Archivio per luglio 2020

Intervento dell’architetto Alberico Belgiojoso sul Corriere della Sera del 12 luglio 2020 – Lettera aperta al sindaco di Milano Giuseppe Sala – Assoedilizia informa

luglio 13, 2020

“LA STORIA, LO SPORT, LA MUSICA. SAN SIRO E’ UNA GLORIA URBANA”
La questione di San Siro è molto seria e importante.

Caro sindaco, un consiglio da architetto: non si faccia ingannare dalle considerazioni degli operatori immobiliari. L’attività immobiliare è un “motore” nella vita della città, ma spesso segue logiche che vanno tenute sotto controllo. L’abbiamo anche spiegato in uno dei dibattiti organizzato con la mia associazione Architetti per Milano, con il Collegio ingegneri e architetti, e l’associazione Interessi metropolitani, all’Assoedilizia. Indispensabile, ma da “guidare”.

Milano è una città molto particolare e di grande valore, città d’arte, e risultato di trasformazioni che hanno una “leggibilità” migliore che in altri centri italiani. Nel ragionare sulla città non si lavora solo sugli edifici singoli, ma si leggono i “caratteri urbani” e i significati di intere zone, che nel loro insieme creano la sua individualità, e il suo interesse. Una visione non solo architettonica, ma “urbana”, con le componenti di utilizzazione, di significati per i cittadini, di effetti psicologici e di ambiente.

La zona di San Siro è per Milano una vera “gloria urbana”, piena di storia, piena di sport, piena di equitazione e di calcio, di concerti, di attività ludiche, piena anche di verde. E non è vero che lo stadio di San Siro sia inadeguato; è uno dei migliori al mondo, con un ottimo rapporto e visibilità tra campo di gioco e spettatori, e pieno di storia. Pare che i requisiti richiesti siano esagerati per ottenere la demolizione. Ed è proprio penosa la proposta di conservarne un “moncone”. È anche abbastanza rocambolesco il modo previsto per sistemare gli elementi demoliti.

Comunque sono zone che attraggono gli operatori per trarre vantaggio dalla qualità, e inserire edilizia di alto reddito; ma così facendo la qualità e l’individualità vengono compromesse. Ma perché inserire nuovi insediamenti? Perché “cementificare” (perché di questo indubbiamente si tratta)? Non caschiamoci.

L’area è fra le più belle di Milano e l’inserimento di quelle grandi volumetrie la rovinerebbe, e così anche l’intero sistema urbano. Caro sindaco, se la sente? Attenzione a fermare il pericolo di degradare quella città che Le abbiamo affidato! Non si limiti a chiedere alle Soprintendenze se c’è un vincolo. Loro per queste questioni devono fare riferimento al vincolo cosiddetto “monumentale”, che con questo recente riferimento ai settant’anni di vita (che si è già rivelato un danno per la difesa del patrimonio del Novecento a Milano), fanno fatica a tener conto di tutti i valori urbani e culturali in gioco, che anche loro conoscono benissimo e che sono fondamentali per il valore di una città, e sono stati anche citati nelle loro riunioni, ma vengono volutamente “trascurati”; ma ciò è perché è stata posta male la questione.

Sindaco, dia ascolto a quanto dicono altre Istituzioni che non sono legate a questa logica obbligata ad un unico punto di vista. E constati anche Lei direttamente. Un sindaco non ha bisogno delle Soprintendenze per capire come difendere la qualità della sua città. Alberico Belgiojoso Architetto.

Foto: Alberico Barbiano di Belgiojoso con Achille Colombo Clerici

“Milano, deve restare metropoli” Articolo di Achille Colombo Clerici su QN Il Giorno dell’11 luglio 2020

luglio 13, 2020

C’è chi prende lo spunto dalla emergenza Covid per sostenere che Milano, per come è strutturata – forte carico insediativo su un territorio e un impianto urbani secolari – vada ripensata a causa dell’impatto che la pandemia ha avuto per l’eccessivo “congestionamento”: che si aggraverebbe se, secondo l’impostazione del Piano di Governo del Territorio, la popolazione si accrescesse di altre 300.000 unità entro il 2030.

Osservazione non priva di logica. Ma la questione va affrontata diversamente. Se la nostra vita viene impostata sul modello, per ora vincente e comunque dominante a livello mondiale, della “crescita continua” bisogna decidere se la città deve essere motore di crescita o fattore di conservazione.

