Archivio per febbraio 2019

Accademia di Brera, Inaugurazione Anno Accademico 2019 – Lauree honoris causa al maestro Ennio Morricone e alla rappresentante Onu Hilal Elver – Europasia informa

febbraio 28, 2019

Istituto Europa Asia
EUROPASIA
Europe Asia Institute

Informa

 

L’annuncio della Presidente Livia Pomodoro all’inaugurazione dell’Anno accademico. Lauree honoris causa al maestro Ennio Morricone e alla rappresentante Onu Hilal Elver

L’ACCADEMIA DI BRERA SI DIFFONDE SUL TERRITORIO METROPOLITANO

Per ora è un capannone di 4.500 mq, da ristrutturare, che sorge nell’area dell’ex ufficio postale di via Valtellina, Scalo Farini: ma il prossimo anno, se non ci saranno contrattempi per permessi e gare, sarà il campus degli studenti di Brera, grazie ad una collaborazione con il Comune di Milano e le Ferrovie dello Stato. Lo ha annunciato la presidente della storica Accademia di Belle Arti, Livia Pomodoro, ad un parterre di docenti e allievi, esponenti delle istituzioni, della cultura, dell’imprenditoria, tra cui il presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia Achille Colombo Clerici, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 2018-2019.

Ha aggiunto Livia Pomodoro  “lo Scalo è la prosecuzione dell’Accademia che resterà il nostro luogo principale, anzi unico, perché il nostro dna è via Brera”. Lo scalo Farini, comunque, “non è l’unica soluzione cui stiamo pensando: con il sindaco di Segrate condividiamo il progetto di utilizzare una bellissima cascina restaurata vicino all’Idroscalo”. Quel che è certo è che “non lasceremo Brera nel degrado, abbandonata a se stessa; Brera irradierà bellezza.”

Al direttore Giovanni Iovane il compito di illustrare i particolari: “Accorperemo qui i corsi di Brera che si svolgono in viale Marche (nuove tecnologie, design, fotografia) ed anche la scuola di restauro di Arcore.” Aggiungendo i numeri dell’Accademia: “Quasi 5.000 studenti, 200 docenti di ruolo. I titoli sono pari a quelli di un ateneo, sono stati approvati i bienni specialistici ed a breve avvieremo i primi dottorati di ricerca. Per il rilancio però serve un’autonomia vera.”

Studenti, professori e invitati tutti in piedi per Ennio Morricone, compositore premio Oscar, cui è stato consegnato il diploma honoris causa. Lo stesso è avvenuto per Hilal Elver, rappresentante Onu per il diritto al cibo, nominati soci onorari dell’Accademia. Entrambi hanno tenuto una lectio magistralis, con Morricone visibilmente emozionato nonostante i moltissimi riconoscimenti ottenuti nella sua eccezionale vita professionale.  Successivamente ha avuto luogo un tributo musicale dell’Accademia alla Città di Milano, al Politecnico di Milano e ad FS Sistemi Urbani eseguito da Enrico Intra con l’Icarus Ensemble

Foto:
Livia Pomodoro con Achille Colombo Clerici

 

 

 

Ettore Bonalberti “Perché si torna a parlare di autonomia regionale differenziata” – Saggio – Venezia febbraio 2019

febbraio 25, 2019

Commento di Ettore Bonalberti

Si è riaperta la questione, per la verità mai chiusa, dell’autonomia regionale. Quella cosiddetta differenziata è l’ultima delle soluzioni escogitate, dopo il fallimento dei precedenti tentativi svolti sin dalla bicamerale presieduta da D’Alema (1997) e a seguito dell’enorme confusione istituzionale connessa alle modifiche del Titolo V della Costituzione (legge cost.le 3/2001). L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni, come è noto, ha dato vita, infatti,  a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui,  noi popolari veneti abbiamo tentato di superare.

Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.

Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana “il nocciolo” di Laterza, due saggi sull’Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti (“L’Italia si è rotta? Un federalismo per l’Europa” )  ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf (“Perché l’Europa? Riflessioni di un europeista scettico”) che affrontavano, da due diverse prospettive, il tema dell’Europa.

Bassetti è, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni ’70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del glocalismo (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, è stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell’Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell’Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE.

