“Milano tra passato e futuro” – Testo della conversazione tenuta da Achille Colombo Clerici alla Società del Giardino il 12 settembre 2016

“Cos’è Milano. E’ una passione, un sentimento calati in una città, in una realtà urbana, culturale, sociale, economica, fatta di uomini, di territorio, di attività, di case.

Un modo di essere, una mentalità.

Una città che ormai molti giudicano tra le più belle del mondo (dopo Londra la più bella nella modernità della vita in Europa), una città che fa immagine per l’estetica urbana e per il modo di vivere che offre; che fa conoscenza; una città che, in una società che invecchia, oggi attrae i giovani, per le opportunità e per il basso costo della vita.

Da Costantino in poi, patria della accoglienza e della integrazione.

Da San Carlo Borromeo in poi, città della religiosità (intesa non solo come fede, ma come insieme di valori morali) della famiglia e della solidarietà. Lo spirito maturato in quel giansenismo laborioso e pragmatistico che farà dire a Montanelli di Milano, una “città giansenista che ha pudore di se’ e le sue bellezze le tiene nascoste”.

Dall’ingegner Giuseppe Colombo in poi (Fondatore della Edison – Rettore del Politecnico per decenni – presidente della Camera dei Deputati Italiana, maestro di Giovan Battista Pirelli),  città dell’energia e della modernità.

Per cercare di capire questo sentimento, ho provato a calare nella città l’immagine della manzoniana “madre  di Cecilia”, una delle immagini fra le più potenti e le più tremende di tutta la letteratura italiana, perché scuote l’animo.

Una immagine cara alla nostra famiglia (mio padre, un avvocato in una Milano d’altri tempi, la citava sempre) come lo è a molte famiglie lombarde.

Pochissimi tra gli studiosi del Manzoni si sono posti la curiosità di sapere in quale angolo della nostra città il Manzoni collochi quella famosa “soglia di uno di quegli usci”.
Il prefetto dell’Ambrosiana Angelo Paredi, don Cesare Angelini e pochi altri.

Eppure si tratta di un episodio storicamente avvenuto, descritto fedelmente da Federico Borromeo nel “De Pestilentia” cap. ottavo “De miserandis casibus” pubblicato per la prima volta nel 1932 dal dottore dell’Ambrosiana don Agostino Saba.
Ne parlavamo sovente. Con il manzonista mons. Angelo Paredi, prefetto dell’Ambrosiana, incontrandolo in quello che chiamo il crocevia della milanesità: all’angolo tra la contrada della Rosa e la contrada delle Asole, dove c’è il portone d’uscita dal Cortile degli Spiriti Sapienti (dell’Ambrosiana ): un luogo quasi sconosciuto di Milano, che prende il nome da Dante Alighieri che così definisce nel canto X del Paradiso il luogo dei beati.

Oggi vi incontro il Prefetto Franco Buzzi e con lui parliamo di Don Antonio (al secolo Antonio Vivaldi) e del settimo movimento del Gloria. Ma questa è un’altra storia.

Un fatto storico quello della madre di Cecilia al pari della vicenda di Suor Virginia Maria, al mondo Marianna de Leyva y Marino: ma anche qui nessuno si è posta la domanda del luogo (Il Ricovero delle Convertite di Santa Valeria) nel quale la Monaca di Monza abbia trascorso in Milano i 28 anni della sua prigionia (dal 1612 al 1640, scampando alla peste del 1630) di cui 13 in una cella di soli 5 e mezzo metri quadri.

Il racconto comincia all’alba di un giorno dell’estate del 1630. Capitolo 34° dei Promessi sposi.

Renzo Tramaglino arriva a Milano alla ricerca di Lucia in casa di Don Ferrante e di Donna Prassede.
Siamo in piena peste. E siamo in piena estate.
Manzoni sa tutto, anche se non dice espressamente: perché racconta la storia vera, calandola in una città reale.
Non sa ancora perché, ma sa che la peste cessa con l’arrivare dell’inverno; salvo ripresentarsi con ancor maggiore virulenza l’anno dopo, come avvenne con la peste di Genova nel 1656-1657. Come sa che erano i Cappuccini ad intendersene su come trattare la peste. A Milano nel 1630 la municipalità chiama a governare la peste non un gesuita, un domenicano o un benedettino, ma il cappuccino padre Felice Casati e nel 1657 Genova chiamerà padre Micone, anch’egli cappuccino.
Così non a caso padre Cristoforo che poi ritroveremo al Lazzaretto alla fine della storia, è un cappuccino.

Il bacillo della peste, dunque (la yersinea pestis) ai suoi tempi non era stato ancora scoperto. Lo sarà circa 80 anni più tardi ad opera del medico svizzero Alexandre Yersin 1863-1943 (che lavorò all’istituto Pasteur di Parigi).
Il bacillo viaggia sulle pulci, che viaggiano sui topi neri, che viaggiano al seguito degli eserciti o sulle navi. Così si diffondeva la peste.
Le pulci morivano d’inverno e la peste cessava come per incanto.

Una malattia oscura e paurosa la peste, perché legata al mondo animale: aveva ispirato storie e fiabe crudeli, come quella medioevale del pifferaio di Hamelin, trascinatore di topi, che si trascinò via per vendetta tutti i bimbi della città di Hameln.

Renzo Tramaglino era arrivato a Milano dal Lecchese, compiendo l’ultimo tratto di strada a piedi di fianco ai carri di ghiaccio che scendevano verso il Lazzaretto di Porta Orientale dalla ghiacciaia di Montorfano dei nostri amici Barbavara Merry del Val.