Nel mondo le “città globali”, come Milano, esercitano un ruolo sempre più importante.  Sono nodi fondamentali del sistema produttivo globalizzato e acquisiscono man mano rilevanza come attori internazionali veri e propri, anche per via dell’impatto che hanno su dinamiche demografiche, climatiche, culturali e tecnologiche che superano i confini nazionali e trasformano il nostro pianeta.

Le città coprono soltanto il 2% della superficie terrestre. Eppure, esse ospitano il 54% della popolazione mondiale, consumano il 78% dell’energia prodotta e sono responsabili del 60% delle emissioni inquinanti del pianeta. Al contempo, le aree metropolitane producono più di due terzi della ricchezza mondiale e sono centri di sviluppo culturale e sociale le cui tendenze e innovazioni hanno un’influenza che si estende ben al di là dei confini cittadini e nazionali. Sotto tutti i punti di vista considerati, l’importanza relativa dei centri urbani rispetto al resto del territorio è destinata a crescere nei prossimi decenni.

Secondo una classifica elaborata da ISPI su dieci città globali Milano, pur perdendo qualche punto, rimane comunque ben al di sopra della media confermando una crescita sostenuta ma complessivamente equilibrata negli ultimi anni. Gli strumenti per tenere in equilibrio il rapporto congestione urbana/abitanti ci sono: costruzione in altezza, rigenerazione urbana, razionalizzazione dei carichi funzionali, anche alla luce dell’esigenza del modello di vita phygital.

L’alternativa “filosofica” allo sviluppo di Milano così come è stato impostato quale potrebbe essere? Abbandonare il ruolo di metropoli, che resta leader del Paese nonostante l’emergenza sanitaria, e tornare al ruolo di città ottocentesca?

 

Scenari Immobiliari 36° Rapporto 2020 luglio – Europasia informa

luglio 10, 2020

Scenari Immobiliari ha presentato la 36° edizione del Rapporto
La pandemia non frena la crescita dei fondi immobiliari in Italia e all’estero

Il risparmio gestito in immobili attraverso i fondi immobiliari e i Reits continua a crescere in Italia e nel mondo in modo sostenuto nonostante l’emergenza sanitaria. Nel 2019, nel nostro Paese, il patrimonio detenuto direttamente da 505 fondi ammonta a 91,5 miliardi di euro, con un incremento del 10,9 per cento sul 2018. Le previsioni per il 2020 sono per un incremento di Nav e patrimonio di circa il 4 per cento. Il peso dei fondi italiani in Europa è dell’11 per cento.

Questi sono alcuni dei dati illustrati ieri da Scenari immobiliari durante la presentazione del 36mo Rapporto 2020 “I Fondi immobiliari in Italia e all’estero”, realizzato in collaborazione con lo Studio Casadei. Tra gli altri dati, il valore del patrimonio medio per le società di gestione è di circa 1,8 miliardi di euro, ma se si considerano le prime venticinque Sgr che detengono la quasi totalità dei fondi, questo dato vale oltre il doppio, cioè 3,7 miliardi di euro. Il fatturato complessivo delle Sgr è stato di circa 420 milioni di euro nel 2019, con circa 1.500 addetti.

“Tra il 2020 e il 2021”, ha dichiarato Mario Breglia, presidente di Scenari immobiliari, “il settore avrà una ulteriore spinta sia dai fondi pubblici che dai tanti investitori esteri attivi attraverso questo strumento. È realistica una previsione di patrimonio a cento miliardi di euro a fine 2021”. Il paragone è con un treno che può fermarsi a una stazione ma poi riprende la corsa.

“Gli acquisti effettuati dai fondi immobiliari italiani nel 2019”, ha sottolineato Francesca Zirnstein, direttore generale di Scenari immobiliari, “sono stati pari a 7,2 miliardi di euro, in crescita del 18 per cento, a fronte di 2,8 miliardi di dismissioni (-20 per cento). Tra le acquisizioni è in crescita l’interesse per il settore ricettivo, il residenziale, la logistica e gli sviluppi mentre le dismissioni hanno riguardato soprattutto il comparto degli uffici. In previsione il patrimonio dei fondi potrebbe arrivare a 95 miliardi di euro detenuti da circa 520 fondi immobiliari nel 2020.

