attitudine al cambiamento sopra descritto nel rapporto fisco-contribuente. La recente sentenza della Corte Costituzionale rischia di avere l’effetto di privare l’Agenzia di alcune delle figure più qualificate, così inficiando un percorso di cambiamento che è stato intrapreso e che non possiamo permetterci di ricominciare da zero.

Riforma giustizia tributaria. Altro elemento fondamentale è rappresentato dalla necessità di effettuare un intervento migliorativo sulla giustizia tributaria, finalizzato, tra l’altro, alla riduzione dei tempi del contenzioso fiscale (9 anni per un giudizio definitivo contro i 3 anni dell’Olanda) e a garantire la specializzazione dei giudici tributari che ne possa favorire un percorso di crescita e valorizzazione.

Sviluppo. La strategia fiscale in tema di sviluppo deve essere funzionale alla politica industriale del Paese che deve identificare le aree prioritarie di intervento. Il conseguimento di tale obiettivo presuppone un processo di semplificazione e innovazione della normativa fiscale (bisogna avere più coraggio nella competizione globale) al fine di renderla più idonea alle esigenze di investitori italiani e stranieri, favorendo anche il processo di internazionalizzazione del nostro Paese. A titolo meramente esemplificativo si segnalano quattro aree di intervento.

Nell’attuale economia della conoscenza, la competitività e la creazione del valore delle imprese sono per lo più riconducibili ai beni immateriali. Se si vuole recuperare competitività, diventa dunque fondamentale incentivare la creazione e la localizzazione in Italia di tali beni. A questo fine il patent box è determinante ma parimenti importante è alzare le soglie del credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo, nonché prevedere ulteriori incentivi.
I gruppi multinazionali sono organizzazioni complesse che prevedono hub/cluster di riferimento. L’Italia deve competere per ottenere la localizzazione in Italia di tali centri direzionali, operando su più livelli: reddito di impresa, reddito delle persone fisiche e passive income. Non bisogna ovviamente dimenticare tutte le norme non fiscali che in modo sistemico vanno coordinate per conseguire tale obiettivo (a esempio, il sistema dei visti per gli expatriates e il rilancio della ricerca universitaria).
Per quanto attiene le Pmi, ha senso prevedere un pacchetto di procedure semplificate e di incentivi alle aggregazioni. Si potrebbe anche studiare una soluzione di progressività della tassazione del reddito di impresa già adottata da altri paesi.
È comprovato da svariate analisi economiche come l’Africa rappresenterà l’area del mondo a più forte sviluppo nei prossimi decenni. Non a caso, tutte le maggiori multinazionali hanno allo studio strategie di penetrazione di tale mercato.
Questa è forse l’ultima occasione per l’Italia per svolgere un ruolo di leadership nel contesto economico globale. I paesi dell’Europa del Sud – e l’Italia in particolare – hanno infatti un indubbio vantaggio competitivo rispetto ad altri paesi del mondo, da ricondursi a rapporti politico-culturali che affondano le radici nel passato. Ciò vale sia per i paesi dell’area del Mediterraneo (oggi con problemi socio-politici importanti) sia per i paesi dell’area Sub-Sahariana.

L’Italia ha l’occasione di sfruttare tale vantaggio e deve farlo non solo sviluppando il più possibile le relazioni commerciali con i paesi africani, ma soprattutto puntando a diventare l’hub preferenziale per gli investimenti esteri in Africa. Ciò ci consentirebbe di attirare risorse nel nostro paese e probabilmente anche di competere con altri Paesi come Regno Unito e Paesi Bassi per diventare anche hub per l’Europa. In particolare un’opportunità strategica sarebbe riuscire a diventare l’hub degli investimenti cinesi in Africa (intervenendo, tra l’altro, sulla convenzione bilaterale Italia-Cina).

Legalità diffusa. I dati ufficiali stimano l’economia sommersa (non quella illegale) in oltre 250 miliardi di euro con un gettito evaso di oltre 100 miliardi di euro. Le stime dicono che una grande maggioranza dell’evasione (e quindi del recupero da effettuare) sia ascrivibile a lavoratori autonomi e piccole imprese. E’ solo riportando la legalità diffusa a questo livello che si possono recuperare efficacemente e velocemente risorse per il sistema, al fine di abbassare il livello impositivo.
Il patto con i cittadini deve prevedere quale contraltare a un fisco riformato e “user friendly”, senso civico e legalità. Da un lato vanno inasprite le sanzioni per chi evade e dall’altro vanno concesse deduzioni e detrazioni sulla maggioranza delle spese (così forzando l’emersione del reddito del prestatore).

Infine, siamo il fanalino di coda nel ranking dei Paesi che utilizzano moneta elettronica. È necessaria una ulteriore stretta all’utilizzo del contante, riducendo la soglia massima ed eliminando le banconote di taglio superiore ai 50 euro. Se entro un periodo prefissato i pagamenti elettronici fossero ancora marginali, non resterebbe che prendere provvedimenti più drastici.

Foto: Stefano Simontacchi con il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

Ambrosetti 2014 con Stefano Simontacchi

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