Archivio per febbraio 2021

Al Presidente Draghi, gli auguri di Assoedilizia e di Colombo Clerici

febbraio 15, 2021

Al Primo Ministro del Governo Italiano Mario Draghi da Colombo Clerici felicitazioni ed auguri di ogni successo

Il Presidente di Assoedilizia, di Federlombarda Edilizia, di Amici di Milano e dell’Istituto Europa Asia avv. Achille Colombo Clerici esprime al Prof. Mario Draghi, Primo Ministro del Governo italiano, le felicitazioni sue personali e delle Organizzazioni che rappresenta, per l’alto incarico cui è stato chiamato; in uno con l’augurio di ogni successo nell’operare nell’interesse dell’Italia intera, in un frangente, come l’attuale, particolarmente grave della sua storia.

Esprime la convinzione di poter confidare nella sua azione di governo, per un futuro di pace, di equilibrio sociale, di maggiori certezze, di prosperità.  E gli rivolge i sensi di profonda stima e l’attestazione del sentimento di vicinanza che anima lui e gli appartenenti delle Organizzazioni rappresentate.

Foto di archivio

“Immobili, uno sfacelo altri carichi” Articolo su QN Il Giorno di sabato 13 febbraio 2021 – di Achille Colombo Clerici

febbraio 15, 2021

Si dice che in Italia le tasse sul mattone pesino molto. Complessivamente quasi 50 miliardi di cui circa 22 per Imu, rispetto ai poco più di 9 miliardi dell’Ici.  Il resto del gettito è prodotto dalle imposte indirette, come l’imposta di registro, che si applicano in caso di compravendita (circa 9 miliardi); dalle imposte sul reddito da locazione (Irpeg, Irpef o cedolare secca per altri 9 miliardi), dall’imposta di registro e dall’Iva sulle locazioni (circa 1 miliardo). Ulteriori 10 miliardi di euro all’anno circa dalla tassa sui rifiuti e un altro miliardo da altri tributi. E’ vero, ma detto così in termini assoluti, citando il dato del gettito complessivo del settore immobiliare e poi snocciolando i dati disaggregati, dice poco, e soprattutto non aiuta l’Europa a capire perché andiamo dicendo che il carico fiscale sugli immobili, così com’è, è inaccettabile. Infatti, l’U.E. guarda a quel gettito in rapporto al Pil dei diversi stati e trova che quello italiano è più o meno in riga con la media europea. La questione è che bisogna andare viceversa a vedere qual è il carico sugli immobili che son rimasti a pagare: non il rapporto tra il gettito del settore ed il Pil ovvero il complessivo gettito fiscale di tutte le imposte. Taglia di qua, esonera di là, nel nostro Paese a pagare è rimasta la metà degli immobili, molto al di sotto della media europea. E c’è anche un’altra distorsione. Le case abitate a titolo di proprietà (la cui entità numerico/proporzionale è una anomalia tutta italiana) che sono oltre l’80 per cento, quand’anche fossero chiamate a pagare l’Imu, non pagherebbero comunque, né altre imposte indirette, né le imposte sui redditi. Ma l’Europa continua a chiederci acriticamente di aumentare il carico sugli immobili, portando avanti l’iniqua riforma catastale e ripristinando l’Imu sulle prime case.

Il fatto poi che la Corte dei Conti abbia chiesto, proprio in questo frangente di sfacelo economico e di enormi sforzi richiesti agli operatori economici privati per reggere l’attuale carico degli impegni tributari, un rilevante innalzamento dell’imposizione fiscale sugli immobili, e addirittura l’introduzione di una patrimoniale, dice dello scollamento degli esponenti della burocrazia dai problemi reali del Paese, e della insensibilità a qualsiasi logica di solidarietà virtuosa e costruttiva per il bene comune. Maggiori tasse (ammesso e non concesso che si debba) si chiedono semmai quando l’economia prospera, non nel pieno di una guerra che ha distrutto mezza economia del Paese! Altrimenti si va allo scasso e non si salva nessuno.

