“Il made in Italy va reinventato, servono idee” QN Il Giorno del 15 agosto 2020 – articolo di Achille Colombo Clerici

Nella storia dell’umanità ad ogni calamità s’accompagna una reazione: se questa è uguale e contraria i popoli si salvano, altrimenti periscono. La pandemia con il blocco di ogni attività e il conseguente crollo dell’economia e del suo indicatore – il pil – ha indotto l’Unione Europea a varare il più grande piano di investimenti della sua storia, primo destinatario l’Italia.

Ma si tratta di risorse finanziarie che devono essere assolutamente finalizzate ad investimenti strutturali, volti a migliorare la funzionalità del nostro Paese, anche perché si tratta di prestiti: totalmente nel Mes e prevalentemente nel Recovery Fund, essendovi una quota di contributi. Nessuna tentazione di distribuzione dispersiva, dunque, a mò di helicopter drop – vedansi i casi di cronaca di questi giorni – o di utilizzo per la spesa pubblica.

L’obiettivo non è il ritorno del Made in Italy allo stato pre-pandemia ma un progetto che lo reinventi. Se è vero come è vero che l’Italia è la patria del vivere bene – arte, lusso moda, design, barche, auto, gioielli, architettura,  enogastronomia e quant’altro – e che dovunque, nel mondo, ci sarà sempre un mercato per questa categoria di prodotto, è altrettanto vero che le dimensioni delle nostre imprese di eccellenza sono troppo piccole per rispondere alla domanda: un solo esempio, sono in vendita nei supermercati del mondo oltre 90 imitazioni del formaggio parmigiano.

E’ necessario far crescere la dimensione delle imprese. Se gli italiani sono stati bravi nel creare prodotti di eccellenza, lo sono molto meno nei modelli di business.

Basti pensare al turismo: il Paese che è al primo posto nel sogno degli stranieri – e lo era anche per numero di arrivi negli anni ’70 – è ora al settimo posto perché la promozione turistica, prevalentemente affidata alle Regioni, non è stata capace di proporre un “prodotto Italia”.

Ecco quindi imporsi con urgenza l’esigenza di formazione degli imprenditori. Le dimensioni micro delle imprese sono un limite del tessuto produttivo e rappresentano una zavorra per la ripresa, con troppi cervelli in fuga. Oggi l’occasione è irripetibile per una politica che abbia visione e coraggio.

Quanto alle risorse messe a disposizione dall’Europa, ci si dimentica che il problema italiano non è legato alla mancanza di denaro – la pandemia non ha praticamente intaccato la ricchezza netta finanziaria degli italiani – ma alle condizioni istituzionali. Deve essere superato il groviglio tra burocrazia, giustizia, disparità di condizioni concorrenziali, ricerca del profitto che poi porta gli imprenditori a dire: chi me lo fa fare? Occorre offrire loro un cambio radicale che soltanto la migliore politica può garantire.

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