Archivio per novembre 2016

Gianfranco Rotondi, “Meglio la Casta. L’ imbroglio dell’antipolitica” presentazione del libro a Milano al Circolo della Stampa

novembre 22, 2016

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Il libro di Gianfranco Rotondi presentato al Circolo della Stampa di Milano
ANTIPOLITICA, ANTICAMERA DELL’UOMO FORTE

Ha voluto imboccare la strada contromano Gianfranco Rotondi, parlamentare da sempre (dalla DC di Gerardo Bianco ) ed oggi anche presidente di Rivoluzione Cristiana, con il suo più recente libro “Meglio la Casta. L’imbroglio dell’antipolitica”, evidente risposta al best-seller da oltre un milione di copie dei giornalisti Stella e Rizzo che “accusa” di avere gettato il seme dell’antipolitica; tentando, con l’arguzia e la sottigliezza che gli sono proprie, di smantellare le accuse di ingiusti privilegi rivolte alla classe politica italiana.

E sospettando che dietro l’antipolitica si celi un preciso disegno: prima mettere in crisi la fiducia del popolo nei suoi rappresentanti, poi esasperare un’emergenza, quindi proporre una più efficace rappresentanza.

L’uomo forte, la dittatura.
Se ne è parlato alla presentazione del libro (Koinè Nuove Edizioni) al Circolo della Stampa di Milano con il sindaco Beppe Sala e la parlamentare forzista Maria Stella Gelmini, moderatore il giornalista Roberto Arditti.

Selezionato il gruppo di invitati tra cui, Giampiero Catone, Giulio Gallera, Nicolo’ Sella di Monteluce,  Melania De Nichilo Rizzoli, Francesco De Luca, Achille Colombo Clerici.

Smantellando uno ad uno i luoghi comuni che starebbero distruggendo la democrazia italiana, Rotondi sostiene che i parlamentari italiani rispetto agli omologhi di Francia, Germania, Inghilterra sono campioni di austerity; che i favoleggiati salotti romani – dove si può trovare la gentile ospitante che obbliga a sedere su cuscini per terra – sono faticose aggiunte al lavoro quotidiano; che i vitalizi sono una retribuzione differita per risarcire il parlamentare dal danno professionale ricevuto dall’esercizio dei mandati; che il parlamentare è in coda all’elenco dei corruttibili in quanto non conta più nulla.
Le avventure galanti? Secondo l’inchiesta di un giornale le donne in cerca di partner mettono il parlamentare in coda alla classifica; e la politica quale professione viene messa solo oggi sotto accusa. Nessuno si sarebbe sognato di gettare un tal sasso contro figure come quelle di De Gasperi, di Nenni, di Berlinguer.
Tutte accuse ingiuste quindi? Non proprio se è sotto gli occhi di tutti che una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l’intera società italiana. Ma senza dubbio la colpa principale della politica è stata quella di non essersi accorta delle profonde ingiurie inferte a molta parte della società italiana – come del resto è avvenuto in tutti gli altri Paesi avanzati –  dalla recessione da cui, ci si augura, stiamo uscendo appena oggi. E d’altro canto di non avere saputo distribuire su tutti tali ingiurie, consentendo l’approfondimento smisurato della disuguaglianza. Vanno comunque riconosciuti a Rotondi coraggio e coerenza. Anche questa è democrazia.

Foto:

– Gianfranco Rotondi con Achille Colombo Clerici
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– Sindaco Giuseppe Sala
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– Maria Stella Gelmini
Achille Colombo Clerici con Maristella Gelmini

 

Cecilia Malmstrom a Milano – “La politica commerciale europea” Convegno – Conferenza sul commercio UE con la Commissaria dell’Unione – Nov. 2016

novembre 21, 2016

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A Milano conferenza sul commercio UE con la Commissaria Malmstrom e il ministro Calenda
ALESSIA MOSCA: APERTURA AI MERCATI TEMPERATA DALLA POLITICA

La commissaria Ue al Commercio, la svedese Cecilia Malmstrom, non ha dubbi: non è la liberalizzazione del commercio mondiale a tagliare i posti di lavoro, ma l’automazione e le tecnologie. Comunque sul trattato commerciale Usa-Europa Ttip – già oggetto di critiche nel Vecchio Continente – meglio congelare tutto in attesa di quello che farà il presidente eletto Donald Trump  che, come è noto, ha fatto del protezionismo una delle bandiere della campagna elettorale.