Le prospettive per quest’anno sono positive, anche perché, ha aggiunto Zirnstein, “dipendono da operazioni già avviate nel 2019” e non intaccate quindi dalla pandemia. “Saranno certamente da verificare nei prossimi mesi i possibili cali di ricavi da locazione, per il momento contenuti”, ha concluso.

La “geografia” dei fondi: 9.900 cespiti per 38 milioni di mq di commerciale, residenziale, logistica, sanitario, ricettivo, infrastrutturale, pubblico, intrattenimento situati prevalentemente nel centronord (in Lombardia si concentra il 44% del residenziale).

Secondo Gottardo Casadei la pandemia, simile a un colpo di stato, obbligherà l’immobiliare ad adattarsi al futuro: coworking, sanità, gli stabili di uffici trasformati in appartamenti, per citare. Ma resta immutata, secondo proiezioni che arrivano al 2014, la fiducia nei confronti del settore.

Interessanti riflessioni sono giunte dai responsabili di sgr intervenuti: mentre il 60% della popolazione intende apportare migliorie alla propria abitazione, il 15% è intenzionato a cambiare casa; i proprietari non potranno più  limitarsi ad affittare, ma offrire sempre più servizi, trasformandosi in “imprenditori della casa”; se lo smart working continuerà, degli uffici ci sarà sempre bisogno in quanto “biglietti da visita” dell’azienda e luoghi dove si assemblano idee, confronti, progetti. E un dato: gli immobili di proprietà pubblica valgono 285 miliardi di euro, ed Invimit, sgr del Tesoro a totale capitale pubblico, si impegna alla loro valorizzazione con 10 fondi e 306 asset.

Foto: Achille Colombo Clerici pres. Europasia

Achille Colombo Clerici “Basta coi palliativi, è un problema di politica urbana” – Articolo pubblicato su Nuova Energia n.1/2020

luglio 8, 2020

Achille Colombo Clerici
“Basta coi palliativi, è un problema di politica urbana”
Il presidente di Assoedilizia e di Federlombarda Edilizia interviene sul tema dello smog nelle nostre grandi città e auspica (finalmente) soluzioni politiche di ampio respiro, con un orizzonte temporale capace di andare oltre la durata del mandato di una singola amministrazione

di  Davide Canevari

Non risulta che Greta abbia mai parlato di teleriscaldamento. E si sa che, nell’attuale contesto mediatico, ogni parola che pronuncia la Thumberg diventa pressoché virale.

Eppure, negli ultimi tempi – almeno in Italia – questa tecnologia ha ricominciato a essere citata con una frequenza assolutamente sconosciuta in anni recenti, da una pluralità di soggetti spesso coinvolti a vari livelli nella filiera edilizia (dalle associazioni dei consumatori a quelle degli amministratori di condominio, fino ai costruttori). La platea è divenuta più ampia e diversificata. Le parole da sole, naturalmente, non bastano ad aprire un cantiere. Ma intanto giornalisticamente cogliamo lo spunto.

L’Associazione Italiana Riscaldamento Urbano (AIRU), con cui Nuova Energia collabora proprio sui temi della comunicazione, ha pubblicato sul suo sito un intervento di Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia e di Federlombarda Edilizia, che di sicuro esce dagli schemi e che riproponiamo quindi ai nostri lettori. Lo spunto di partenza è quello del superamento delle soglie di inquinamento in ambito urbano, quell’emergenza smog che ormai da decenni si ripresenta puntuale come un treno giapponese.

“Il tema è estremamente complesso – esordisce Clerici – e va inquadrato nella più generale stortura delle scelte energetiche del nostro Sistema Paese, avendo deciso di utilizzare prevalentemente fonti fossili e di inquinare dove l’energia si consuma e non dove si produce. Nelle nostre città sono milioni i punti di inquinamento, tra automobili, camion, bus, fornelli delle cucine domestiche, caldaie, caldaiette e stufe per il riscaldamento”.

“Ai fini della lotta all’inquinamento atmosferico – e mettiamo bene in chiaro che il PM10 non è l’unico problema – occorre puntare sull’uso dell’energia elettrica, la più pulita poiché, se inquina, ciò avviene nel luogo in cui viene prodotta in grandi impianti, con sistemi di controllo e abbattimento, programmi di manutenzione, che certamente sono più difficili da attuare nel caso del singolo cittadino. E poi, di solito, le centrali di potenza sono posizionate in zone aperte, dove lo smaltimento dell’inquinamento è più agevole”.