Aveva dormito alla bell’e meglio, rifuggendo dalle osterie. Di buon’ora era riuscito ad entrare fortunosamente in città, attraverso Porta Nuova, che oggi è popolata dalle torri del Qatar, e si dirigeva verso il centro di Milano lungo il Naviglio Martesana.

Così Renzo incontra un viandante che si ritrae inorridito, scambiandolo per un untore. Percorre la via S. Marco. Poi si imbatte in una madre rinchiusa in casa con tutti i figli e le offre due pani.
Incontra successivamente un corteo di carri di appestati, preceduto dall’ ‘apparitore’ che suona un campanello per preannunciare il passaggio del corteo.
Si tiene sulla “mancina”. Costeggia il retro del palazzo ora sede del Corriere della Sera, poi passa a fianco del tumbun, oltrepassa la chiesa di S. Marco, svolta a sinistra. Pochi passi, attraversa il ponte Marcellino (dal nome di un appartenente alla famiglia Ajroldi) ed imbocca la via Borgonuovo.  “In fondo alla via”, ma quasi all’inizio diciamo noi, perché quella via è un dog leg, secondo la definizione golfistica, (cioè una via storta come lo sono a Milano tutte le vie di impronta romana e medioevale, permettevano di scantonare e sottrarsi ai colpi di archibugio, mentre le vie della Milano napoleonica o asburgica sono tutte diritte e perpendicolari) Renzo incontra il nostro “navigatore satellitare”. Un prete ‘in funzion di prete’ (dal farsetto che indossava) che, tenendolo un po’ a distanza con un bastoncino da passeggio puntato a terra quasi a tenerlo lontano, gli indica l’itinerario con il criterio del percorso più breve e cioè con il criterio dell’ipotenusa e non dei due cateti.

Cosi Renzo prosegue fino a percorrere tutta la via Borgonuovo.
Arriva all’incrocio di Croce Rossa (Carrobbio di Porta Nuova, chiesa di S. Anastasia, ora s. Francesco di Paola). Fin qui la descrizione del percorso fatta dal Manzoni.
Poi l’Autore continua il racconto lasciando all’intuizione del lettore di immaginare il percorso che Renzo sta compiendo.

Renzo imbocca l’attuale via Montenapoleone, la contrada del Monte verso la contrada S.Andrea.
(Non avrebbe avuto senso svoltare né a sinistra, né a destra: in un caso sarebbe tornato indietro, nell’altro si sarebbe diretto verso il Duomo. Ma allora il navigatore gli avrebbe indicata da percorrere direttamente la via Brera).

Renzo percorre dunque per un certo tratto la via Montenapoleone, sinché arrivato all’incrocio con l’attuale via Verri, svoltato l’angolo, s’imbatte nell’ immagine del carro dei monatti che raccolgono i morti. “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci e veniva verso il convoglio una donna…

Ecco dove stava la soglia di uno di quegli usci.

L’episodio più straziante e più poetico al tempo stesso di tutto il romanzo.

Quasi 400 anni dopo, qualche giorno fa, sono lì, assorto nei miei pensieri, quando sopraggiunge una limousine Maserati, nero lucido il colore del lusso. Una vettura di qualche grande albergo, anzi proprio del Gallia, quello storico Hotel appartenente alla più genuina tradizione milanese: oggi di proprietà, anche qui, del Qatar che l’ha modernizzato sullo stile di una navicella spaziale. Marmi lucidi, specchi, cristalli, acciaio e cromature: nessun arredo tradizionale.  Lo stile di “Odissea nello spazio” il film di Stanley Kubrick del 1968.

Si ferma quasi all’angolo; uno chauffeur sussiegoso si precipita ad aprire le portiere e scende una coppia di ragazzini, un ragazzo ed una ragazza, arabi, giovanissimi, magrini magrini nei loro abiti casual. L’autista non dice parola, ma con un gesto della mano indica una vetrina. E’ là il luogo magico che questi giovani son venuti a visitare venendo dall’altra parte del mondo. Il luogo emblematico del nostro rapporto con il mondo del futuro, ma anche il simbolo della nemesi storica alla rovescia, del contrappasso che la nostra città ha vissuto.

Siamo partiti dalla poesia della pietà dell’uomo, per arrivare alla immaginazione, alla suggestione del successo dell’uomo.

Dal passato più buio al futuro più luminoso.
Il percorso di Renzo dentro la città alla ricerca di Lucia è così la metafora della continuità tra passato e futuro.

L’altro giorno al Forum dell’ Economia di Cernobbio ho ascoltato Shimon Peres: quel grande statista che, per meglio guidare il suo popolo nel percorso della storia, per tutta la vita ha avuto come obiettivo quello di prevederne, di anticiparne i corsi.

Vent’anni fa, sempre a Cernobbio parlava di era della conoscenza. Le guerre si combatteranno non più con le armi, ma sul piano del possesso della conoscenza.

Oggi parla di era della prevedibilità: i popoli si affermeranno solo se riusciranno meglio degli altri a prevederne i corsi futuri.

Magari facendo ricorso alla cosiddetta intelligenza artificiale.

Ebbene, Milano è dentro questo contesto, a questo circuito a pieno titolo e come tale potrà svolgere a pieno il suo ruolo che è quello di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, nella competizione globale.

Per svolgere questo ruolo gli strumenti culturali ci sono, gli strumenti economici ci sarebbero, gli strumenti istituzionali sono da mettere a punto. Penso al sistema-paese Italia, nel contesto europeo.

Milano ce la può fare, anzi ce la deve fare.”

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