E la Cina che chiede il riconoscimento di economia di mercato?
Una situazione complessa che va studiata a fondo.

Malmstrom è intervenuta alla conferenza sulla politica commerciale europea organizzata a Milano dall’ europarlamentare del Partito Democratico Alessia Mosca con un panel di gran livello: il ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda, Enrico Letta, Emma Marcegaglia, Mauro Petriccione, Luca Visentini, Gianfelice Rocca, Paola Subacchi, con il saluto del sindaco Beppe Sala e l’introduzione di Carlo Altomonte.

Il dibattito milanese ha avuto un grande successo di pubblico e di partecipazione, confermando il sempre maggiore interesse dell’opinione pubblica a temi non sempre facili da comprendere ma fondamentali per la vita di ognuno. Mosca ha aperto i lavori sottolineando la crescente “richiesta di più inclusione, più trasparenza sugli effetti che il commercio internazionale produce, più sostegno nelle fasi di transizione, più equità. Oggi più che mai – ha continuato – abbiamo bisogno di un vero cambio di paradigma nella politica commerciale senza abbandonare in alcun modo la propensione all’apertura, ma interrogandoci sulle modalità con cui si combina il commercio non più solamente con la crescita economica, ma con un sistema di sostegno politico e istituzionale in grado di dare alla politica commerciale una rinnovata e rafforzata legittimità”.

Sulla stessa linea anche Malmstrom. Sull’impatto sociale della globalizzazione ha detto: “Dobbiamo riconoscere questo impatto e aiutare le persone in tale senso: investire in educazione e politiche attive, ad esempio, e in questo molta responsabilità è dei governi nazionali”. La Commissaria ha inoltre parlato di come il commercio rappresenti anche un importante strumento di politica estera dell’Unione e, infine, della necessità di trasparenza: “Dobbiamo assicurarci che tutti abbiano consapevolezza del fatto che oggi il commercio è trasparente. Solo in questo modo le persone si sentiranno incluse”.

Sulla comunicazione di questi temi e sulle difficoltà ad essi collegate è intervenuto anche il ministro Calenda: “Nulla può essere più presentato in termini semplicistici. L’idea che la globalizzazione si debba fermare è sbagliata, una fuga dalla realtà. Bisogna capire che si tratta di una tendenza che va avanti non da trent’anni ma da secoli. È una tendenza umana”. Infine, sul futuro della politica commerciale europea: “L’Europa è il sistema commerciale più aperto al mondo. È per questo che siamo a favore delle continue negoziazioni sul Ttip, con il nostro partner commerciale e politico principale. È assurdo pensare di non negoziare. Se il frutto delle negoziazioni non sarà soddisfacente, allora sì che si potrà terminare il negoziato”.

Miglior sorte sembra avere il Ceta, l’accordo tra Canada ed Unione Europea. Sarà votato dal Parlamento, si spera a breve. Resta la convinzione comune che tutti i Paesi comunitari debbano impegnarsi fin dall’inizio del negoziato con i propri cittadini onde evitare ripensamenti dell’ultimo momento.

Foto:
– Alessia Mosca con il presidente IEA Achille Colombo Clerici
Achille Colombo Clerici con l’on. Alessia Mosca

– il Sindaco di Milano Giuseppe Sala
Achille Colombo Clerici con Giuseppe Sala 2

– Enrico Letta e Achille Colombo Clerici
Achille Colombo Clerici con Enrico Letta

 

“Quei Lavoratori fuori Mercato”, Achille Colombo Clerici – QN Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione del 19 novembre 2016

novembre 21, 2016

L’Italia, presentando il dato di una donna su due che, pur in età lavorativa, è fuori dal mercato (45,9%) con un tasso di inattività di 20 punti superiore a quello degli uomini (25,9%), si pone in coda nell’ U.E. seguita  solo da Malta (27 punti).

