QN, Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione del 28 dicembre 2015 – Vendite di Stato, cui prodest? – Achille Colombo Clerici

V’è una parte degli economisti e degli operatori che, trattando il tema delle privatizzazioni delle imprese, cioè delle dismissioni degli asset rappresentati dalle aziende dello Stato e del parastato, si limita a darne un giudizio sul piano meramente economico, consistente nella valutazione dei termini commerciali in cui dette operazioni si sono risolte.

Ed il giudizio, ad eccezione di alcuni casi, è fondamentalmente e complessivamente positivo.
Queste aziende sono state alienate a condizioni sostanzialmente equilibrate tra ricavo e valore di mercato.

In poco più di vent’anni, la mano pubblica, per quanto concerne l’amministrazione centrale, ha proceduto a decine e decine di privatizzazioni; per un controvalore monetario di oltre 100 miliardi di euro, per le sole compiute dal 1992 al 2000.
Mentre in sede decentrata l’operazione, per motivi legati prevalentemente a interferenze del potere locale, non ha seguito lo stesso trend.

Si pone dunque la questione di un giudizio politico sulla validità di tale operazione nel suo complesso: alla fine di questo percorso il “pubblico” ne è uscito arricchito o impoverito?
La questione è socialmente rilevante visto che si trattava di beni della collettività costituititi prevalentemente a spese dei contribuenti.

Se vogliamo ricorrere ad un parallelismo possiamo considerare semplicisticamente che se una famiglia si induce a vendere l’argenteria lo fa sostanzialmente per tre ragioni: o per ridurre l’indebitamento complessivo, o per ridimensionare i costi correnti a carico dei singoli componenti, o per nuovi investimenti produttivi.

Per il pubblico questa ultima voce corrisponderebbe grosso modo alle nuove infrastrutture capaci di generare crescita economica.

Ebbene, se caliamo questa griglia di ragionamento sul caso che stiamo esaminando, possiamo osservare come negli ultimi 20 anni il debito pubblico sia cresciuto costantemente, la pressione fiscale, anche pro capite, sia aumentata in modo esponenziale, le nuove infrastrutture non abbiano inciso significativamente sulla nostra economia. Visto che da vent’ anni nel Paese non s’è vista una qualche particolare crescita economica, per usare un eufemismo.
D’altronde non riesco a vedere altri piani per la valutazione di un qualche beneficio.

Il giudizio a tal punto ognuno lo tragga da sé.

foto presidente 102

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