Paolo Baffi, servitore dell’interesse pubblico. Lettere 1937-1989 – Libro di Beniamino Andrea Piccone – Presentazione presso la Banca d’Italia Milano

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Le previsioni sul futuro del Paese nel libro presentato nella sede milanese di Bankitalia
PAOLO BAFFI, SERVITORE DELL’INTERESSE PUBBLICO. LETTERE 1937-1989

Nel corso di una crisi economica peggiore di quella degli anni ’30 giova ripercorrere la lezione – purtroppo inascoltata – di chi oltre cinquant’anni fa seppe prevedere quanto sarebbe accaduto. Sono le lettere di Paolo Baffi, servitore dell’interesse pubblico, ai tempi governatore della Banca d’Italia, scritte ai principali attori della politica e dell’economia italiana, ma anche agli intellettuali ed ai giornalisti più noti, negli anni 1937-1989.

Il libro che le raccoglie, curato da Beniamino Andrea Piccone (Nino Aragno Editore), è stato presentato alla Banca d’Italia di Milano da Donato Masciandaro, presidente del Centro Baffi Carefin e direttore del Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi e da Alfredo Gigliobianco, capo della Divisione Storia Economica della Banca d’Italia, moderatore Giuseppe Sopranzetti, direttore della sede milanese della banca centrale. Parterre selezionato, ovviamente, verrebbe da dire purtroppo perché le vicende e il messaggio di Baffi, soprattutto in questo travagliato periodo, meriterebbero ben maggiore diffusione.

Se vogliamo limitarci a un periodo storico, certo il più rilevante, e senza addentrarci in technicality, va subito ricordato che a metà degli anni ’70 l’Italia e il mondo vivevano un’altra crisi (i meno giovani ricordano le domeniche a piedi a causa del blocco della circolazione automobilistica per risparmiare petrolio e l’inflazione a due cifre) dalla quale ogni Paese uscì a modo suo; in Italia stampando moneta, in America facendo guerre. La moneta veniva utilizzata come una droga per far ripartire l’economia, ma ottenendo anche il risultato di penalizzare il ceto medio (peggio ancora andò al ceto meno abbiente) e, attraverso l’allora osannata deregulation, consentendo alla finanza di operare senza freni, accumulando debiti mostruosi che oggi condizionano pesantemente i governi e il mondo.

Parlare di quanto è successo è anche l’occasione per un rapido anche se impressionante viaggio storico nell’economia dell’Italia: se nel 1861 la crescita aveva l’indice meno 0,91, nel periodo fascista era passata a 1,46, nel periodo del boom del Dopoguerra a 5,51 per scendere a 2,5 nel trentennio 1963-1992 e scendere ancora sottozero, al meno 0,5 dal 2001 al 2012.

Un Paese sempre meno efficiente e sempre più indebitato: nel primo Dopoguerra il debito pubblico era al 160% del Pil, sceso al 40% nel periodo fascista, risalito a 100 dopo la seconda Guerra mondiale fino al record di oggi, oltre il 133%. A causa dell’incapacità della politica di disegnare efficaci regole fiscali che prevedano la loro attuazione nell’arco di decenni invece che di pochi anni, o addirittura mesi, a causa delle scadenze elettorali. E’ arcinoto, ad esempio, che qualunque governo attuasse una seria politica antievasione perderebbe sicuramente le elezioni.

Una bella differenza rispetto alla Germania che nella crisi degli inizi di questo secolo adottò misure impopolari: in quel caso, è vero, i socialdemocratici persero le elezioni, ma gettarono le basi di un forte, duraturo sviluppo.

La presentazione del libro ha messo in luce ovviamente anche la parabola umana e professionale di Paolo Baffi traghettatore di idee di cultura liberale e europeista ( in una lettera degli anni sessanta annotava con ammirazione come in Germania – in pieno regime interno di divisione e di muri – gli economisti tedeschi gli avessero dato l’impressione di star studiando da classe dirigente europea )  sottolineando la coerenza di pensiero e azione di un governatore della Banca d’Italia simbolo di rigore, spirito internazionale e senso delle istituzioni. Si ricorda anche una delle pagine più oscure della storia repubblicana con un attacco politico-giudiziario a lui, a Mario Sarcinelli e alla nostra banca centrale. Quell’attacco costrinse Baffi a dimettersi, nell’ottobre del ’79, dalla guida della Banca d’Italia e si risolse poi ovviamente nel nulla.

Paolo Baffi oltre mezzo secolo dopo. Non un memento, ma un monito.

Foto:
– Giuseppe Sopranzetti con Achille Colombo Clerici pres. di Assoedilizia e di IEA
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– Umberto Ambrosoli con Achille Colombo Clerici
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