Il dato è contenuto in uno studio di Eurostat sulle persone al di fuori del mercato del lavoro e riguarda il 2015, ma da allora, almeno in Italia, poco o nulla è cambiato se non in frazioni di decimali. Il Rapporto si concentra anche sulla fascia di età tra i 25 e i 54 anni.  Il periodo in cui si dovrebbe essere più “attivi” sul mercato (come occupati o in cerca di impiego). In questa fascia di età si rafforzano le differenze di genere sull’inattività, con appena l’8,6% di uomini inattivi, in media con l’ UE, a fronte del 20,6% delle donne. In Italia la percentuale delle donne inattive tra i 25 e i 54 anni è del 34,1% (a poca distanza da Malta con il 34,2%) a fronte dell’11,4% in Slovenia e dell’11,6% in Svezia. Se poi si guarda al dato regionale si vede che le donne in età da lavoro inattive al Sud nel 2015 erano il 60,7% a fronte del 37,3% al Nord.

Certamente il tasso di inattività dipende dal sesso, dall’età e dal livello di educazione e di istruzione. Ma altri dati chiamano più decisamente in causa le pluridecennali carenze di una politica per la famiglia nei confronti della quale molto si parla ma poco si fa.

La Svezia che ha un tasso di occupazione femminile del 74,1% ha una spesa pubblica per famiglie del 3,64% del prodotto interno lordo e il tasso di fertilità è di 1,9 figli per famiglia. La Francia impiega un po’ meno risorse – 3,61% del pil – ma con una media di due bambini per famiglia ha il più alto tasso di fertilità in Europa, pur registrando un tasso di occupazione femminile al 60,6 per cento in conseguenza di altri fattori.

In coda alla classifica degli otto Paesi europei presi in considerazione – Svezia, Norvegia, Germania, Olanda, Finlandia, Slovenia, Francia, Italia – si colloca il nostro Paese: sia, come abbiamo visto, per percentuale di donne occupate, sia per spesa pubblica – il 2,01% -, sia per tasso di fertilità, 1,4. E per completare il quadro, Eurostat conferma anche l’alta percentuale di inattività tra i giovani in Italia. Se in Ue nel 2015 il 58,4% dei giovani tra i 15 e i 24 anni era fuori dal mercato del lavoro (né occupati, né in cerca di impiego), la percentuale vola al 73,8% in Italia (31,5% in Olanda).

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Paolo Baffi, servitore dell’interesse pubblico. Lettere 1937-1989 – Libro di Beniamino Andrea Piccone – Presentazione presso la Banca d’Italia Milano

novembre 21, 2016

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Le previsioni sul futuro del Paese nel libro presentato nella sede milanese di Bankitalia
PAOLO BAFFI, SERVITORE DELL’INTERESSE PUBBLICO. LETTERE 1937-1989

Nel corso di una crisi economica peggiore di quella degli anni ’30 giova ripercorrere la lezione – purtroppo inascoltata – di chi oltre cinquant’anni fa seppe prevedere quanto sarebbe accaduto. Sono le lettere di Paolo Baffi, servitore dell’interesse pubblico, ai tempi governatore della Banca d’Italia, scritte ai principali attori della politica e dell’economia italiana, ma anche agli intellettuali ed ai giornalisti più noti, negli anni 1937-1989.

Il libro che le raccoglie, curato da Beniamino Andrea Piccone (Nino Aragno Editore), è stato presentato alla Banca d’Italia di Milano da Donato Masciandaro, presidente del Centro Baffi Carefin e direttore del Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi e da Alfredo Gigliobianco, capo della Divisione Storia Economica della Banca d’Italia, moderatore Giuseppe Sopranzetti, direttore della sede milanese della banca centrale. Parterre selezionato, ovviamente, verrebbe da dire purtroppo perché le vicende e il messaggio di Baffi, soprattutto in questo travagliato periodo, meriterebbero ben maggiore diffusione.

