CINA – Ispi Gennaio 2016 – L’economia cinese ed i suoi problemi – Franco Bruni – Filippo Fasulo – IEA Istituto Europa Asia informa

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Gli esperti dell’ISPI indicano le principali cause del travaglio dell’economia della Cina
CONTAGIO DALL’ INSTABILITA’ GLOBALE E LOTTA AI VERTICI DELLA POLITICA

Lo spettro agitato da molti commentatori negli anni passati di un rallentamento dell‘economia cinese si manifesta dall‘estate 2015, sollevando numerosi interrogativi sia sulla tenuta della stessa struttura economica, sia sul sistema politico e sulle aspirazioni globali di Pechino.

I timori derivano, infatti, dalla consapevolezza che il crollo delle borse cinesi sia il sintomo di problemi strutturali che il paese deve risolvere per garantire lo sviluppo economico.

Il presidente Xi Jinping ha avviato dal 2013 un piano di trasformazione dell‘economia, ma ora si trova a dover affrontare crescenti resistenze all‘interno del partito da parte di coloro che temono di perdere rendite politiche ed economiche.

Se la Cina saprà risolvere questa crisi il partito comunista avrà dato prova di essere in grado di perpetuare il suo China Model caratterizzato da stabilità politica e crescita economica.

Anche sul piano internazionale, l‘integrazione economica e commerciale di Pechino con il resto del mondo proietta su scala globale gli effetti del rallentamento della crescita cinese.

Secondo Franco Bruni, vicepresidente dell’ISPI e professore ordinario di Teoria e politica monetaria internazionale, all’Università Bocconi di Milano, la modernizzazione e l’apertura dell’economia cinese si stanno scontrando con due avversità. Da un lato la scarsa modernizzazione politica, dall’altro l’instabilità dell’economia e della finanza globali. La modernizzazione dell’economia e della finanza cinesi non può che avvenire gradualmente.

Ma richiede che l’arbitrio dirigista della politica non interferisca con snodi delicati del sistema. In particolare, alla banca centrale e ai regolatori finanziari la politica deve dare un mandato chiaro e garantire più indipendenza nell’eseguirlo. Altrimenti le loro azioni rimarranno discontinue e incoerenti.

Il loro compito è difficile in un Paese con fenomenali problemi di transizione strutturale come la Cina.

A Londra e New York si sollevano ora dubbi sulla loro competenza: ma il problema non è la preparazione bensì la scarsa trasparenza e indipendenza loro consentite da una politica che evolve troppo piano rispetto all’economia.

Oltre a quello interno fra economia e politica c’è il contrasto esterno fra una Cina che si apre di più all’Occidente, e un Occidente che stenta a guidare la propria crescita, che è squilibrata e instabile, dove la cooperazione fra le politiche economiche è inadeguata e la finanza fragile.

La crescita cinese è stata sostenuta con troppo credito, generando bolle speculative in borsa e nell’edilizia.

Forse che non è successo qualcosa di molto simile in Occidente? In parte sono proprio l’espansività e i tassi d’interesse praticamente a zero delle politiche monetarie statunitense, inglese, giapponese e, più recentemente, anche europea, a sospingere la Cina verso crescite imprudenti di moneta e credito.

La Cina fatica a riconvertire il suo sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni. Non ha forse un problema analogo la Germania?

La Cina genera incertezza sul cambio con atti di svalutazione competitiva. E gli Usa, e il dollaro?

Se la Cina apre di più ai movimenti internazionali di capitali entra oggi in un mare disordinato e in burrasca, dove non c’è coordinamento e dove gli altri Paesi emergenti, come Brasile, Cile, Turchia, India, da tempo soffrono e protestano per l’instabilità che devono subire dal fatto che le politiche della Fed americana non tengono conto delle conseguenze mondiali che ne derivano.

Le spesso goffe esitazioni, che da anni stanno rinviando la normalizzazione dei tassi d’interesse in Usa, sono uno degli elementi che oggi creano volatilità sui mercati e rendono più difficile la politica monetaria ovunque, anche in Cina.

Se c’è la guerra delle valute non è certo colpa dei cinesi.