Il Premio Nobel Giulio Natta la tenuta Cassinazza nel libro “Giovanissima e immensa”. Ritratto della nostra società alle soglie del new normal – di Achille Colombo Clerici

febbraio 15, 2021

“Giovanissima e immensa”. Ritratto della nostra società alle soglie del new normal.
Libro di Achille Colombo Clerici ediz. Casagrande Lugano Milano. Interviste di Antonio Armano.
Esposto nella vetrina della Libreria Hoepli a Milano           
Anticipiamo uno stralcio del libro in cui si parla del Premio Nobel Giulio Natta e della tenuta Cassinazza

Il Nobel per la plastica e il primato della natura.
Straordinario il caso della tenuta Cassinazza a Vellezzo Bellini, in provincia di Pavia, gestita dagli eredi del premio Nobel 1963 per la chimica, Giulio Natta. L’agricoltura, come industria agricola che migliora l’ambiente, creando un paesaggio naturale, e al tempo stesso produce utile economico.
Il tutto con gli incentivi economici della Unione Europea. Non si tratta soltanto di produzione di materie prime per alimenti, il che resta ovviamente la funzione primaria: ma anche di recupero del paesaggio e della biodiversità, con il trasferimento nelle aree agricole periurbane di attività di lavoro tipiche della città (uffici), e l’utilizzo dei rifiuti organici per sostituire concimi e fertilizzanti chimici. Ci troviamo di fronte non a meri studi e ricerche, lodevoli quanto astratti; ma a una realtà sperimentata da molti anni, a 21 km dal centro di Milano, in una tenuta che costituisce l’ennesimo esempio lombardo di felice connubio tra l’apice italiano della produzione, del terziario avanzato, della ricerca, della tutela del territorio e dell’agricoltura;
a conferma dei frutti cospicui che può dare la circolazione di idee in una cultura aperta alle innovazioni.
È un modello che viene presentato come esemplare dalla Federazione della Proprietà Fondiaria e da ELO-European Landowner’s Organisation e Friends of the Countryside META-Movimento Europeo Terra e Ambiente.
La Cassinazza si estende per circa 1400 ettari all’interno del territorio neorurale di Giussago e di altri comuni limitrofi. L’assetto attuale è stato raggiunto a partire dal 1996 con la collaborazione del sindaco di allora Ivan Chiodini che, primo in Italia, redasse un Piano regolatore che comprendeva principi innovatori rivoluzionari, oggi recepiti dalla legge nazionale.
Numerosi interventi di rinaturalizzazione dell’ambiente – spiegano Giuseppe e Francesco Natta (figlio e nipote del premio Nobel) – hanno portato alla formazione di oltre 107 ettari di aree umide, 78 di boschi, 65 di rimboschimento da legname, 50 di prati, 110 km di siepi e di filari campestri.
Mentre sono aumentate del 170% le specie di uccelli, dell’81% i mammiferi, praticamente raddoppiate e oltre farfalle, libellule e altri insetti. E la fertilità del suolo si è accresciuta del 71%. A costo praticamente zero grazie ai contributi della Politica agricola comunitaria (PAC).
Cosa vuol dire territorio neorurale? Con gli interventi di rinaturalizzazione, alle attività agricole già presenti si sommano altri servizi di natura ambientale quali, per esempio, la qualità del paesaggio, la biodiversità, la
valorizzazione delle risorse rinnovabili, il miglioramento della salute e della qualità della vita. Nell’ottica neorurale anche i fabbricati agricoli possono ospitare attività lavorative tradizionalmente urbane senza incrementare la superficie costruita. Ad esempio, la cascina Darsena, una delle sette che costituiscono
il comprensorio neorurale della Cassinazza, permette di ospitare un ufficio per 300 persone, restituendo a verde tre ettari di superficie.
Si trasforma quindi il territorio agricolo in un nuovo motore economico e sociale, coniugando il rispetto dell’ambiente con la riqualificazione di un importante patrimonio rurale, realtà preziose soprattutto nelle
aree periurbane.
La necessità di un’agricoltura più sostenibile anche economicamente, in un’epoca nella quale la produzione internazionale massacra gli operatori agricoli lombardi e italiani costretti talvolta a vendere sottocosto, obbliga a cercare ogni forma di risparmio. Uno degli oneri più consistenti è quello dei concimi e dei fertilizzanti chimici che, oltretutto, rendono la terra sempre meno fertile aumentando quindi…

