Marco Romano – “Lo stile di Milano”

Abbiamo ricevuto dall’amico Prof. Marco Romano, emerito di estetica della città nell’Università di Genova, la sintesi della conversazione tenuta settimana scorsa agli Amici del Giovedì, su invito del nostro Presidente Colombo Clerici.
A seguito della sua autorizzazione volentieri la pubblichiamo.

 

LO STILE DI MILANO

Marco Romano

Le città europee hanno un’anima proprio come una persona, e come noi percepiamo a prima vista il carattere di una persona guardandone il vestito così sarà riconoscibile nei suoi muri il carattere di una città,  sicché nel 1620 il geografo    Giovanni Antonio Magini potrà sintetizzare  quello delle più importanti città italiane, nominate comunemente  con questi epitheti che corrono cotidianamente tra le genti, cioè Roma santa, Napoli nobile o gentile, Venezia ricca, Genova superba, Milano grande e Firenze bella.

Come quello di una persona la accompagna per tutta la vita fin dalla giovinezza pur nel modificarsi dei modi e delle mode  nei quali andrà manifestandosi, così anche lo stile di Milano  sarà già tutto, nel 1289, nel libriccino di Bonvesin de la Riva, De magnalibus Mediolani, una ossessiva esaltazione proprio della sua grandezza, un elenco  di tutto quanto è felicemente enumerabile a confermarla, compresi i tantissimi palazzi con i loro sessanta porticati. Ma quanto alla bellezza – a parte la corte del broletto, il suo modesto cuore – tutto si ridurrà a questo: La pianta della città è rotonda, in forma di cerchio, e questa sua mirabile rotondità è un segno della sua perfezione, una immagine confermata a metà del Trecento da Galvano Fiamma in questa pianta.

 

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La pianta di Galvano Fiamma e la corte del broletto ai tempi di Bonvesin

Un secolo dopo, nel 1402, Leonardo Bruni non farà invece alcun cenno alla grandezza materiale di Firenze, la sua città, ma ne esalterà la bellezza,  una bellezza pervasiva in ogni suo aspetto visibile che la rende tutta intera un’opera d’arte:  perché non sarà soltanto quella delle facciate di tutte le case e di tutti i palazzi ma anche quella del loro medesimo spazio interno, in linea di principio trasparente  allo sguardo di tutti i cittadini:  è la trasparenza stessa della civitas, della sua libertà e della sua democrazia, incarnata del resto dallo splendore del palazzo della Signoria.

Non c’è alcuna strada, alcuna piazza, nessuna parte della città, che non sia armoniosamente ornatissima di splendidi palazzi. Che cosa potrebbe essere più bello e ameno che vedere i vestiboli delle case, gli atri, i pavimenti, i  triclini e quant’altro nelle parti più intime della casa, divisa per l’estate e per l’inverno? Ché come il sangue per l’intero corpo,  così l’ornamento e le delizie sono diffuse in tutta la città.

E mentre i milanesi saranno orgogliosi di questa città perfettamente circolare – come la O al centro del suo nome, MediOlanum –  già alla fine del Duecento i fiorentini avevano incaricato Arnolfo di Cambio di progettare una città cinque volte più grande e per questo più bella, e che questo progetto fosse alla radice della sua bellezza sarà riconosciuto e ricordato duecentocinquant’anni dopo da Cosimo I, che farà dipingere dal Vasari sul soffitto del salone dei Cinquecento nel palazzo della Signoria proprio Arnolfo nell’atto di presentare il suo piano ai maggiorenti della città.

 

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Il progetto di Arnolfo e Arnolfo lo presenta ai maggiorenti

 Ma perché il piano di Arnolfo renderà la città più bella? Perché nella amplissima cerchia delle mura potranno sorgere i nuovi conventi con le loro piazze e con quelle chiese che renderanno memorabile Firenze – Santa Maria Novella, San Marco, l’Annunziata, Santa Croce, Santo Spirito, il Carmine – mentre a Milano ci siamo ristretti  a Santa Maria delle Grazie e a Sant’Angelo, a Sant’Eustorgio e un tempo a San Dionigi, che tuttavia non riusciranno a diventare l’anima dei suoi quartieri come le piazze fiorentine.