Il primo, kennedianamente un “ottimista senza illusioni”, preoccupato della pericolosissima china cui è giunta l’Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: ”se il Paese si rompe sotto la pressione  europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito”.

Per Bassetti, insomma, la difesa dell’Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti “non vuol necessariamente dire volere cavare dall’Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell’Europa pluralista con un’Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme”.

  1. È netta in Bassetti l’idea del superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che “una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati europei come all’epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come un surplus geopolitico che l’Europa ha in passato sempre mostrato di apprezzare.” Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato nazionale così come concretamente si è realizzato in Italia, e totale adesione all’idea di un’Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe essere costituito dal “sistema delle imprese”. Superamento della vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell’impresa“la quale non rappresenta più solo l’unità elementare di produzione, ma è anche il principale motore dell’innovazione”. Non più, dunque, un sistema fondato sull’alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà regionali dell’Europa, istituzionali e d’impresa, che realizzano un nuovo patto federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13 Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”.
  2. Da esso emerge come il voto del 4 marzo 2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con l’alleanza tra borghesia del Nord, monarchia sabauda ed esercito, ha fatto nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di  una lettura del caso Italia  secondo la stessa idea del prof Miglio : macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è  alla firma del governo.

Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì “un europeista scettico” e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: “la peggiore delle  prospettive è la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale  retorica e debole. Contro una prospettiva del genere, lo Stato nazionale eterogeneo è l’unico bastione”.

Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti, che si basa su un’idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio” società e democrazia” è più importante di “Europa e democrazia”, mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: “non può essere forse che in bocca tedesca “Europa” sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?”.

Tutto il suo saggio è permeato da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura all’inutilità, di considerare l’Unione monetaria che, come dibattito sull’euro, è oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti Paesi europei, Italia in testa, come il tema essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all’attualità dell’Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero “francomarco” a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più stretta unione delle nazioni europee, “partendo dall’Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione di Stati nazionali.”

Ridotte così al “nocciolo” le tesi dei due autori alla fine del secolo scorso, credo siano tuttora di grande interesse nell’attuale dibattito apertosi in Italia e nell’Unione europea.

Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose di “ridurre della metà il numero delle regioni” entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) “entro il 2021”. Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme” e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.

Quella iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dellAlto Adige alla Francia e allAustria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene”.

Considerazioni a cui replicò Matteo Salvini così: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.

Parole profetiche pronunciate dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde, anche se, oggi, giunti alla vigilia della firma degli accordi sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo.

Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie previste dalla Costituzione. Sostenitori della tesi del  prof Miglio, da anni, infatti,  proponiamo in Italia  il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni.

Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che: “esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.

Fondere due regioni speciali e una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA.

Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.

Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale.

La forte partecipazione al referendum svoltosi il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla base di  una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano.

Va assicurato che non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.

Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.

Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio, che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue:

Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.

Si delinea un’area geografica comprendente le regioni del Nord, un’area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più assomiglia ad uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita. La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno. L’assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione.  Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.

La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale.

Ci auguriamo che il governo non sia sordo e ondivago come lo è stato il PD a suo tempo, in questa vicenda per l’autonomia differenziata. Se, com’è assai prevedibile, gli accordi annunciati dalla ministra Stefani non potranno essere sottoscritti in questa fase pre elettorale, non sarà con il rinvio che si potranno sciogliere i nodi aperti dalla locomotiva italiana lombardo-veneta-emiliana. Alla fine, si dovrà prendere atto dell’opportunità di un nuovo assetto finalmente federale del Paese, con cinque o sei macroregioni e una guida autorevole e forte centrale, come il compianto prof Miglio, profeta inascoltato, autorevolmente auspicava.