Le dimensioni e l’evoluzione dell’economia cinese sono ormai tali che la cooperazione con Pechino è cruciale per la crescita stabile dell’economia mondiale.

Una crescita che richiede dappertutto due aggiustamenti difficili: la riduzione dei debiti, pubblici e privati, cresciuti ovunque troppo; la riallocazione delle risorse e la ri-regolazione dei mercati per favorire modelli di crescita più coerenti con l’evoluzione tecnologica, gli sviluppi demografici, l’ecologia, l’integrazione e il rimescolamento globale delle culture e dei mercati.
Sono sforzi giganteschi, dove ogni Paese ha la sua parte da fare ma che non avranno successo senza un concerto internazionale più ambizioso.

Ai complicati passi della Cina il mondo non deve guardare con ostile scetticismo, magari accompagnato dall’opportunismo furbesco che si chiede come sarà possibile fare a meno del suo crescere al 10% annuo. È urgente un’offensiva diplomatica che la coinvolga e ci coinvolga di più tutti, perché la nostra interdipendenza sta diventando elevatissima e imprescindibile.

Filippo Fasulo, ISPI Research Fellow, pone l’accento su un’altra fondamentale caratteristica del travaglio cinese. Che riassume nella frase: la borsa cinese va in crisi e si porta via le certezze sull’efficacia del modello cinese e sulla forza della leadership di Xi Jinping. Se la legittimità del governo di Pechino si basa sull’assunto che il Partito comunista cinese è la migliore garanzia per lo sviluppo economico, i dati sul rallentamento dell’economia diventano una minaccia per la stabilità del governo.
Il tema portante è che il modello di crescita economica non assicura più i risultati degli scorsi tre decenni ed è necessario operare una profonda riforma. Questa evidenza è al centro delle dichiarazioni dei dirigenti cinesi, tanto che le riforme erano l’obiettivo della riorganizzazione – avvenuta nel 2013 – della macchina decisionale cinese, ora sotto la guida di una super-commissione per le riforme guidata dallo stesso Xi Jinping. La trasformazione dell’economia cinese da investimenti ed export verso una maggiore dipendenza dai consumi interni è stata definita – già nel maggio 2014 dallo stesso segretario del Pcc – fondamentale per il “New normal”, un tipo di crescita a ritmi inferiori, ma di maggiore qualità. Tuttavia un’impresa del genere ha bisogno di un forte consenso all’interno del Partito, soprattutto perché devono essere messe in discussione rendite economiche a favore di alcuni membri della dirigenza. È anche per questa ragione che Xi Jinping ha contestualmente lanciato una campagna anti-corruzione senza precedenti che ha colpito importanti membri del Partito, dell’esercito e delle imprese di stato.
Xi Jinping, avendo accentrato su di sé molto potere, è ora in rotta di collisione con quelle forze politiche ed economiche al vertice del paese da almeno due decenni. Tuttavia, l’elemento più preoccupante per il lungo periodo è che la soluzione prospettata per l’economia cinese – trasformazione e graduale transizione verso un mercato finanziario più aperto – risulta essere per lo meno un processo più lungo di quanto preventivato. Risolvere i problemi di sovraccapacità generatisi anche con gli stimoli statali del 2008-2009 è un processo che non può essere completato in pochi mesi. Allo stesso modo, i piani di creazione di mercati favorevoli in Asia centrale e meridionale, come previsto dalla Nuova Via della Seta – una soluzione per trovare sbocchi produttivi e commerciali –, non possono che avere un orizzonte pluriennale.
D’altro canto, l’eventuale fallimento della riforma finanziaria ed economica metterebbe in dubbio l’assunto che il regolatore cinese, selezionato attraverso un complicato procedimento che aspira a definirsi meritocratico ed efficiente, sia effettivamente in grado di condurre la Cina alla svolta economica di cui ha bisogno per crescere, ovvero rappresenti il pilastro su cui si fonda il suo sistema politico.

La crisi, dunque, è il sintomo che la battaglia di Xi per trasformare la Cina è ancora lunga e che nel suo percorso riformista i nemici sono aumentati.

Foto: Achille Colombo Clerici Presidente IEA

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