“Emergenza continua” Il Giorno ediz. del 7 maggio 2016 – Achille Colombo Clerici

In un ordinamento, quale è il nostro, improntato ai principi di libertà economica e di iniziativa privata, ma al tempo stesso ispirato alla solidarietà ed al welfare, la casa va considerata un bene, ed anche un servizio.
Non certo sulla base della volontà dell’utilizzatore, come talvolta impropriamente ci si riduce a ritenere, ma in base alla destinazione che ne fa il proprietario. E’ un bene economico per il cittadino che vi ha investito i propri risparmi e che da essa intende ricavare un legittimo reddito. E’ un servizio, quando il pubblico deve assolvere al suo compito istituzionale di dare la casa a coloro che non la possono pagare, né in tutto, né in parte.

In tal modo, il nostro ordinamento prevede a fianco dell’edilizia libera, l’edilizia residenziale pubblica (la cosiddetta edilizia popolare, la cui competenza lo Stato ha passato alle Regioni) sovvenzionata, cioè a totale carico dell’ente pubblico. E pure l’edilizia convenzionata ed agevolata; a metà strada fra la libera e la popolare e destinata ad utenti che non possono che accedere all’abitazione a prezzi calmierati.  La più recente evoluzione è rappresentata dal social housing, programmi di edilizia convenzionata pilotati da operatori privilegiati.

Molte formule, risultati scarsi. Tant’è che da decenni si continua a parlare di problema casa in tutte le sue declinazioni, evocando anche il concetto di emergenza. E’ un fenomeno tutto italiano l’emergenza che dura così a lungo. Oggi abbiamo da un lato 660.000 famiglie senza un alloggio decente e un patrimonio di edilizia pubblica che è il più basso d’Europa (4% del totale).

Nel secondo dopoguerra la Legge Tupini (1949, esenzione venticinquennale dall’imposta sui redditi dei fabbricati per coloro che costruissero alloggi destinati alla locazione) permise agli imprenditori privati di fornire 5 milioni di alloggi agli italiani, facendo fronte alle necessità della ricostruzione post-bellica e del vastissimo fenomeno migratorio interno. Con il Piano Fanfani lo Stato assicurò la costruzione di oltre 500.000 alloggi popolari destinati alle fasce economicamente più deboli.

Se oggi il pubblico lamenta una ristrettezza di risorse occorre ordinare le scelte secondo una scala gerarchica di valori e di priorità. I Comuni, come farebbe ogni buona famiglia nei momenti di ristrettezze, spendano meno in fioriere, rotatorie, piste ciclabili, pavimenti e rifacimenti di marciapiedi e di strade, illuminazioni e luminarie di sorta, feste e arredi e costruiscano o comunque gestiscano meglio le case popolari.

foto presidente 151

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