Da un paio di anni a questa parte l’attenzione si è fortemente spostata sul tema del riscaldamento, mentre prima si è sempre parlato solo di traffico veicolare. Come mai ci è voluto tanto?
In realtà le evidenze scientifiche ci sono, e da tempo; tra gli operatori di settore c’è sempre stata una consapevolezza del problema. Va anche detto che il riscontro di emissioni al di sopra delle soglie si ha spesso a partire da ottobre, quando ancora gli impianti di riscaldamento non sono accesi. E questo può fuorviare.
In realtà è un problema politico e in questo momento la pressione della green economy spinge su una filiera di soluzioni che tende più al singolo cittadino piuttosto che a una programmazione urbana. Sono queste le due parole chiave: programmazione urbana. Per questo abbiamo sempre detto che il teleriscaldamento era ed è una delle soluzioni chiave.

Mentre nella realtà dei fatti…
Andiamo indietro fino al referendum sul nucleare del 1987. Come dicevo, abbiamo “scelto” di inquinare e di farlo non dove si produce, ma in milioni di piccole sorgenti domestiche. Di più: abbiamo di fatto delegato ai singoli cittadini la gestione degli interventi di riduzione delle emissioni, chiedendo di volta in volta di cambiare l’impianto o di modificare gli orari di utilizzo o di sostituire i serramenti… Solo palliativi, senza una minima traccia di programmazione urbana. A volte difficili anche solo da capire.

Tipo?
In passato, ricordo che per le strade di Rapallo hanno circolato per circa un anno autobus adibiti al trasporto pubblico che recavano un messaggio di questo tipo “Non volete più pagare le tasse sui sistemi tradizionali di riscaldamento? Cambiate le finestre”. In un’area del Paese dove, obiettivamente, l’inquinamento dell’aria non può essere considerato un problema. Questi erano (e in parte sono) i messaggi che partivano in maniera disarticolata e spesso fuorviante.

Ha fatto riferimento alle nuove politiche green europee quasi fossero un limite…
Di per sé non sono certo un limite. Ma “insistere” sull’autoproduzione, sui pannelli solari a gestione individuale e familiare, sull’accumulo, vuol dire tornare a “scaricare” sul singolo cittadino il problema. Tornare per molti versi a un approccio frammentato, che deresponsabilizza il settore pubblico dal prendersi le responsabilità di interventi strutturali e in un’ottica di lungo periodo. Già il passato è ricco di occasioni perse.

Quali ad esempio?
Quando hanno aperto cantieri in tutta Milano per i lavori di cablatura, era l’occasione giusta per posare anche i tubi del teleriscaldamento, per lo meno con l’obiettivo di alimentare tutto il centro storico. È mancata la volontà politica… e si continua a invocare la pioggia come il miglior rimedio all’abbattimento del PM10, già emesso, che finisce quindi nei corsi d’acqua! Se questa è la soluzione…

Torniamo ancora sulla questione del Green New Deal europeo: nelle proposte il teleriscaldamento non è considerato una soluzione sostenibile?
No, è semplicemente diversa la platea degli operatori coinvolti. Come già detto, si continua a insistere su una filiera economica e industriale che parla direttamente al singolo. Lo strumento tampone torna ad essere privilegiato rispetto a una visione di insieme di programmazione urbana che implica decisioni radicali e – diciamolo con chiarezza – politiche territoriali che vadano oltre la durata di un singolo mandato politico di una amministrazione.

Ricetta finale?
Energia elettrica come obiettivo primario, teleriscaldamento, pompe di calore.

 

Decisione Corte di Cassazione, Sezione Tributaria Civile 23 giugno 2020, n. 12292.20 – Classamento unità immobiliari Comune di Milano

luglio 8, 2020

Decisione Corte Cassazione 12292.20 mod.

Blocco sfratti anche per morosità nel Decreto rilancio. – Provvedimento di estrema gravità, che non trova giustificazione alcuna. Blocco della economia – Confedilizia

luglio 6, 2020

 

Ansa 06.07.2020

QN IL Giorno del 4 luglio 2020 “Edilizia Sociale, una situazione desolante” di Achille Colombo Clerici

luglio 6, 2020

In Italia il tema sembra bandito da decenni dal dibattito politico e socio-economico.