Ricordo ciò che ha scritto Stefano Bruno Galli, in una nota su “La Confederazione Italiana” il 23 Giugno 2016 sul tema: “Il federalismo di domani”:

“Sarebbe questo il progetto di un federalismo a geometria variabile concreto, realizzabile e praticabile. Un federalismo dal quale ci guadagnerebbero tutti. Le autonomie storiche sarebbero affiancate da queste nuove autonomie speciali, e quindi nessuno si permetterebbe più di metterne in discussione la sopravvivenza. Le regioni del fronte del residuo fiscale conquisterebbero maggiori – e strameritati – margini di autonomia politica e amministrativa. Infine, nel rapporto con le nuove specialità, si potrebbe lavorare sulla riduzione del residuo in cambio dell’attribuzione in via esclusiva di tutte le competenze concorrenti e dell’assolvimento di servizi oggi garantiti dallo Stato centrale: minore spesa in uscita e più qualità nei servizi erogati, a beneficio della collettività. Perché le regioni con un consistente residuo fiscale sono assai più virtuose dello Stato di Roma. Lo dimostra proprio l’entità del residuo. Mentre le altre regioni, quelle che – come un’idrovora – sono mantenute e succhiano risorse allo Stato centrale, rimarrebbero nell’attuale condizione di dipendenza e di subordinazione rispetto a Roma. Condizione rafforzata – ma solo per loro – dalla riforma costituzionale. Se intendono guadagnare una maggiore autonomia politica e amministrativa saranno costrette a diventare virtuose. È ora che in questo Paese si adottino dei criteri premiali, basati sulla competizione – che è l’essenza del federalismo – fra la virtuosità dei territori. Competizione che questo Paese non ha mai conosciuto.”

L’immediata reazione del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, il quale intende anche lui chiedere per la sua realtà territoriale una maggiore autonomia, non può che essere salutata favorevolmente, al di là dei toni vanagloriosi di sfida, tenendo presente che si tratterà di rimodellare l’intero assetto istituzionale del Paese con cinque o sei macroregioni e un forte potere centrale di tipo presidenziale, come nei migliori modelli federali esistenti in Europa e nel mondo. Credo che su questa proposta si possa e si debba aprire un serio confronto anche al nostro interno, trattandosi di un’idea coerente con quanto appartiene alla nostra migliore cultura e tradizione politica delle autonomie locali, da quella popolare sturziana a quella democratico cristiana e degasperiana iscritte nella Carta costituzionale.

Foto:
Piero Bassetti e Achille Colombo Clerici

QN Il Giorno del 23 febbraio 2019 “Tecniche di riscatto” di Achille Colombo Clerici

febbraio 25, 2019

Sono recentissimi i dati sul calo della produzione industriale che parlano di un meno 7,3%, nonché degli ordinativi diminuiti del 5,3% (dati Istat del dicembre 2018 nel confronto con dicembre 2017).

L’ anamnesi sull’andamento dell’economia italiana presenta inoltre una serie di indicatori in zona negativa: si riducono gli investimenti destinati alle opere pubbliche e alle infrastrutture, rallenta l’erogazione di finanziamenti a famiglie e imprese le quali, a loro volta non investono perché la domanda interna è in calo.

L’ andamento negativo del Pil per due trimestri consecutivi conferma l’entrata del Paese nella cosiddetta “recessione tecnica”.

Va subito precisato che i dati definitivi si avranno solo a marzo, ma non vanno trascurate le conseguenze per un Paese come l’Italia che, al di là dei dibattiti dei salotti televisivi, era comunque ben lontano da una vera e propria ripartenza dopo la grande crisi del 2008.

Infatti la nostra economia soffre di seri problemi strutturali. Prova ne sia il fatto che negli ultimi 20 anni è cresciuta meno della media di crescita delle economie europee.

La Bce, sotto la presidenza di Mario Draghi, grazie ad una politica monetaria ultraespansiva, ha teso a concedere tempo ai vari Paesi, al fine di permettere la realizzazione delle riforme strutturali. L’Italia si è mossa purtroppo con molta lentezza, tanto che in questo periodo si è accresciuto il divario con le altre nazioni.

Va ricordato come la sola marcia di avvicinamento all’euro ci abbia consentito di risparmiare parecchi miliardi di spesa per interessi sul nostro immenso debito pubblico. Numeri, che ci raccontano un’amara verità, cioè che se avessimo speso bene quei denari risparmiati, investendoli in scelte oculate, anziché sperperarli sostanzialmente in spesa corrente, oggi saremmo probabilmente in una condizione socio-economica e finanziaria del tutto differente.

