Terremoto – Intervista al Prof. Alberico Barbiano di Belgiojoso, membro del Comitato scientifico di Assoedilizia

Terremoto: le considerazioni di un grande nome dell’architettura e dell’urbanistica

ALBERICO BELGIOJOSO: DAL FRIULI LA CULTURA DELLA RICOSTRUZIONE

Cosa fare subito per il recupero dei beni architettonici. E sulla sicurezza: “Ecco come è possibile con le attuali tecnologie. Ma sui costi è difficile, allo stato, una previsione affidabile”

La Torre Velasca – 106 metri, 26 piani –  costruita in cemento armato in  meno di 10 mesi nel 1958, registra ogni giorno rotazioni fino a 30- 40 centimetri  a causa del riscaldamento solare sui diversi lati. E’ uno dei simboli di Milano, unica nel panorama mondiale ed è pure simbolo del rifiuto della globalizzazione architettonica. In quasi 60 anni nessun problema di stabilità. Certo, Milano non è zona sismica: ma resisterebbe a una scossa del 6° come quella del recente disastro?

“Certamente” è la risposta di Alberico Barbiano di Belgiojoso, figlio di Ludovico, uno dei progettisti dello Studio BBPR che ha costruito la Torre. Esponente di una delle grandi famiglie milanesi la cui storia si intreccia nei secoli con quella di Milano e dell’Italia, docente, paesaggista, esperto nel recupero e nella progettazione urbana,  eclettico – dal centro storico di Kuwait City all’allestimento museale di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza per Banca Intesa, al Centro Storico di Genova, al recente palazzo residenziale in viale Caldara a Milano – aggiunge conferenze e corsi post laurea a New York, San Paolo in Brasile, Tokio, Ankara, Londra.  Autore di volumi e saggi sugli stessi temi, ha operato sul campo dei grandi terremoti: dal Friuli all’Aquila. In Friuli con Piani Particolareggiati di recupero di centri urbani e studio di un nuovo sistema costruttivo; a L’Aquila curando la ristrutturazione a livello edilizio.

“Ogni luogo colpito dal terremoto – afferma – ha una propria specifica cultura, la ricostruzione deve tener conto di questa realtà. Le diverse tecnologie ora utilizzabili vanno scelte in funzione di ciò e saranno diverse nei singoli casi. Ad esempio, nel Friuli, nei Piani per i Centri Urbani, si è individuato per ciascuno il modo di riparazione e di ricostruzione, non trascurando miglioramenti alla vivibilità, pur mantenendo il “com’era dov’era”; mentre laddove occorreva adottare il nuovo, si è studiato un sistema di prefabbricazione (richiesto dalle autorità per ridurre i tempi), adeguato all’inserimento nei nuclei storici, ma anche all’adattamento alle singole esigenze (dimensione dei nuclei familiari, presenza di spazi per laboratori e attività artigianali connessi alla residenza – diffusissimi in Friuli – ampliabilità nel tempo, ecc.), un problema tipico di queste ricostruzioni. A L’Aquila si sono studiati gli aspetti strutturali, quelli impiantistici, e gli elementi architettonici di dettaglio e le decorazioni, in un dialogo continuo con la Soprintendenza.

“Una questione importante – sottolinea Belgiojoso – riguarda i monumenti storici, palazzi, chiese, infrastrutture. Occorre assumere quell’obiettivo del “dov’era, com’era” con modalità diverse secondo l’entità del danno e le caratteristiche di dettaglio del manufatto. Un tratto di parete in muratura può essere ricostruito con lo stesso sistema; dettagli architettonici, cornici, portali, possono essere rifatti uguali agli originali sulla base di documenti fotografici che fortunatamente sono presenti quasi ovunque (a Varsavia e a Dresda hanno utilizzato dei dipinti). Conviene sempre per alcuni elementi verificare l’utilizzabilità di pezzi presenti nelle macerie, prima che queste vengano rimosse (ad Assisti è stato fondamentale). E nei casi in cui ciò non sia possibile, si può considerare l’inserimento di parti di nuova architettura, studiando molto bene il rapporto con l’esistente. In Italia abbiamo ottimi esempi. Naturalmente l’ho sperimentato io stesso in diversi casi, ma non bisogna abusarne”.

Nella raffica di proposte di messa in sicurezza e di recupero di cui si parla da molti giorni, Belgiojoso pone alcuni punti fermi.

Le tecnologie attuali sono in grado di garantire la sicurezza di ogni edificio: quello storico, di secoli, e la modesta unità familiare.

Le differenze operative sono notevoli. E variano anche da regione a regione. In Emilia Romagna, terra di costruttori, il terremoto ha avuto esiti meno disastrosi che nei paesi appenninici, dove le case sono state realizzate con materiali e con tecnologie povere.

La valutazione dei costi, su cui si lanciano tante cifre in questi giorni, dipendono enormemente dai sistemi costruttivi adottati sia nell’edificio storico che nell’edificio recente. In alcuni casi i costi sono bassi, in altri la soluzione è complessa e quindi molto onerosa; vi sono differenze, al metro quadro, di 3-4 volte. Le stime di massima si possono fare dopo avere almeno individuato la quantità dei diversi casi, anche solo come proposizione rispetto al totale.

Il segreto di una costruzione sicura sta nelle connessioni tra solai/pavimenti e pareti. Nei primi la presenza di cemento armato di spessore adeguato, 10 cm almeno, garantisce rigidità; se inferiore, occorrono delle aggiunte, ma molto legate all’esistente. Per quanto riguarda le armature in cemento, bisogna accertarsi innanzitutto se sono state realizzate con materiali adeguati – sabbia di fiume e non di mare, tondini di ferro del giusto numero e spessore. Alcuni rimedi sono possibili con cerchiature in acciaio o fibre di carbonio.

Strumenti utilizzabili sono i cosiddetti “dissipatori di energia”, costosi e validi solo in alcune condizioni; meccanismi inseribili nei punti opportuni del fabbricato che assorbono gran parte delle spinte e dell’energia del terremoto. Sono di diversi tipi, dai cuscini di gomma ai pistoni immersi in liquidi densi, ai materiali deformabili, ecc.

Il problema principale rimane sempre il saper gestire questi diversi aspetti di analisi, di soluzioni –tipo, di gestione delle differenze, di procedure (semplificate ma sempre attente alla regolarità tecnica e legale).

Fin qui le considerazioni di Belgiojoso. Alle quali è opportuno aggiungere un quadro complessivo. Sono oltre 5 milioni le unità immobiliari situate in zone altamente sismiche quali quella della dorsale appenninica e di talune aree delle Alpi sul totale di circa 19 milioni di alloggi costruiti ante 1971, quando vennero emesse le prime normative edilizie antisismiche. Ma, secondo gli esperti, le ingenti somme che si spenderebbero per la messa in sicurezza sarebbero comunque inferiori a quanto finora impiegato per ricostruire dopo le catastrofi. Senza considerare il valore delle vite perdute, incalcolabile.

Foto: Alberico Barbiano di Belgiojoso con il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

Achille Colombo Clerici e Alberico Barbiano di Belgiojoso

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