Foto: Giuseppe Natta con Achille Colombo Clerici

Discorso inaugurale della Presidente della Corte di Appello di Venezia, dott. ssa Ines Maria Luisa Marini in occasione dell’apertura dell’Anno Giudiziario 2021

febbraio 8, 2021

Foto d’archivio. Da destra: Gabriele Albertini, Ines Maria Luisa Marini, Gustavo Cioppa, Paolo Pasini, Achille Colombo Clerici, Claudia Buccellati

Corsa al vaccino. Una babele l’uscita dall’incubo. Articolo su QN Il Giorno del 6 febbraio 2021 di Achille Colombo Clerici

febbraio 8, 2021

La guerra al virus si sta trasformando nella guerra dei vaccini: ritardi nelle consegne, Unione Europea sul piede di guerra contro i produttori inadempienti, rivalità tra gli stessi, tensioni intraeuropee, accaparramento dei Paesi ricchi ai danni dei Paesi poveri, aiutati dalla Cina che trasforma l’intervento in una formidabile operazione di “diplomazia sanitaria”. E ancora, un vaccino – lo Sputnik russo – prima deriso ed ora esaltato come il più efficace. L’arrivo del vaccino era stato salutato come la fine dell’incubo, si rivela ora una babele che viene analizzata e commentata diversamente dagli esperti, accrescendo sgomento e preoccupazione in un mondo, Italia compresa, stremato e confuso.  

A fronte di una capacità produttiva dell’industria farmaceutica di 12 miliardi di dosi, Usa, UE, ed altri Paesi avanzati hanno prenotato il 90%, lasciando l’85% della popolazione mondiale senza copertura. Si parla di fine, o meglio di controllo della pandemia nel 2025! E dato che il virus non conosce confini e muta perfidamente, quanto potranno ritenersi sicuri i popoli vaccinati?

Vaccinati, ma quando? Per un motivo o per l’altro (tagli nelle forniture, carenze di medici, infermieri, strutture, diffidenza) sembra trasformarsi in sogno l’obiettivo di mettere al sicuro entro l’estate, ancora pesantemente condizionata dalla pandemia, quella percentuale di italiani che garantirebbe l’immunità di gruppo. Natale 2021 sarà normal? O dovremo, secondo i più pessimisti, aspettare addirittura il 2023?

Tre vaccini sono in commercio, altri due arriveranno a breve. Ma l’Europa ha bisogno di 2,3 miliardi di dosi, l’Italia di 300 milioni (si calcola infatti una media di 5 vaccini per abitante per stare al sicuro, il Canada ha prenotato addirittura 8 dosi per cittadino)

Soluzioni. Fin dall’accordo di Doha del 2001 si prevede che per ragioni di salute pubblica si possa derogare all’esclusività della produzione dei prodotti brevettati, pagando ovviamente le royalties ai titolari. Così facendo molte industrie farmaceutiche potrebbero produrre in quantità adeguata ad ogni presente e futura necessità; e poi l’acquisto di vaccini russi, cinesi, di altri Paesi, ovviamente testati, efficaci e sicuri. Ma qui entrano in ballo considerazioni di strategia politica: come se il virus non fosse il nemico di tutti.  

Secondo incontro del ciclo di dibattiti promossi dall’ Università Statale di Milano con Assoedilizia e Ambrosianeum

febbraio 5, 2021

Secondo incontro del ciclo di dibattiti promossi dall’ Università Statale di Milano con Assoedilizia e Ambrosianeum sul tema:  “Il domani di Milano, il futuro del Paese”.
I nuovi modelli culturali per Milano e per l’Italia

Mario Draghi e Giovanni Bazoli nel libro “Giovanissima e immensa”. Ritratto della nostra società alle soglie del new normal – di Achille Colombo Clerici

febbraio 4, 2021

“Giovanissima e immensa”. Ritratto della nostra società alle soglie del new normal.
Libro di Achille Colombo Clerici ediz. Casagrande Lugano Milano. Interviste di Antonio Armano.                  