Secondo le stime della Commissione Europea, l’Italia è l’ultimo dei 28 Paesi dell’Eurozona per prospettive di crescita. Per l’anno in corso prevede una crescita del nostro Pil dello 0,2%. A precederci nella poco invidiabile classifica addirittura la Germania, che comunque con più 1,1% cresce cinque volte più di noi. A fronte di un incremento del Pil dell’Eurozona pari all’1,5 %, la Spagna crescerà del 2,1%, la Francia e Regno Unito (nonostante Brexit) dell’ 1,3%.

Nelle condizioni economiche ideali – euro debole, petrolio a basso costo, politica monetaria ultraespansiva, crescita economica globale – l’Italia si mantiene in equilibrio; ma, non appena uno di questi fattori recede, l’economia soffre ed il Paese rischia di regredire.

Mario Draghi – Laurea honoris causa conferita dall’Università di Bologna – Associazione AMICI DI MILANO Informa

febbraio 25, 2019

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BOLOGNA, LAUREA HONORIS CAUSA AL PRESIDENTE BCE MARIO DRAGHI
Il compiacimento dell’Associazione Amici di Milano

 

Milano 22 febbraio 2019

DRAGHI “Uscire dall’Unione Europea non dà maggiore sovranità”

“In un mondo globalizzato, l’Ue diviene oggi ancora più rilevante. In molte aree restituisce ai suoi Paesi la sovranità nazionale che avrebbero altrimenti perso”. Così il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi in un discorso all’Università di Bologna dove ha ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza. Alla cerimonia nell’aula magna di Santa Lucia erano presenti il rettore Francesco Ubertini, il direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche Michele Caianiello e il professor Giovanni Luchetti che ha pronunciato la “laudatio”.

Draghi ha sottolineato che la fiducia degli europei nelle istituzioni Ue è calata dal 57% del 2007 al 42% di oggi, ma nel complesso si apprezzano i benefici dell’integrazione economica: il 75% è favorevole all’euro. “Per tenere insieme Stati così diversi occorrono unità, equità e metodo di far politica”.

La proposta della laurea ad honorem, spiega l’Alma Mater, si fonda sul riconoscimento del ruolo svolto da un lato nella difesa dei principi e dei valori dei Trattati dell’Unione Europea e dall’altro nella promozione della disciplina giuridica di un’Unione bancaria europea attenta alla protezione dell’interesse pubblico e dei risparmiatori.

Il presidente dell’Associazione “Amici di Milano”, Achille Colombo Clerici, esprime il compiacimento proprio e del mondo milanese di riferimento: “In un momento particolarmente difficile della storia sociale ed economica del Paese e dell’UE provocato dalla crisi economica internazionale, il presidente Draghi, con il quantitative easing è riuscito ad arginare gli assalti speculativi dei mercati e nel contempo ad imprimere un totale cambio di rotta ad una politica continentale fino a quel momento improntata ad una poco oculata austerità. L’ intera Unione e l’Italia gli debbono gratitudine”

Foto:
Mario Draghi durante la Cerimonia di conferimento della Laurea H.C.

Achille Colombo Clerici pres. di “Amici di Milano” e S.E. L’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, al “Premio Panettone d’ oro alla virtù civica” 2019 patrocinato anche dalla Associazione Amici di Milano

 

 

 

Visita di Assoedilizia al Prefetto di Milano – Febbraio 2019 – Europasia informa

febbraio 25, 2019

 

A s s o e d i l i z i a
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DELEGAZIONE DI ASSOEDILIZIA IN VISITA AL PREFETTO DI MILANO

Una delegazione di Assoedilizia composta dal Presidente Achille Colombo Clerici, dai Vice Presidenti Luigi Arborio Mella e Carlo Angelo Menni di Vignale e dal Segretario Generale Cesare Rosselli si è recata in visita di cortesia al Prefetto di Milano Renato Saccone.

Il Prefetto si è intrattenuto con la delegazione in un cordiale colloquio nel corso del quale, a vasto raggio, è stata svolta una ampia disamina delle problematiche connesse all’abitazione ed al vivere nella nostra città metropolitana.

In particolare, la sicurezza della casa e del territorio, la riqualificazione delle periferie e dei quartieri di social housing, l’attività ed il lavoro nell’ edilizia, la vitalizzazione sociale ed economica della città, la rilevanza socio-economica della locazione privata.

