QN Il Giorno pag. 24 – 02.11.2019 “Per competere bisogna puntare sulla qualità” Achille Colombo Clerici

Che senso possiamo attribuire all’appello del futurologo Gert Leonhard, che ha richiamato l’Europa all’esigenza di diventare una fabbrica di tecnologia digitale.
Dati gli esigui “spazi di manovra” tradizionali rimasti, gli europei, per competere sui diversi fronti mondiali, devono impegnarsi allo spasimo, puntando sulla chance che hanno a disposizione: il background culturale.
Le cifre parlano chiaro: se mettiamo a confronto i tre giganti economici del mondo – Stati Uniti, Cina, Unione Europea e la Russia non fa certo da spettatrice – ci rendiamo conto che l’Europa deve per forza  rivoluzionare la sua  cultura e la sua tradizione imprenditoriale secolare.

I macrodati portano a questa conclusione. Gli Usa, con un pil procapite di 59.600 dollari, una densità della popolazione di soli 34 abitanti per kmq e grandi risorse naturali mostrano tutta la loro potenzialità di ulteriore crescita, sia economica che demografica. La Cina, con 9.600/17.500 dollari pro capite/ppa, e 146 abitanti per kmq, nonostante lo straordinario sviluppo degli ultimi decenni, mai verificatosi nella storia, è ben lontana dai massimi livelli. I dati medi dell’Europa (se mai hanno un senso) mostrano un pil pro-capite ricco, 34.800 dollari (da 81.000 del Lussemburgo a 8600 della Bulgaria), e una densità di 116 abitanti per kmq: livelli ambedue elevati.  I due fattori, combinati ci dicono dell’esiguo spazio che, sul piano quantitativo, residua alla crescita europea.
Tanto più che questi dati medi sono, in un certo senso forzati, calando in una realtà statuale non federale, in cui gli stati pensano solo al proprio “particulare”.

E dunque occorre puntare sulla qualità.
Nella prospettiva di questo radicale mutamento l’Italia parte svantaggiata. Da un quarto di secolo la nostra economia è ferma, o quasi. Perché la gran parte degli imprenditori, rimasti al mito del “piccolo è bello”, è in parte refrattaria ai cambiamenti imposti dalla tecnologia: dominata allora dal motore elettrico, neutro rispetto alla dimensione di impresa, oggi dal digitale, che favorisce le imprese di grandi dimensioni. Nella media le imprese italiane appaiono incapaci di sfruttare le nuove tecnologie. Ed un grande Paese non può dipendere da un pugno di imprese di successo.

Soprattutto quando le condizioni economiche del mondo si vanno oscurando a causa della congiuntura dei conflitti commerciali aperti dall’amministrazione americana e dall’affanno dell’economia cinese. La nostra economia sta subendo, attraverso la Germania, l’impulso negativo di questi due fattori e quella immaginata per il prossimo anno non è una vera crescita, men che meno uno sviluppo economico: si parla infatti di un aumento del Pil dello 0,5-0,8%.

Per scongiurare la decadenza storica della nostra economia vanno dunque affrontati due temi: i comportamenti degli imprenditori italiani e l’ecosistema politico e normativo in cui le imprese sono inserite. La visione di politica economica deve essere orientata all’obiettivo di aumentare il numero di imprese che competono ad armi pari, anche dimensionalmente, sui mercati internazionali.

 

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