“Sindrome da shopping” QN Il Giorno – La Nazione – Il Resto del Carlino – 17 ottobre 2015 – Achille Colombo Clerici

Alcune stime prevedono che entro il 2015 gli investimenti esteri (IDE) nell’immobile italiano più pregiato di Milano (55%), di Roma (15%) e di altre città arrivino a 6 miliardi di euro, più 20% rispetto all’anno precedente: obiettivi, palazzi per uffici – come l’ex sede di Unicredit in piazza Cordusio a Milano, il pezzo più caro (345 milioni) – centri commerciali, alberghi.  I motivi di questo interesse degli acquirenti stranieri – dagli americani ai cinesi – sono diversi. Innanzitutto l’enorme liquidità; le piazze principali, Londra, Parigi, Berlino sono già state sfruttate; i prezzi in Italia sono ancora bassi, anche a causa della crisi economica che stiamo attraversando.
Le aree più interessanti, sono Milano, Roma. Bologna.

La sindrome da shopping in Italia dall’immobiliare si estende ai settori più appetibili del made in Italy (trasporti, moda, alimentari, servizi, trasporti e telecomunicazioni, commercio) con investimenti nel 2014 di oltre 281 mld. Ma il rapporto tra lo stock dell’IDE in entrata e il PIL (19,5% nel 2013) rimane significativamente inferiore alle medie mondiale, europea e UE-27 Stati, nonché a quello dei principali competitors europei (Regno Unito, 63,3%); Spagna, 52,7%; Francia, 39,5%; Germania 23,4%.
La questione è che gli investimenti esteri in Italia consistono non nel creare nuove attività localizzate nel nostro paese, ma prevalentemente nel rilevare attività tra le migliori fra quelle create dai nostri connazionali, e che questi non sono più in grado o non ritengono di continuare.

Molti pensano che, stante la vigente globalizzazione anche in campo economico, sia indifferente che la proprietà dei beni e delle attività italiane sia in mani straniere.
Credo che a questo proposito si debba por mente, non solo al fatto che gli utili prodotti da tali situazioni faranno capo, anche ai fini fiscali, a paesi stranieri, ma anche e soprattutto alla dipendenza, che si crea per gli asset localizzati in Italia, dall’andamento delle “case madri” o dalle decisioni dalle stesse assunte.
Aziende italiane in mano agli stranieri vuol dire esposizione in prima linea se le cose cambiano all’estero. Le cronache sindacali sono piene di casi di tagli di occupazione, o di chiusura di fabbriche di origine italiana, perché la “casa madre” straniera cambia “politica” o si trova in difficoltà e sceglie quindi di tagliare oltre frontiera.

foto presidente

 

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