Il Presidente di Assoedilizia Colombo Clerici  si è detto molto soddisfatto dell’incontro e dell’attento interesse mostrato dal Prefetto Saccone nell’approfondimento costruttivo sui singoli aspetti delle diverse tematiche affrontate.

Il prefetto Renato Saccone e il presidente Achille Colombo Clerici

QN Il Giorno pag. 25 – 16.02.2019 “L’Euro ha 20 anni ma resistono le disuguaglianze” di Achille Colombo Clerici

febbraio 19, 2019

L’ euro compie vent’anni. E’ tempo di un bilancio che, al solito, si presenta con luci ed ombre.  Vediamo perché.

Si crede comunemente che la moneta unica sia stata imposta dalla Germania il cui marco forte creava difficoltà alle sue esportazioni. Risponde al vero solo in parte. I Paesi più industrializzati – Germania, Francia, Olanda, e pure l’Italia, trainata dal Nord – ritennero opportuno coalizzarsi per adeguarsi alla globalizzazione, dotandosi di una Banca centrale, bloccando le svalutazioni competitive, mantenendo bassi i tassi di interesse e l’inflazione. Obiettivi raggiunti. Ma non si pensò a meccanismi di intervento in caso di crisi in quanto era il “totem mercato” che avrebbe premiato i buoni (gli operosi e i parsimoniosi europei del Nord) e punito i cattivi (i meno inclini al rigore dell’Europa del Sud).

Il brusco risveglio dall’utopia avvenne nel 2008 e partì proprio dai templi di Wall Street. La crisi, prima soltanto finanziaria, si trasformò presto in crisi economica: ma mentre gli Stati Uniti inondavano banche e imprese con migliaia di miliardi di dollari, l’Eurozona imponeva, con una rigidità degna di miglior causa, severe misure restrittive. La distruzione morale e materiale della Grecia servì da esempio agli altri Paesi Pigs: Portogallo, Italia, Spagna.

Il risultato: contrazione della produzione, fallimento delle imprese, crescita della disoccupazione, caduta dei salari reali, crescita delle povertà e delle disuguaglianze non solo tra Paese e Paese ma anche all’interno di uno stesso Paese, tra città e campagna. E la nascita di un profondo risentimento verso la madre Europa rivelatasi feroce matrigna, che si è tradotto nei cosiddetti populismi.

Siamo ancora lontani da un sano equilibrio. In un modello economico export led – basato sulla promozione delle esportazioni – quale è quello europeo, la Germania domina a danno dei Paesi meno forti. Continua ad esportare per il 36% del Pil (nel 2017 1.330 mld di dollari con un Pil di 3.680 mld di dollari) realizzando un surplus commerciale – la differenza tra esportazioni e importazioni – monstre di 300 mld di dollari.  Ma non reinveste, né in consumi (la spesa per i consumi è scesa e oggi si attesta al 54% del Pil, a confronto del 69% in America e del 65% in Gran Bretagna), né in beni strumentali, né nelle infrastrutture.  In pratica, questo significa che altri Paesi si stanno depauperando, in particolare Italia, Grecia e Spagna.

In conclusione. L’euro non è né buono né cattivo; è, semplicemente, superato dai rapidi e talvolta tragici (Grande Recessione) cambiamenti che la storia sociale ed economica impone. Esso dunque suppone una Unione Europea diversa, e profonde modificazioni dell’attuale impostazione.

 

 

L’ ARCHITETTURA GLOBALIZZATA conferenza conclusiva del Ciclo Ciam, Aim, Archxmi 2018/2019 – Assoedilizia Milano – Europasia informa

febbraio 14, 2019

Istituto Europa Asia
EUROPASIA
Europe Asia Institute

Informa

 

In Assoedilizia concluso il ciclo 2018-2019 di Incontri dell’Osservatorio Metropolitano organizzati dal CIAM Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano, in collaborazione con ARCHxMI e con AIM l’Associazione Interessi Metropolitani

L’ ARCHITETTURA GLOBALIZZATA CHE IGNORA LA CULTURA DELLA CITTA’

Colombo Clerici: “Mi auguro che si formi e cresca una nuova generazione forte di architetti Italiani”

Una “nuova generazione forte di architetti Italiani”, in grado di interpretare e tradurre nell’architettura e nella città la cultura del nostro tempo e della nostra terra. E’ l’auspicio di Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, rivolgendo il saluto ai partecipanti al dibattito “Architettura. Tecnologia. Immagine o logica?” che ha concluso il secondo ciclo di Incontri dell’Osservatorio Metropolitano organizzati da Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano, Archxmi, Aim-Associazione Interessi Metropolitani.