Anticipiamo uno stralcio del libro in cui si parla di Mario Draghi e di Giovanni Bazoli:

Certo è che una Unione dove non c’è difesa militare comune, dove non c’è politica estera comune, dove non c’è giustizia penale comune, dove sembra regnare il principio “chacun pour soi et Dieu pour tous” – quando poi lo stesso nome di Dio è stato espunto dalla sua Costituzione – deve fare ancora molta strada per mettersi a registro… Il discorso non è ancora superato.
Il 3 maggio del 2004, a un incontro, tenutosi nella sede della vecchia Cariplo in via Monte di Pietà a Milano, e organizzato dal Gruppo Cultura, Etica e Finanza – operante da una ventina d’anni a iniziativa, tra gli altri, di Angelo Caloia, Giovanni Bazoli, Tancredi Bianchi, Alberto Quadrio Curzio, Alberto Cova, Giorgio Rumi, Sergio Zaninelli, Lorenzo Ornaghi – Mario Draghi, che qualche mese dopo sarebbe diventato Governatore della Banca d’Italia, aveva detto: «Se quindici anni fa a molti di noi fosse stato chiesto come avremmo visto l’Europa nei successivi cinquant’anni, avremmo tutti dato delle risposte che avrebbero fatto pensare a uno Stato federale, a una crescita delle forme di governo comune: avremmo parlato di una politica di difesa comune, di una politica estera comune, saremmo stati consapevoli della difficoltà che questi processi comportano, ma quella era la strada. Oggi non più: ho la sensazione che se ci venisse posta la stessa domanda non sapremmo come rispondere. Quelli un pochino meno ottimisti direbbero che il riuscire a salvare un mercato comune europeo nei prossimi quaranta-cinquant’anni sarebbe già un obiettivo. Il 13 marzo 1998, durante un incontro conviviale nella medesima sede, Jacques Delors, che era stato fino al 1995 presidente della Commissione europea ebbe a dire: “La prima cosa che mi viene in mente, vista l’imminenza della unione economica e monetaria, è sapere se, oltre a essere il coronamento della integrazione economica, condotta da quarant’anni a questa parte, questa unione sarà anche la rampa di lancio dell’unione politica, la presa di coscienza di questa nuova entità”».

“Corsa ai vaccini” Webinar ISPI 2 Febbraio 2021

febbraio 4, 2021

CORSA AI VACCINI” WEBINAR ISPI 2 FEBBRAIO 2021
a cura dell’Istituto Europa Asia – EUROPASIA INSTITUTE

L’ISPI analizza l’impatto sul mondo della pandemia
NELLA GUERRA AL VIRUS LE GUERRE GEOPOLITICHE E COMMERCIALI

 Con il webinar “Corsa al vaccino: (anche) una sfida tra Stati?” ISPI – il prestigioso think-tank, tra i primi in Italia e in Europa – ha svelato, o messo in primo piano, notizie ignote ai più. L’occasione è stata offerta dalle polemiche sui ritardi nella consegna dei vaccini anti-Covid in Ue.

Dato ad oggi: 100 milioni di persone vaccinate nel mondo. L’Europa parte con maggior lentezza di altri Paesi. La Commissione ha trattato con le industrie farmaceutiche per conto degli Stati membri, in un’ottica sovranazionale, stanziando 15 miliardi non solo per i vaccini europei, nel convincimento che la campagna vaccinale debba coinvolgere anche i Paesi meno ricchi, perché, in un mondo globalizzato l’immunità di gruppo non può funzionare a livello dei singoli Paesi.

Nel solco dei contratti stipulati dalla Commissione i singoli Stati membri dell’U.E. hanno confermato i propri ordinativi prenotando le quantità di dosi occorrenti.

In questi giorni, alcune case farmaceutiche hanno sospeso la fornitura delle dosi di vaccini prenotate, adducendo motivi di varia natura.

Mentre Israele e i Paesi del Golfo hanno già somministrato la prima dose alla metà della popolazione, Italia e Germania sono ferme intorno al 3% degli ultraottantenni (la Gran Bretagna è al 14%, la Danimarca al 27%). Dei 100 milioni di vaccinati finora, i 2/3 si concentrano in Europa e Usa, ma la gran parte del mondo, la più povera, non avrà accesso al vaccino per anni. E dato che la pandemia non si ferma ai confini, la guerra contro il virus non potrà dirsi vinta se almeno il 70-80% della popolazione non verrà messa al sicuro: ma, di questo passo, si parla del 2025!

