Palazzo Gangi a Palermo e “Tempo di Porazzi” l’ultima composizione di Richard Wagner – Principi Giuseppe e Carine Vanni di San Vincenzo – Visita del presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

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Il palazzo Gangi a Palermo e “Tempo di Porazzi” l’ultima composizione di Richard Wagner – Principi Giuseppe e Carine Vanni di San Vincenzo – Visita del presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

di Achille Colombo Clerici

Ho ancora davanti agli occhi e nella mente i templi di Selinunte, dove si ha la sensazione del rapporto dell’uomo con il divino.

Qui, nella serenità della luce che si intravvede attraverso le file di colonne doriche elevate al cielo, davanti a questi templi ai quali gli antichi uomini accorrevano in massa da ogni dove, sobbarcandosi giorni e giorni di viaggio, si ha l’idea dell’ansia che spingeva l’uomo a relazionarsi con Dio, per superare l’atavica paura dell’ignoto.
Oggi siamo di fronte al fenomeno opposto, all’individualismo e alla secolarizzazione.

L’uomo per superare l’ansia filosofica del futuro sconosciuto si relaziona con gli altri uomini, ma senza Dio; richiama il dipinto di Brueghel, “La parabole des aveugles”, in cui i ciechi si sostengono l’un l’altro camminando in fila, ma non sanno dove vanno.
Come noi, d’altronde, senza Dio non sappiamo dove andiamo.

Assorto in questi pensieri, in casa Gangi a Palermo, mi soffermo nel salone antistante quello delle feste,  dove Luchino Visconti ha girato la celebre scena del Gran Ballo del Gattopardo sulle note del Valzer di Verdi.

Tutto è ancora perfetto in quella dimora che è una delle meglio conservate, o restaurate direi, di Palermo. La padrona di casa, Carine Vanni di San Vincenzo, ci fa da guida. Sotto il quadro di un’ava ci sono ancora gli orecchini originali portati dalla dama ritratta. Sul pianoforte, in bella mostra, una lettera firmata Richard Wagner. Il maestro ringrazia la famiglia Gangi per la casa che gli è stata messa a disposizione nella primavera del 1882 a Porrazzi, alle porte di Palermo.
Questa lettera mi richiama alla mente il testo autografo dell’ultima composizione di Wagner, proprio legata a questa località.

Wagner nel 1881 era arrivato a Palermo per svernare in un clima mite. Viaggiava sempre con un codazzo di gente al seguito.  Wagner occupa tutto un piano dell’ hotel des Palmes  e qui lavora alla conclusione del Parsifal, sull’organo dell’albergo. Tutti accorrevano per potergli stare vicino, entrare in qualche rapporto con lui, per l’aura di genialità che lo circondava.

Lui partecipava ai salotti, era un grande affabulatore. A un certo punto si stancava di parlare e rimaneva immoto. Allora Cosima interveniva in modo deciso e faceva presente: “il maestro ha un’ispirazione”, e gli strofinava dei veli, di seta di diversi colori a seconda delle occasioni, sulle tempie e sul viso, invitando gli astanti a prendere commiato.
Era un rito che alimentava l’aura di magicità attorno al celebre compositore.

Mentre Wagner sta lavorando alle ultime note del Parsifal, giunge da Napoli Pierre Auguste Renoir, per fargli un ritratto.
L’artista doveva esser latore di una lettera di presentazione di un musicista comune amico dei Wagner.
Ma sulla nave Renoir si era reso conto di avere lasciata la lettera a Napoli. Si presenta lo stesso e Wagner non lo riceve neanche; lo fa allontanare dalla servitù.
Ricevuta finalmente la lettera, Renoir torna al des Palmes. Wagner legge le credenziali e l’accoglienza cambia. Il maestro – dicono all’artista in attesa – è molto nervoso perché sta apponendo l’ultima nota al Parsifal. Ma, appena terminato il lavoro lo riceverà subito. Così Renoir gli fa quel ritratto che ora si trova al Musée d’Orsay.

La famiglia Wagner riceve dal direttore del “Des Palmes” il conto provvisorio del soggiorno e si allarma. Wagner fa le solite sceneggiate accusando i siciliani di essere dei briganti. I Wagner decidono di lasciare l’albergo e devono cercare una casa che li ospiti. I palermitani si danno da fare per saldare il conto. Il conte Tasca gli offre ospitalità. Cosima, da buona concreta manager, scarta villa Camastra dei Tasca a Porrazzi perché troppo grande e difficile da gestire. Il Tasca suggerisce allora villa Gangi, sempre a Porrazzi, di proprietà del genero.
Era una casa di campagna, priva degli agi delle case di città e d’inverno era piena di spifferi e di umidità: il figlio Siegfried vi si ammala. Wagner dà in escandescenze e se la prende con i Gangi, ma poi gli passa e rimane riconoscente a questa famiglia.

In quell’occasione a Porrazzi frequenta anche il giardino e la villa Camastra dei Tasca.

Aveva in mente, da oltre trent’anni, dai tempi dell’Oro del Reno la cui ispirazione si riconduce ad uno dei passi alpini più rudi e selvaggi proteso nella luce del cielo, lo Julier Pass, che in Engadina conduce da Silvaplana a Savognin, una brevissima melodia. Una specie di flash melodico di una bellezza assoluta. A Porrazzi la scrive, riportandola su un foglio di pentagrammi e la dedica a “Seiner edlen Freundin Grafin d’Almerita Tasca”: firmato Richard Wagner.

La data di quel manoscritto, che in copia tengo fra le mie carte, è il 20 marzo 1882. Il “Tempo di Porazzi” è l’ultima composizione di Wagner. A Ca’ Vendramin, oggi sede del casinò di Venezia, l’anno successivo, il 12 febbraio, giorno prima di morire, Wagner esegue al pianoforte due melodie: il Tempo di Porazzi e “Il Lamento delle vergini” da “L’ oro del Reno”. Il suo cuore tornava sempre là, su quelle montagne, nella serenità della luce.

Tempo di Porazzi non è una composizione compiuta, ma un abbozzo di melodia, senza alcuna armonia. Non si capisce in che tonalità debba essere eseguita. Qualcuno dice in do maggiore, ma allora diventa Chopin. Nessuno osa eseguirla perché dovrebbe azzardarsi ad applicarle un’armonia: e chi può avere tanto ardire?  Il “Tempo di Porazzi” è dunque una composizione quasi sconosciuta. Solo qualche flauto se ne ricorda. Ma a casa Gangi il ricordo non dovrà mai svanire.

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