Infatti la globalizzazione ha fatto l’ennesima vittima: l’architettura.  Sono unanimi in tal senso i pareri di Alberico Belgiojoso, Nicola Di Battista, Fabrizio Schiaffonati. In estrema sintesi, le grandi opere che caratterizzano il volto della città non ne riflettono più storia e cultura (il più noto esempio in tal senso, a Milano, la Torre Velasca). Dominano le archistars straniere.

Tema affascinante, quello dell’architettura. Come ha ricordato Belgiojoso che ne ha sintetizzato la storia dall’antica Grecia (il Partenone, sostegni verticali, travi orizzontali) alla Roma imperiale (invenzione del mattone e quindi la realizzazione di grandi cupole), al Rinascimento, ai tempi nostri. Da sempre un’architettura per sedi di attività umane, motivate quindi dalla razionalità.  Cui non sembrano certi ispirarsi alcuni grattacieli milanesi (lo Storto, il Curvo di CityLife per citare); per non parlare di un grande edificio con interni obliqui che ha costretto a realizzare infissi speciali, dal costo 4 o 5 volte superiore alla media. Anche all’estero non va meglio: emblema la “Supposta” di Londra.

Dietro queste scelte – si è chiesto Belgiojoso – c’è una tendenza, una logica? Oppure c’è solo immagine, esibizionismo?

Ha detto Nicola Di Battista, architetto e direttore della rivista internazionale di architettura Domus, noto progettista e uno dei più profondi conoscitori dell’architettura contemporanea, parafrasando il filoso e saggista spagnolo Josè Ortega y Gasset : l’architettura è “pensare, costruire, abitare”.  I sindaci devono scegliere quale architettura è adatta ad esprimere le città che governano. Forse siamo alla fine del ciclo di bizzarrie. L’architettura, che è anche urbanistica, ha il compito di far vivere e lavorare meglio le persone: come pensava Adriano Olivetti che riuscì a realizzare l’utopia di una grande fabbrica a misura d’uomo, integrata con una comunità che potesse superare le storture e gli aspetti disumani delle due grandi realtà economiche dominanti alla metà del secolo XX: il capitalismo fordista e il marxismo applicato alle fabbriche sovietiche.

Fabrizio Schiaffonati, architetto e professore al Politecnico di Milano ed autore di numerose pubblicazioni scientifiche sul rapporto tra architettura, città e territorio, ha sostenuto: “Viviamo l’epoca del primato dell’architettura internazionale, globalizzata, decontestualizzata. Una architettura che sovrasta ogni regola urbanistica, autoreferenziale. Un’architettura del capitale finanziario che ha soppiantato la lezione razionalista e funzionalista. Caso emblematico, il progetto Garibaldi-Repubblica dove non si è tenuto in alcun conto quanto elaborato nell’arco di un cinquantennio per dare soluzione a un ambito di valenza metropolitana e, nel contempo, ricucire, connettere e relazionare lacerti urbani storicamente significativi”.

Il presidente del plurisecolare Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano Gianni Verga, che con Alberico Belgiojoso e Carlo Berizzi coordina gli “Incontri”, ha anticipato alcuni temi del prossimo ciclo: il Piano Territoriale Regionale, le periferie, la burocrazia efficiente e non, i concorsi. Gli Incontri hanno registrato un crescente successo ed affluenza ed hanno quale obiettivo, trattando argomenti urbanistici, tecnici, sociali, culturali, di finalizzare ad approfondire le diverse questioni che stanno alla base delle future proposte sullo sviluppo di Milano e della Città Metropolitana.

Foto: Il saluto di Achille Colombo Clerici ed il tavolo dei relatori con Alberico Barbiano di Belgiojoso, Nicola Di Battista, Fabrizio Schiaffonati