Quel che noi vediamo nella Milano di oggi è la coerenza di quel medesimo stile, il centro della città quello chiuso dalla cerchia di mura dove da mille anni le case costano tre volte tanto quelle più lontane e dove vanno tradizionalmente accalcandosi le élite, e il modello che intravedo nel dibattito sull’area metropolitana è quello di una Milano ancora più grande ma sempre con il medesimo centro: e se a Parigi gli Champs Elysées saranno il suggerimento che porterà alla lontana Defense, corso Sempione – che nel piano del 1884 avrebbe potuto seguire il medesimo suggerimento parigino – finirà nel nulla.

 

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Il piano  di Cesare Beruto

A Firenze nei medesimi anni  Arnolfo di Cambio aveva suggerito, progettando la nuova Santa Maria del Fiore,  di sostituire il tiburio e la freccia consueti delle cattedrali gotiche con una cupola grande come quella del Pantheon eliminando quindi i quattro pilastri all’incrocio delle navate e rinforzando invece i quattro pilastri destinati a sostenere una cupola, e riuscirà a convincere i magistrati fiorentini perché il desiderio cittadino della bellezza farà loro correre volentieri il sogno di una cupola che nessuno sarebbe stato al momento capace di costruire.

 

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Le piante di Santa Maria del Fiore e del Duomo di Milano

I magistrati milanesi avvieranno invece cent’anni dopo, quando l’ambizione fiorentina era notissima, una cattedrale gotica convenzionale ma con la pretesa di farne la più grande della cristianità, e allo stesso modo il delicato suggerimento brunelleschiano dell’Ospedale degli Innocenti a Firenze diventerà a Milano la sterminata e incerta facciata della Cà Granda: che appunto rispecchia anche nel nome l’aspirazione milanese soprattutto alla grande dimensione.

Così il sindaco Beretta, dopo il 1861, riuscirà a realizzare una nuova sterminata piazza del Duomo tutta porticata proprio quando queste piazze grandi   e uniformi – lo ammonivano gli artisti della Scapigliatura – erano ormai passate di moda a favore di piazze meno regolari e più raccolte come sarà quella della Scala: e in ogni caso la Galleria è la più grande del mondo.

Beninteso – ci mancherebbe – anche i milanesi non sono insensibili alla bellezza, e sottolineeranno nell’Ottocento la dignità dei nuovi quartieri al di là delle mura spagnole con qualche porta monumentale – l’Arco della Pace, Porta Marengo, Porta Nuova, Porta Garibaldi – ma non riusciranno a circondarle da una piazza monumentale come a Firenze piazza della Libertà o piazza Beccaria.

Non ho nulla contro i nuovi grattacieli ma piuttosto avevo suggerito in vari articoli sul Corriere della Sera che avrebbero dovuto venire collocati con sapienza nel contesto della città costruita  esaltando la visuale di Santa Maria delle Grazie per chi arriva da via Scarampo – come nel progetto di Renzo Piano per City Life –  e forse  tenendo maggior conto di corso Como nel progetto di Porta Nuova e dei caselli di Porta Volta nel progetto della nuova Feltrinelli.

Ma tant’è, se nessuno mi ha ascoltato è perché lo stile di Milano è soprattutto da secoli quello di ricorrere alla grandezza piuttosto che a più raffinate intenzioni estetiche  e dunque tre grattacieli saranno più graditi di uno soltanto e il profilo di Porta Nuova con un  grattacielo altissimo fa sentire gli amministratori milanesi – che interpretano i desideri dei loro elettori, sensibili a questa tradizione – alfieri della grandezza contemporanea, rispettando così   quella di quel millenario e coerente carattere radicato da mille anni che faceva dire al Magini Milano grande e Firenze bella.

Una grandezza che dopotutto l’ha resa oggi una delle città più attraenti del nostro Paese.

Marco Romano
Giovedì 29 settembre 2016

P.S.Di come Milano possa venire considerata grande e Firenze bella ho cercato di spiegarmelo più a lungo scrivendo i due ritratti che tutti possono rintracciare nel mio sito,www.esteticadellacitta.it – e, volendo, stampandoli -, un sito dove poi i miei amici possono trovare anche il ritratto di qualche altra città che vorrebbero visitare o conoscere meglio.

 

Foto:
– Marco Romano e Achille Colombo Clerici all’incontro Belgiojoso di Caidate

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