La rigidità abitativa frena l’economia. Articolo su QN Il Giorno del 14 novembre 2020 di Achille Colombo Clerici

Il pluridecennale sfavore legislativo nei confronti della locazione abitativa privata (blocchi dei contratti, blocchi degli sfratti, equo canone, canoni concordati, fiscalità opprimente, responsabilità civile crescente, gestione amministrativa sempre più complicata e onerosa etc.), non accompagnato da una adeguata politica di investimenti pubblici nell’edilizia residenziale, oltre a tenere sempre aperta una prospettiva di squilibrio del settore abitativo, scaricando oneri di socialità sulla proprietà privata, ha generato un fenomeno tutto italiano e mediterraneo nel rapporto dei cittadini con l’abitazione: la più alta percentuale di case, tra i Paesi avanzati d’Europa, occupate direttamente a titolo di proprietà dalle famiglie, l’82% del totale.

Il fatto è che queste case appartengono ad una economia statica e non dinamica: non producono gettito fiscale (né IMU, né imposte dirette e indirette), non fanno certificazioni elettriche ed energetiche (come le abitazioni in locazione), non danno luogo all’indotto derivante dal turn over abitativo legato alla locazione (agenti immobiliari, artigiani vari addetti alle pulizie e alla manutenzione dell’immobile, ditte di traslochi, professionisti e tecnici, mobilieri e tappezzieri etc.). E dunque sono sterili dal punto di vista economico. Non solo: la rigidità abitativa nel nostro Paese è stata una delle cause del fallimento della ristrutturazione industriale degli anni ’80.

Non solo, la rigidità abitativa nel nostro Paese è stata una delle cause del fallimento della ristrutturazione industriale degli anni ’80.

Ma non basta: l’Italia è diventata la patria dei condomìni. Il loro numero ascende ad 1 milione e 200mila: sono, tra i tutti i soggetti coinvolti nel rinnovamento urbano, i meno sensibili e i più restii alle operazioni di rigenerazione edilizia. Nelle nostre città, in tutti questi anni, le sole operazioni di ristrutturazione che si son viste, son state quelle promosse su immobili a proprietà unitaria.

Ecco perché, se lo Stato vuole ottenere un minimo risultato almeno in termini di semplice riqualificazione edilizia, è costretto a finanziare a fondo perduto gli interventi del Superbonus.  Positivo, ma solo per muovere un po’ di economia. Per tutti questi immobili infatti non si può parlare di rigenerazione urbana (che consiste soprattutto in sostituzioni edilizie e ristrutturazioni profonde), ma di un processo di semplice e sommario maquillage, con conseguente imbalsamazione delle città.  

 

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