Ricerca e sviluppo, troppi ritardi. QN Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione 19 marzo 2016 – Achille Colombo Clerici

Si accumula il ritardo dell’Italia nei confronti dei Paesi europei competitors nel vitale settore degli investimenti per ricerca e sviluppo: continuiamo a spendere l’1,25% del Pil contro il 2% della media UE; inoltre, siamo soltanto al 20° posto (sui 28 Paesi dell’Unione) nella capacità di ricevere fondi comunitari in quanto soltanto il 18,3% degli oltre 34.500 progetti presentati sono ritenuti validi. Per quanto riguarda le classifiche Ue sui top 50 nella conquista dei fondi, il primo ente di ricerca italiano si trova al 5° posto: il Centro Nazionale delle Ricerche, seguito dal Centro Ricerche Fiat (19°) ed Enea (25°). Quarta posizione per D’Appolonia Spa nella lista delle imprese, mentre nella classifica delle università, dominata da 14 atenei inglesi, ne figurano solo due italiani, il primo dei quali si trova al 35° posto (Politecnico di Milano), seguito dall’AlmaMater di Bologna (37°).

Come sostiene su Capital il consulente del Governo italiano Stefano Simontacchi, managing partner dello studio Bonelli-Erede, che ha contribuito al decreto Patent Box (regime di tassazione agevolata su base opzionale per i redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali quali brevetti e marchi) è indispensabile far ripartire il settore, prevedendo un innalzamento delle soglie del credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo che oggi sono troppo ridotte per attrarre investimenti rilevanti dai grandi gruppi.

Ma resta la politica fiscale del Paese uno dei nodi più importanti per il suo futuro: innanzitutto servono norme chiare, coerenti e certe. Occorre ridurre i tempi del contenzioso fiscale (nei Paesi Bassi si arriva a un giudizio definitivo in tre anni, in Italia si sale a nove anni). E una volontary disclosure nazionale che porti alla luce l’economia sommersa, stimata in oltre 250 miliardi di euro con un gettito evaso di oltre 100 miliardi. In questo modo si potrebbero recuperare risorse per abbassare il livello impositivo.

Certo l’avere innalzato il pagamento in contanti a 3.000 euro con la giustificazione di favorire i turisti stranieri (ma quale turista straniero “in regola” spende in contanti una simile cifra, considerando che all’estero si usa quasi sempre la carta di credito?) non è un buon segnale. Secondo Bankitalia nel 2014 sono state depositate banconote da 500 euro in misura cento volte superiore a quella delle banconote emesse dal sistema bancario italiano.

foto presidente 148

 

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