Ed anche in questo momento storico, di ricostruzione del Paese, in cui si sta ponendo mente alla messa a fuoco di piani di intervento che riguardano, non solo l’universo dei problemi che ci affliggono, ma anche questioni di molto minor rilevanza, non se ne sente minimamente parlare. Quasi a volerlo esorcizzare; ma il problema resta ineludibile e macroscopico.

Voglio parlare della edilizia residenziale pubblica, un tempo chiamata più efficacemente edilizia popolare.

In Italia c’è una fascia di popolazione, purtroppo destinata a crescere, che l’alloggio non se lo può pagare né in locazione, né a maggior ragione in acquisto. Vogliamo pensarci o continuiamo a cullarci con suggestivi discorsi di risparmio del suolo, social housing, efficientamento energetico, green economy e via dicendo?  Ma, soprattutto, vuole pensarci l’edilizia residenziale pubblica o dovranno pensarci i privati?

L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, come spesso succede, è piuttosto indietro. Housing Europe, network delle federazioni europee che si occupano di edilizia popolare, cooperativa e sociale con sede a Bruxelles, ci offre un quadro desolante. Viene stimato che nel nostro Paese solo il 4% del patrimonio residenziale è adibito a edilizia sociale. Giusto per fare un confronto, in Olanda la percentuale è del 30%, in Gran Bretagna del 18%,  in Austria del 23%, in Danimarca del 21%  mentre in Francia, il Paese più vicino a noi per cultura e abitudini,  è del 17%. Solo Spagna, Portogallo e Grecia sono dietro di noi.

Le Ater, eredi dei vecchi Istituti per le case popolari, hanno patrimoni abbondantemente sottoutilizzati e un arretrato di migliaia di domande di assegnazione di alloggi da soddisfare. Perché, ora che si prospettano ingentissimi flussi di finanziamenti dall’ Unione Europea, non scendono in campo massicciamente diventando autentici motori di “rigenerazione urbana” per concorrere a risolvere i problemi del fabbisogno abitativo e al tempo stesso del rinnovamento urbano?

Si deve pensare ad un Piano di ERP che, oltre a soddisfare la cronica richiesta di case che viene dalla parte economicamente più debole degli italiani, vada nella direzione della Raccomandazione della Commissione Europea per l’efficienza energetica e il clima che punta a ridurre l’inquinamento atmosferico del quale (secondo le risultanze U.E.) per il 40%  sono responsabili gli edifici più vecchi. In Italia circa 500.000 alloggi, la metà di quelli gestiti dalla mano pubblica, è caratterizzata da un alto consumo energetico e versa in condizioni più o meno sensibili di degrado. Le nuove costruzioni evidentemente risponderebbero ai criteri indicati dalla UE.

Ebbene, la citata politica europea per l’efficienza energetica e il clima punta ad interventi in primis nei confronti dei patrimoni immobiliari pubblici, e per diverse ragioni.  Cito solo la più importante. Rigenerare significa, in sostanza, o ristrutturazione profonda o abbattere e ricostruire; ma tra abbattimento e ricostruzione, dove si sistemano le famiglie? Relativamente facile è nei Paesi nordici, che dispongono di un consistente patrimonio edilizio sotto il controllo pubblico, mettere a disposizione gli edifici-parcheggio: ma in Italia, dove non c’è neppure la possibilità di alloggiare chi la casa non ce l’ha?

Premio Eccellenze di Impresa 2020 – 30 giugno 2020

luglio 1, 2020

Tavola rotonda del Premio Eccellenze d’Impresa 2020
IMMOBILIARE RESIDENZIALE, SOLO UN ANNO DI TURBOLENZA

Il mercato immobiliare residenziale post-covid non risentirà della pandemia in misura particolare – ad eccezione del comparto uffici – in quanto l’anno di turbolenza che ci si attende è un lasso di tempo troppo breve per gli investitori: perciò meglio non svendere.

E’ il parere emerso dalla tavola rotonda/webinar dedicato al tema dell’attrattività finanziaria, dal titolo: “Stato o Mercato: quali strategie per il rilancio dell’economia e delle imprese” in occasione dell’assegnazione dei Premi Eccellenze d’Impresa.