Se vogliamo limitarci a un periodo storico, certo il più rilevante, e senza addentrarci in technicality, va subito ricordato che a metà degli anni ’70 l’Italia e il mondo vivevano un’altra crisi (i meno giovani ricordano le domeniche a piedi a causa del blocco della circolazione automobilistica per risparmiare petrolio e l’inflazione a due cifre) dalla quale ogni Paese uscì a modo suo; in Italia stampando moneta, in America facendo guerre. La moneta veniva utilizzata come una droga per far ripartire l’economia, ma ottenendo anche il risultato di penalizzare il ceto medio (peggio ancora andò al ceto meno abbiente) e, attraverso l’allora osannata deregulation, consentendo alla finanza di operare senza freni, accumulando debiti mostruosi che oggi condizionano pesantemente i governi e il mondo.

Parlare di quanto è successo è anche l’occasione per un rapido anche se impressionante viaggio storico nell’economia dell’Italia: se nel 1861 la crescita aveva l’indice meno 0,91, nel periodo fascista era passata a 1,46, nel periodo del boom del Dopoguerra a 5,51 per scendere a 2,5 nel trentennio 1963-1992 e scendere ancora sottozero, al meno 0,5 dal 2001 al 2012.

Un Paese sempre meno efficiente e sempre più indebitato: nel primo Dopoguerra il debito pubblico era al 160% del Pil, sceso al 40% nel periodo fascista, risalito a 100 dopo la seconda Guerra mondiale fino al record di oggi, oltre il 133%. A causa dell’incapacità della politica di disegnare efficaci regole fiscali che prevedano la loro attuazione nell’arco di decenni invece che di pochi anni, o addirittura mesi, a causa delle scadenze elettorali. E’ arcinoto, ad esempio, che qualunque governo attuasse una seria politica antievasione perderebbe sicuramente le elezioni.

Una bella differenza rispetto alla Germania che nella crisi degli inizi di questo secolo adottò misure impopolari: in quel caso, è vero, i socialdemocratici persero le elezioni, ma gettarono le basi di un forte, duraturo sviluppo.

La presentazione del libro ha messo in luce ovviamente anche la parabola umana e professionale di Paolo Baffi traghettatore di idee di cultura liberale e europeista ( in una lettera degli anni sessanta annotava con ammirazione come in Germania – in pieno regime interno di divisione e di muri – gli economisti tedeschi gli avessero dato l’impressione di star studiando da classe dirigente europea )  sottolineando la coerenza di pensiero e azione di un governatore della Banca d’Italia simbolo di rigore, spirito internazionale e senso delle istituzioni. Si ricorda anche una delle pagine più oscure della storia repubblicana con un attacco politico-giudiziario a lui, a Mario Sarcinelli e alla nostra banca centrale. Quell’attacco costrinse Baffi a dimettersi, nell’ottobre del ’79, dalla guida della Banca d’Italia e si risolse poi ovviamente nel nulla.

Paolo Baffi oltre mezzo secolo dopo. Non un memento, ma un monito.

Foto:
– Giuseppe Sopranzetti con Achille Colombo Clerici pres. di Assoedilizia e di IEA
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– Umberto Ambrosoli con Achille Colombo Clerici
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EMA a Milano – European Medicines Agency-Agenzia Europea del Farmaco a Milano – Convegno dall’Associazione Guido Carli e della Fondazione Carlo Erba alle Stelline – Il sostegno di IEA – Nov. 2016

novembre 21, 2016

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Su iniziativa dell’Associazione “Guido Carli”
TUTTI UNITI E IMPEGNATI PER L’EMA A MILANO

