Stefano Simontacchi – Articolo di fondo su “Il Sole 24 Ore” pag. 1 del 31 agosto 2016 – “Europa, basta giocare di rimessa”

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Europa, basta giocare di rimessa
di Stefano Simontacchi

Il provvedimento con cui la Commissione europea ha condannato l`Irlanda a recuperare oltre 13 miliardi di euro da Apple, come conseguenza di mancati versamenti di imposta effettuati dal 2003 al 2014, riporta l’attenzione alla competizione fiscale tra Stati.

Tale decisione ha suscitato immediate reazioni: il gruppo Usa ha dichiarato che le argomentazioni della Commissione avranno un effetto dannoso sugli investimenti e la creazione di lavoro in Europa; il ministro delle Finanze irlandese ha manifestato il proprio disaccordo con il provvedimento, ribadendo che Apple ha corrisposto l`importo di imposte dovute; il ministero del Tesoro Usa ha evidenziato che l’approccio adottato dalla Commissione sarebbe in contrasto con i precedenti resi dalla Corte di giustizia europea e risulterebbe incoerente con i vigenti princìpi di fiscalità internazionale.

A prescindere dal merito di una decisione che al momento non è stata pubblicata (e che quindi è prematuro commentare), vale la pena cercare di comprendere cosa stia succedendo a livello mondiale in tema di fiscalità e quali forze determineranno gli scenari economici del futuro.

Il caso Apple evidenzia come la strategia fiscale rappresenti una variabile determinante delle politiche economiche degli Stati e – data la globalizzazione dell`economia mondiale -sia diventata un fattore critico nella suddivisione della ricchezza tra gli stessi.

Il fenomeno della globalizzazione e della correlata possibilità per i gruppi multinazionali di delocalizzare le attività negli Stati a regime più favorevole trova ancor più enfasi nell`ambito della cosiddetta economia digitale (caratterizzata da una dematerializzazione che rende molto agevole il trasferimento di attività e connessi redditi).

Spinti dalla necessità di mantenere invariato il livello di gettito nonostante la modesta ripresa economica, sempre più Stati hanno intrapreso o stanno per intraprendere processi di revisione dei propri sistemi fiscali per aumentarne la competitività.

A tutto ciò si aggiunge una non uniforme condotta degli Stati: alcuni anche tra quelli generalmente considerati “virtuosi”, tendono ad assumere comportamenti tolleranti nei confronti delle politiche fiscali delle multinazionali, che talvolta generano situazioni di iniquità fiscale.

Dato il contesto di riferimento, la domanda che qualsiasi osservatore si dovrebbe porre è: quali misure gli Stati intendono adottare per disciplinare la ripartizione delle entrare erariali nei prossimi decenni? La risposta è, a dir poco, desolante: prevalgono confusione e ipocrisia.

Il primo punto importante a cui ci richiama la decisione in commento è l`attenzione non solo (o non tanto) al comportamento delle multinazionali, ma anche alla condotta degli Stati coinvolti.

Questo è il vero punto che fino ad oggi è stato trascurato nel commentare i grandi casi di pianificazione fiscale aggressiva. Giova ricordare che gli Stati Uniti hanno norme interne con loopholes noti da decenni che consentono alle proprie imprese di avere un enorme vantaggio competitivo nel mercato globale grazie alla possibilità di delocalizzare utili all`estero non tassati o tassati marginalmente fino al momento del rimpatrio.

Parimenti, molti gruppi multinazionali non avrebbero potuto porre in essere strategie – più o meno aggressive – se gli Stati Ue avessero adottato reciprocamente princìpi di trasparenza e comportamenti eticamente corretti.

In questo contesto, su spinta statunitense, l`Ocse a fine 2015 ha pubblicato un lavoro molto corposo in tema di prevenzione dell`erosione della base imponibile (Beps) che poi gli stessi Stati Uniti hanno parzialmente criticato e a volte ignorato.
A titolo meramente esemplificativo, si consideri che il Congresso ha al vaglio una proposta di legge del Governo che consentirebbe ai gruppi statunitensi di rimpatriare gli ingenti utili accumulati all`estero spesso in sostanziale esenzione di imposta, pagando una imposta sostitutiva del 14% (a fronte del 35% ordinario!).

L`Europa, per contro, vede inasprirsi norme e regolamenti tesi a disciplinare la competizione nel mercato interno. L`annunciata uscita del Regno Unito dalla Ue rischia di enfatizzare ancor di più questo problema. Il Regno Unito, infatti, ha sempre posto in essere politiche fiscali favorevoli all`attrazione di investimenti ed è presumibile attendersi che tale attitudine sarà ancor più rafforzata.

È più che evidente che, procedendo in questo modo, non si raggiungerà mai un regime di equità globale e che l’Europa e soprattutto l’ltalia, rischiano di essere estromesse dallo scenario economico del futuro, perdendo investimenti a favore di altri Stati.

In tale contesto, l`Europa non può continuare ad agire di rimessa, ma deve assumere un ruolo attivo e decisivo sui tavoli internazionali. Tre sono in teoria le opzioni percorribili:

1) avviare con convinzione un processo di ulteriore coesione che sfoci nella creazione – quantomeno ai fini fiscali- di una federa zione tra Stati (che implica l`armonizzazione della fiscalità diretta);

2) affievolire il contrasto alla concorrenza fiscale fra Stati dell`Unione, lasciando più spazio di manovra ai governi;

3) adottare con coerenza principi di trasparenza reciproca tra gli Stati dell`Unione e rappresentare in modo coeso gli interessi comuni sui tavoli internazionali, per favorire una riforma equa e coerente della fiscalità internazionale.

La prima opzione è certamente quella preferibile sotto il profilo strategico, ma richiede tempi lunghi e non sembra di facile perseguimento.
Stante la palese insensatezza della seconda opzione, non resta che adottare la terza.

Conseguentemente, l`Europa deve attivarsi da un lato per contrastare l`imposizione di soluzioni unilaterali degli Stati non membri e dall`altro deve comunque garantire agli Stati membri lo spazio necessario per creare le condizioni ottimali per favorire gli investimenti. A mero titolo di esempio, è peculiare che l`Italia abbia problemi in Europa con il regime del patent box per asserito contrasto con i Beps, quando altri Stati adottano comportamenti e introducono norme ben più in contrasto con i Beps del patentbox…

La complessità del quadro sin qui delineato non deve infatti indurre i singoli Stati dell`Unione per eccesso di rigore a scegliere una politica fiscale “ingessata”, per sua natura incapace di creare i presupposti per una riforma strutturale.
Al contrario, il momento storico in cui ci troviamo dovrebbe indurre a scelte coraggiose e innovative. Anche l`Italia deve partecipare attivamente al processo di cambiamento in corso, non limitandosi a subirne gli effetti: deve elaborare una riforma del sistema fiscale adeguata al mutato contesto internazionale e, allo stesso tempo, agevolmente fruibile dagli investitori (domestici o stranieri).

Foto: Stefano Simontacchi con il presidente IEA Achille Colombo Clerici a Workshop Ambrosetti European House Cernobbio 2016

 Achille Colombo Clerici e Stefano Simontacchi Cernobbio 2016

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