Più che Stato o mercato meglio sarebbe parlare di Stato e mercato: al primo spetta il compito non di sostituirsi alle imprese ma di agevolarle utilizzando strumenti che ha già a disposizione: defiscalizzazione, industria 4.0, apprendistato diffuso, pagando i debiti alle imprese, potenziando le garanzie per le pmi, per citare. Soprattutto mettendo in moto, con adeguati incentivi, l’enorme massa di risparmi che le famiglie tengono nei conti correnti – 1.500 miliardi – per generare investimenti: i nuovi Pir, con circa 10 miliardi di raccolta, potranno fare per poco per l’economia del Paese.

Sui giovani. Trattenere quelli che emigrano e favorire l’immigrazione dei talenti stranieri in Italia, Paese primo al mondo nel quale vorrebbero vivere: ma, a prescindere dalle opportunità, all’estero il giovane è un collaboratore, qui un dipendente.

L’Europa, dal canto suo, deve attivare risorse pari al 20-25% del Pil comunitario a favore di imprese ed economia per uscire dall’angolo nel quale sta finendo.  Infine la semplificazione: meglio, ad esempio, togliere qualche controllo sugli appalti – punendo veramente chi ne approfitta per affari loschi – perché la troppa burocrazia è nemica dello sviluppo.

Dopo i saluti introduttivi di Ugo Loser, Ceo, Arca Fondi Sgr, alla tavola rotonda sono intervenuti: Ferruccio De Bortoli, Il Corriere della Sera (chairman); Giovanna Della Posta, Ceo, Invimit SGR; Bob Kuntz Concewitz, Ceo, Campari Group; Stefania Triva, Presidente e Ceo, Copan; Corrado Passera, Ceo, Illimity.

Negli scorsi giorni si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Attrattività Finanziaria 2020, il riconoscimento dedicato alle imprese, quotate e non quotate, che presentano caratteristiche di eccellenza in termini di trasparenza, governance e capacità di attrarre risparmio privato per la crescita. Il Premio tra le quotate è andato a Campari Group, tra le non quotate a Copan (tamponi). Accanto ai vincitori, due menzioni speciali per ognuna delle due categorie: DiaSorin e IMA S.p.a. per il gruppo quotate e Caffè Borbone e Bending Spoons e per il gruppo non quotate.

Il premio, istituito nel 2018, fa parte del programma Eccellenze d’Impresa, promosso da GEA-Consulenti di Direzione, Harvard Business Review Italia e Arca Fondi Sgr, con il patrocinio di Borsa Italiana, per la celebrazione del valore e delle eccellenze della piccola media impresa italiana.

Rivolto a tutte le aziende italiane e straniere operanti in Italia, senza limite dimensionale e settoriale, il Premio si pone l’obiettivo di dare un riconoscimento ad aziende solide sotto il profilo reddituale, con elevati standard di investimento e innovatività, e soprattutto capaci – grazie a una governance corretta e di forte trasparenza – di attirare capitali finanziari per la crescita.  La Giuria del Premio è composta da Federico Ghizzoni, Giovanna Della Posta, Raffaele Jerusalmi, Emma Marcegaglia, Corrado Passera e Marco Fortis

“Le “leve dell’eccellenza” hanno supportato la crescita industriale negli anni e favoriscono oggi una particolare resilienza all’emergenza Covid. Queste leve sono solo italiane, specifiche del nostro ecosistema e rappresentano una condizione di adattabilità unica al mondo. L’attrattività finanziaria diventa rilevante per supportarne ulteriormente la crescita”, ha commentato Luigi Consiglio, Presidente di GEA-Consulenti di Direzione presentando una ricerca condotta su oltre 7.000 imprese italiane.  “Se si riuscisse a “rafforzare la struttura patrimoniale di questo tessuto d’imprese con una maggiore quantità di mezzi propri, sarebbe possibile moltiplicare fatturato, lavoro e occupazione dell’intero Paese”. La ricerca ha stimato che “raggiungere il livello di capitalizzazione delle aziende tedesche, circa il doppio dell’indice italiano, permetterebbe al Pil industriale di crescere del 26% e a quello totale del 6%”.  Tanto più che le imprese italiane – secondo lo studio – offrono un ottimo rendimento. In particolare, considerando solo le 1.031 imprese eccellenti individuate (con risultati superiori alla media) si registrano rendimenti complessivi anche al di sopra del 40% annuo.

Foto: Luigi Consiglio con Achille Colombo Clerici presidente Assoedilizia