La sfida del post Brexit che si è aperta col voto al referendum inglese è strategica perché impegna l’Italia e il sistema Milano a ricercare livelli di eccellenza sempre più alti. Una forte comunanza di obiettivi e la volontà di avviare un grande gioco di squadra pubblico/privato per orientare la scelta di Milano come sede dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), così come è avvenuto per Expo, è quanto è emerso dal convegno tenutosi al Palazzo delle Stelline su iniziativa dell’Associazione Culturale Guido Carli, in collaborazione con la Fondazione Carlo Erba, che ha visto la presenza del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, di Regione Lombardia, parlamentari europei, amministratori della città di Milano e con una folta partecipazione del mondo produttivo e professionale – Achille Colombo Clerici rappresentava Assoedilizia e l’Istituto Europa Asia  – dell’industria farmaceutica con il Presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. Il convegno è stato coordinato da Maurizio Tortorella, Vicedirettore di Panorama, dopo il saluto introduttivo di Federico Carli, Presidente dell’Associazione “Guido Carli”.

Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «Possiamo volare alto perché abbiamo le carte in regola. Abbiamo molte chance per aggiudicarci EMA. Dobbiamo giocarcele bene perché porta un consistente valore economico al nostro sistema. Milano può farcela grazie al capitale umano, alla capacità di trasferimento tecnologico della ricerca in produzione, alla presenza di una competitiva industria in sinergia con fondamentali istituti di ricerca. E’ un territorio che produce conoscenza trasformandola in valore economico e posti di lavoro. La coesione di tutte le istituzioni nazionali, regionali e comunali è fondamentale. Il mio ministero ha già stanziato in bilancio 56 milioni per l’edificio di EMA. La presidenza del Consiglio sta avviando una qualificata task force per la trattativa che sarà comunque delicata e difficile».

Le buone ragioni di questa scelta e della necessaria coesione per sostenerla contro una agguerrita concorrenza europea – le lobby in azione sono numerose e città come Stoccolma, Budapest, Dublino, Vienna, Varsavia, Madrid si sono mosse addirittura mesi prima del referendum sulla Brexit – sono state evidenti. EMA a Milano, anzitutto, entrerebbe in sinergia con Human Technopole, nuova grande struttura di ricerca tra le più avanzate d’Europa e del mondo, facendo diventare la nostra città il punto di riferimento europeo per le biotecnologie e per le scienze della vita. Localizzandosi a Milano, EMA potrebbe usufruire dei ricercatori e delle qualificate risorse umane delle Università e degli Ircss milanesi e lombardi e, in prospettiva, dell’apporto delle intere facoltà scientifiche dell’Università Statale di Milano. Inoltre in Italia, a Parma è già localizzata l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare e la vicinanza con Milano potrebbe facilitare il coordinamento di due settori che, ad esempio negli Stati Uniti, in Cina e in India, sono coperti da un unico ente regolatorio. In Italia potrebbe nascere finalmente una “FDA europea” cioè il polo comunitario dedicato alla tutela della sicurezza alimentare, farmaceutica e delle biotecnologie. Sottolineo, infine, che è la stessa Unione Europea che punta a creare il massimo di sinergia tra le sue agenzie. Una circostanza che dovrebbe diventare l’asso nella manica dell’Italia per vincere questa partita.

Milano, dunque, ha moltissime chance per aggiudicarsi questa scelta. L’hanno motivata Patrizia Toja, Parlamentare Europeo e Vice Presidente Commissione Industria UE; Giulio Gallera, assessore al Welfare di Regione Lombardia; Roberto Tasca, assessore al Bilancio e Demanio Comune di Milano; Sergio Dompè, presidente di Dompè Farmaceutici; Diana Bracco, presidente e amministratore delegato Gruppo Bracco; Stefano Parisi, consigliere comunale di Milano; il Presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi; Camillo Greco, Responsabile Pharma & Healthcare per l’Europa di J.P. Morgan; Alberto Spagnolli, Senior Policy Advisor EFSA.