E qui emergono interessi commerciali, egoismi nazionali e la comunemente definita geopolitica. Vittime illustri sono i vaccini ‘orientali’. Nei giorni scorsi l’autorevole rivista scientifica “The Lancet” ha certificato l’eccezionale efficacia del vaccino russo ‘Sputnik’, il primo ad essere realizzato e perciò deriso nel mondo occidentale; e i tre vaccini cinesi vengono distribuiti gratis o quasi ai Paesi più poveri trasformandosi in eccezionale strumento di propaganda. 

Mentre ci si rammarica dei tagli all’Europa – Italia compresa – delle forniture dei vaccini da parte delle aziende con le quali sono stati firmati gli onerosi contratti (in segretezza, mentre l’OMS impone la negoziazione in regime di trasparenza) ci si chiede per quale motivo l’Unione Europea non si impegni ad importare liberamente i vaccini ‘orientali’ sottoposti a tutte le certificazioni del caso.

Senza rinunciare però ad azioni contro le aziende farmaceutiche attualmente inadempienti, secondo i principi della legalità internazionale. La legge sarebbe dalla parte della Commissione Europea. Per ragioni di equità il vaccino dovrebbe esser considerato come bene di interesse comune.

Fin dall’accordo di Doha del 2001 si prevede che per ragioni di salute pubblica (non sarebbe necessaria neppure la condizione di emergenza) si possa derogare all’esclusività della produzione dei prodotti brevettati, pagando ovviamente le royalties ai titolari, con una sospensione dei diritti di proprietà intellettuale. Così facendo molte industrie farmaceutiche potrebbero produrre in quantità adeguata ad ogni presente e futura necessità. Oggi a fronte di una capacità produttiva annua di una dozzina di miliardi di dosi, i Paesi avanzati hanno prenotato il 90%, lasciando l’85% della popolazione senza copertura. Ciò consente alla Cina di aumentare enormemente la sua influenza in Africa ed in altri Paesi emergenti. Una sorta di ‘diplomazia sanitaria’.     

Allo stato sono in circolazione tre vaccini (Pfizer-BioNTech, Moderna, University of Oxford-AstraZeneca), cui presto si aggiungeranno altri due; ma sembra difficile raggiungere, in Europa, l’obiettivo dell’80% di vaccinati entro l’estate anche se dovrebbero essere disponibili 400 milioni di dosi di vaccino entro agosto: si tratta non solo di averli a disposizione, ma di organizzare le strutture e addestrare il personale a praticarli.

Senza arrivare a Trump che voleva acquistare in esclusiva per gli Usa un brevetto per un miliardo di dollari (somma peraltro irrisoria in relazione all’obiettivo), il gioco politico e industriale si fa sentire pesantemente, ad esempio facendo mancare una ventina di farmaci antivirali. Sui vaccini veri e propri si gioca una partita enorme: l’Europa abbisogna di 2,3 miliardi di dosi, l’Italia di 300 milioni e così per gli altri Paesi, oltre 5 vaccini per abitante. Cifre e guadagni colossali che soltanto un coordinamento mondiale potrebbe gestire mettendo il mondo al riparo dall’avidità e dalla strumentalizzazione di pochi.  

Coordinati da Paolo Magri, Vicepresidente Esecutivo dell’ ISPI, sono intervenuti: Nicoletta Dentico, Responsabile del programma Salute Globale, Society for international Development (SID); Federico Fubini, Giornalista, Corriere della Sera; Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza, Commissione Europea a Milano; Francesco Vaia, Direttore Sanitario, INMI Lazzaro Spallanzani ; Matteo Villa, Research Fellow, ISPI 

Foto: Achille Colombo Clerici  EUROPASIA INSTITUTE

“Il Domani di Milano. Il Futuro del Paese” – Dibattiti all’UNIMI con ASSOEDILIZIA E AMBROSIANEUM

febbraio 3, 2021

Il Domani di Milano. Il Futuro del Paese
Nuovi modelli culturali per Milano e per l’Italia?

Il Rettore dell’Università Statale di Milano Elio Franzini e il Presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici presentano l’iniziativa.

 Guardare al di là della pandemia e immaginare il futuro del Paese partendo da quella che è stata e si speri torni a essere la principale locomotiva: Milano con le sue complessità, contraddizioni ma anche straordinarie risorse. E’l’obiettivo del ciclo di incontri online “Il Domani di Milano. Il Futuro del Paese” promossi dall’Università Statale per discutere sugli scenari da costruire con la capacità di innovare che caratterizza la Lombardia, governando e non solo subendo il cambiamento.

