Il Giorno pag. 21 – 13.07.2019 Un Paese che arranca (Achille Colombo Clerici)

Le cause dell’insoddisfacente sviluppo economico del Paese, che da decenni registra indici inferiori alla media europea, si debbono far risalire al modello della nostra economia basata, da un lato sulla rilevante quota pubblica, dall’altro sulla piccola e media impresa: certamente virtuosa all’origine del boom, dal Dopoguerra agli anni ’70, ma che non si è adeguata ai profondi cambiamenti che hanno percorso il mondo globalizzato.
C’è però da chiedersi quanto il venir meno della grande industria in Italia dipenda dalle nostre disattitudini e quanto viceversa dall’ attuazione di politiche economiche globali da parte dei potenti players che reggono il gioco a livello mondiale.
La stizzita reazione di Macron sul caso Fincantieri-Stx potrebbe esserne l’ultimo tassello rivelatore.

L’acquisto straniero di tante aziende del “made in Italy” non sarebbe grave se a questo flusso di vendite corrispondesse un eguale flusso di aziende italiane che acquistano all’estero. Purtroppo non avviene, in quanto le dimensioni delle nostre aziende – pur essendo l’Italia ancora la seconda potenza manifatturiera d’Europa – sono in genere troppo piccole e non permettono di fare il salto che porti ad assumere dimensioni adeguate, sopra i 15-20 miliardi di fatturato. Nella classifica mondiale del tasso di sviluppo, non abbiamo più davanti a noi i soliti Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito ma anche Svizzera, Olanda, Canada, Corea del Sud.

I difensori del “medio” – aziende che operano in nicchie e diventano “multinazionali tascabili”- affermano, a ragione, che i distretti industriali godono di ottima salute e che anche nel 2019 aumenteranno il loro fatturato del 2,5%, dopo il più 7,7% degli ultimi due anni.

La crescita quindi prosegue – afferma il centro Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo – così come il ritmo dell’export; la produttività è salita nei sistemi locali più che nella media del manifatturiero, l’adozione di tecnologie 4.0 ha avuto una buona diffusione. In definitiva i distretti continuano ad offrire “vantaggi localizzativi”; il legame con il territorio favorisce innovazione e internazionalizzazione e la logica dell’integrazione si estende anche a specializzazioni come la cosmetica e l’automotive. Ma l’impressione è che ci si trovi davanti a un difficile passaggio: oltre al fattore dimensionale, ci sono da risolvere i problemi del capitale umano con la crescente difficoltà a trovare operai specializzati e addetti 4.0,   e infine nella governance, i consigli hanno ancora amministratori per i quattro quinti provenienti dalla regione in cui operano i distretti.

Se si aggiungono pecche tipicamente italiane quali burocrazia, scarsa qualità dei servizi, lentezza della giustizia, evasione fiscale, corruzione e quant’altro, si spiega perché siamo ancora a 4 punti di distanza dal livello precrisi mentre i Paesi competitors hanno abbondantemente superato quel livello.

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