Milano e la Regione Lombardia sono il più qualificato territorio scientifico italiano nel quale ha luogo circa un quarto delle ricerche scientifiche e tecnologiche del Paese. A livello europeo Milano è la seconda più grande città in termini di numero di enti e organizzazioni che promuovono l’innovazione, l’Italia è il secondo paese europeo per capacità di produzione farmaceutica con 30 miliardi di fatturato e 63 mila dipendenti, l’esportazione è cresciuta del 58% negli ultimi cinque anni. La Lombardia è una delle principali aree di concentrazione dei centri di ricerca in Italia del biotech. Inoltre, il sistema sanitario lombardo è un modello di servizi di assistenza e cura per l’Italia e l’Europa. Un’altra carta vincente di Milano è la sua apertura internazionale e la sua capacità di attrarre investitori esteri. Milano annovera una straordinaria ricchezza di attività culturali che ne fanno meta di turismo. Anche sul fronte infrastrutturale e dei trasporti la città è all’avanguardia.

Foto:
– Giulio Gallera, Achille Colombo Clerici
Colombo Clerici con Giulio Gallera

– Sergio Dompè, Achille Colombo Clerici
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– Renato Sala, Maurizio Maffeis, Achille Colombo Clerici
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– Sergio Cazzaniga, Gianni Verga, Achille Colombo Clerici
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– Patrizia Toja, Achille Colombo Clerici
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– Stefano Parisi e Achille Colombo Clerici
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L’addio a Luigi Caccia Dominioni, grande maestro tra fede e rigore – Assoedilizia Libero Quotidiano dirett. Vittorio Feltri – 16-11-2016 (Luciana Baldrighi)

novembre 16, 2016

Libero Quotidiano Direttore Vittorio Feltri

I FUNERALI IN SANT’AMBROGIO
L’addio a Luigi Caccia Dominioni Grande maestro tra fede e rigore
In Sant’Ambrogio i funerali dell’architetto Caccia Dominioni
Addio a un maestro tra rigore e fede

L’amata Morbegno, gli amici e le critiche a Milano. Era un protagonista ma non è mai stato un docente

 di Luciana Baldrighi

La Basilica di Sant’Ambrogio era gremita ieri per l’ultimo saluto a Luigi Caccia Dominioni, uno dei maestri dell’architettura del Novecento che proprio a Milano ha lasciato tracce indelebili. A salutare il feretro in una piazza dove domina angolare il suo palazzo ricostruito in chiave “moderna” dopo i bombardamenti della guerra, non vi erano solo i figli (Lavinia, Daria e Antonio, anch’egli architetto), i numerosi nipoti, gli amici e colleghi che con lui hanno progettato il nostro Paese come gli Albini, i Cini Boeri, Zucca, Gardella, Belgiojoso, Gregotti. C’erano anche Ansbacher, Parodi (Studio Quattroassociati), Brandolisio (ex Studio Rossi), De Lucchi, Bellini, insieme ai più noti nomi della buona borghesia milanese, dai Radice Fossati agli Archinto, dai Melzi D’Eril ai Visconti.

Così, circondato dall’affetto di tanti, se n’è andato uno dei maggiori protagonisti dell’architettura e del design.

Nato nel 1923 a Milano da una famiglia nobile lombarda originaria di Novara, si era laureato nel 1936 con Livio e Pierluigi Castiglioni.
Di carattere ritroso, spesso lo si vedeva, attraverso le vetrate del suo ufficio al piano terreno di piazza San’Ambrogio, chino sulla scrivania. Non è mai stato un docente e mai ha voluto dirigere riviste del settore importanti come Domus, che pure hanno pubblicato sempre i suoi lavori.

Avrebbe compiuto 103 anni il 7 dicembre. La sua Morbegno, in Valtellina, dove il padre, l’avvocato Ambrogio fu anche sindaco, oggi è più che mai in lutto, così come Celerina (S. Moritz) dove Dominioni possedeva una bella casa del 1700. A Celerina si circondava di amici come Marco Albini, Cesare Rimini, Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia.
Che lo ricordava così: “L’armonia era il suo fine. L’ambiente, diceva, è fondamentale perché si tratta di inserirvi senza contrasti il nuovo manufatto, che ha oltretutto l’obiettivo di valorizzare gli edifici circostanti. Tutto l’opposto delle costruzioni figlie di una cultura globalizzata, buone per Porta Garibaldi come per Dubai”.

Lo stesso Gigi Caccia (così era soprannominato) diceva sempre: “Nella mia vita non sono riuscito a fare due edifici uguali perché gli elementi attorno sono sempre diversi: il sole, le vie di accesso, il quartiere, la veduta, gli alberi, il vento… Tra le delusioni c’è quella di una società che assembla pacchianamente valori immortali con le minutaglie del quotidiano”. Lui invece aveva la cultura del rigore. Ne sa qualcosa Francesco Albini: “Era molto amico di mio nonno Franco e di mio padre Marco”, spiega. “Con loro aveva in comune il rigore: sviluppava un progetto partendo dalla pianta e non come avviene oggi che tanti partono dall’apparire di un edificio. Colori, forme, arredi, design partivano per lui da un razionalismo arricchito da curve e da particolari, era un razionalismo organico”.

Gigi Caccia aveva un occhio critico su quanto succedeva nel Paese e a Milano: “La migliore borghesia affermava ha tentato più volte di dare il proprio contributo allo sviluppo collettivo trovando forti ostacoli se non veri e propri tranelli. Ma bisogna vincere le delusioni e riprendere a fare vera politica, senza puntare esclusivamente all’affermazione professionale”.

Tornava sempre alle sue montagne, quelle attorno a Morbegno, e lassù, in quegli antichi luoghi carichi di storia e di leggende tutti lo trovavano mentre contemplava dalla vetrata della sua casa il meraviglioso spettacolo delle montagne che, stagliandosi nel cielo, gli richiamavano il pensiero di Dio. Quel Dio che è stato sempre presente nella sua vita. Amatissime le cene intorno alla “stube” dove per tanto tempo aveva partecipato anche la moglie che lo aveva lasciato da parecchi anni. Jacopo Gardella, figlio di Ignazio, lo ricorda accanto a suo padre a lavorare per Azucena, l’azienda da loro fondata con Corrado Corradi Dell’Acqua, per fare del buon design: “Un uomo spiritoso, un burbero benefico, ma non tutti lo amavano per le sue idee. Il valore artigianale per i dettagli lo portò come Franco Albini ad essere maestro d’ispirazione al servizio del sociale”. Vittorio Gregotti racconta: “Era il più importante architetto della seconda generazione dei razionalisti italiani in grado di studiare il contesto storico dei luoghi, progetti eleganti capaci di confrontarsi con il cuore della città, contro le violenza della attuale modernità come City Life o Garibaldi Isola”.
La Poltrona Toro, la lampada Monachella, la poltrona Catilina, il radioricevitore Phonola, queste solo alcune delle sue creazioni. E che dire poi di alcuni dei suoi palazzi, da quello gigantesco in Piazza Sant’Ambrogio 16 (1947-50), agli edifici con fontana in Piazza San Babila (1996), Piazza Carboni, Piazza Meda fino al palazzo di Corso Monforte 9…. I suoi disegni, considerata la sua giovane età (nel 1947) venivano corretti da artigiani e di questo Caccia ha continuato ad andare fiero.

Foto:
– Luigi Caccia Dominioni con Achille Colombo Clerici
– Luigi Caccia Dominioni con Mario Botta e Colombo Clerici
– Gianni Verga e Franco Albini

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Colombo Clerici con gli Arch. Luigi Caccia Dominioni e Mario Botta

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AlpTransit-Gottardo, Serata Svizzera per festeggiare l’inaugurazione del traffico ferroviario – Società Svizzera – 14 Novembre 2016

novembre 16, 2016

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AlpTransit-Gottardo
Festeggiamenti a Milano per l’inaugurazione del traffico ferroviario
La ciclopica opera festeggiata dalla Società Svizzera di Milano

TRA MENO DI UN MESE TRENI REGOLARI NEL TRAFORO DEL GOTTARDO

L’ 11 dicembre 2016 i primi treni regolari attraverseranno il tunnel ferroviario più lungo del mondo, la galleria di base del Gottardo componente principale del colossale progetto svizzero di traforo delle Alpi denominato AlpTransit – 57 km di lunghezza da Ersfeld a Bodio e oltre 152 km di gallerie accessorie – per facilitare i viaggi nord sud del Pese ma anche e soprattutto, nell’ottica europea, snodo fondamentale del Corridoio dei due mari Rotterdam-Genova. La storica tratta montana del Gottardo resterà in funzione dopo l’apertura della galleria di base a fini turistici.

L’evento è stato ritenuto meritevole di una serata “AlpTransit” dal Comitato manifestazioni della Società Svizzera, dal 1883 un’istituzione a Milano. A dare inizio alla festa alla presenza del console generale a Milano Felix Baumann alle 18.30 il fischietto del capotreno del 1882, quando venne inaugurata la prima galleria ferroviaria del San Gottardo. Immancabili per creare un’atmosfera che più svizzera di così non si può i famosi Alphorn e i canti jodler.

La Svizzera esulta giustamente per il suo AlpTransit, la cui galleria si è ufficialmente inaugurata il 1° giugno 2016, ma in Italia sono in molti a chiedersi quale sarà sulla nostra rete ferroviaria l’impatto della valanga di merci che la attraverseranno e che invece di proseguire il loro viaggio su ferro finiranno per riversarsi su migliaia di Tir, aggravando l’inquinamento delle valli alpine e della Pianura Padana.

Nel 2007 è stata inaugurata la galleria di base del Lötschberg, anch’essa facente parte del progetto AlpTransit, lunga 34 km, che ha portato un maggior transito di passeggeri, lungo la tratta, di circa l’80%, con risvolti positivi non solo sul turismo ma anche facilitando il traffico delle merci attraverso le Alpi.

La serata, affollata di cittadini svizzeri operanti nel capoluogo lombardo, di rappresentanti del mondo imprenditoriale e della società civile milanese – tra questi Achille Colombo Clerici presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia – è iniziata con il saluto di benvenuto del presidente della Società Svizzera Gian Franco Definti. Il console Baumann: “E’ un diverso modo di promuovere la nostra terra, aspettando di vedere i primi treni passeggeri arrivare fino a qui”.

Sono intervenuti quindi il prof. Benedikt Weibel, già presidente delle FFS-Ferrovie svizzere insieme al prof. Remigio Ratti dell’Università di Friburgo che ha presentato il suo libro “L’asse ferroviario del San Gottardo. Economia e geopolitica dei transiti alpini”. Dalla prefazione di Martin Schuler: “Remigio Ratti è riuscito a scrivere in modo diverso la storia della mitica montagna, come storia di interessi, di negoziazioni, di sconfitte, che appaiono via via come occasioni colte o mancate: un gioco sottile che una regione periferica e di frontiera è condannata ad affrontare, se vuole avere in mano il proprio destino”.

Per l’occasione è stato preparato un panettone composto da materie prime svizzere, come il cioccolato e il burro, impastate da mani esperte italiane: “Vogliamo promuovere la Svizzera in una maniera tutta italiana e il panettone è uno dei simboli della città ambrosiana”, ha detto Armando Troncaca, direttore di Svizzera Turismo.

Achille Colombo Clerici commenta: “La vicenda di AlpTransit e della galleria di base del Gottardo, che vede gli svizzeri e gli italiani coinvolti, da più di vent’anni, in un impegno per il comune progresso, ha rappresentato un grande fattore, non solo di coesione, ma anche di nuova amicizia, tra i due popoli e come tale sarà iscritto nel libro della nostra storia.”

La serata, coordinata da Walter Finkbohner, si è conclusa con notizie e informazioni in merito alle nuove possibilità turistiche e riguardanti i viaggi e l’esibizione dei famosi Alphorn di Hanspeter Danuser, Not Carl e Urs Holdener e della cantante degli Jodler Svizzeri, Karin Niederberger .

Foto:
– Achille Colombo Clerici con Felix Baumann
– Remigio Ratti con Colombo Clerici
– Ulrico Hoepli con Colombo Clerici
– Walter Finkbohner con Colombo Clerici

Achille Colombo Clerici con Fèlix Baumann

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