Il ciclo di incontri prosegue il 18 febbraio alle ore 18 con il secondo appuntamento dedicato a “Nuovi modelli culturali per Milano e per l’Italia?”, organizzato con Fondazione Ambrosianeum e Assoedilizia. 

La crisi che ha seguito la pandemia ha travolto anche le città: Milano, simbolo dell’innovazione e dell’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo, sembra aver smarrito la propria identità. Anche il modello di trasmissione della cultura richiede forse un ripensamento, una riflessione che ne indaghi caratteristiche e debolezze per immaginare nuovi percorsi.

Ne parlano, con il Rettore Elio Franzini,
Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia,
Mario Boselli, presidente Fondazione Italia Cina e Istituto Italo Cinese, presidente onorario Camera Nazionale della Moda Italiana,
Francesco Daniel Donato, direttore CLIP – Concorso Lirico Internazionale di Portofino,
Oliviero Ponte di Pino, fondatore Ateatro e responsabile del programma Bookcity Milano,
Annalisa Zanni, direttrice Museo Poldi Pezzoli.

A moderare l’incontro, Sissa Caccia Dominioni, storica dell’arte, Fondazione Ambrosianeum.

Foto:
Da destra: Elio Franzini, Marilisa D’Amico, Achille Colombo Clerici

Mario Boselli con Achille Colombo Clerici

Richard Wagner: L’ultima composizione “Il tempo di Porazzi” – Palermo e Napoli Nel libro “Giovanissima e immensa” di Achille Colombo Clerici

febbraio 3, 2021

Richard Wagner: L’ultima composizione “Il tempo di Porazzi” – Palermo e Napoli Nel libro “Giovanissima e  immensa” di Achille Colombo Clerici

Wagner e il tempo di Porazzi
Ho ancora davanti agli occhi e nella mente i templi di Selinunte, dove si ha la sensazione del rapporto dell’uomo con il divino.
Qui, nella serenità della luce che si intravvede attraverso le file di colonne doriche elevate al cielo, davanti a questi templi ai quali gli antichi uomini accorrevano in massa da ogni dove, sobbarcandosi giorni e giorni di viaggio, si ha l’idea dell’ansia che spingeva l’uomo a relazionarsi con Dio, per superare l’atavica paura dell’ignoto.
Oggi siamo di fronte al fenomeno opposto, all’individualismo e alla secolarizzazione.
L’uomo per superare l’ansia filosofica del futuro sconosciuto si relaziona con gli altri uomini, ma senza Dio; richiama il dipinto di Bruegel il Vecchio, La parabole des aveugles, in cui i ciechi si sostengono l’un l’altro camminando in fila, ma non sanno dove vanno.
Come noi, d’altronde, senza Dio non sappiamo dove andiamo.
Assorto in questi pensieri, in casa Gangi a Palermo, mi soffermo nel salone antistante quello delle feste dove Luchino Visconti ha girato la celebre scena del Gran Ballo del Gattopardo, sulle note del Valzer di Verdi. Tutto è ancora perfetto in quella dimora che è una delle meglio conservate, o restaurate direi, di Palermo. La padrona di casa, Carine Vanni di San Vincenzo, ci fa da guida. Sotto il quadro di un’ava, ci sono ancora gli orecchini originali portati dalla dama ritratta. Sul pianoforte, in bella mostra, una lettera firmata Richard Wagner. Il Maestro ringrazia la famiglia Gangi per la casa che gli è stata messa a disposizione nella primavera del 1882 a Porrazzi alle porte di Palermo.
Questa lettera mi richiama alla mente il testo autografo dell’ultima composizione di Wagner, proprio legata a questa località.
Wagner nel 1881 era arrivato a Palermo per svernare in un clima mite.
Viaggiava sempre con un codazzo di gente al seguito. Wagner occupa tutto un piano dell’hotel des Palmes e qui lavora alla conclusione del Parsifal, sull’organo dell’albergo. Tutti accorrevano per potergli stare vicino, entrare in qualche rapporto con lui, per l’aura di genialità che lo circondava.
Lui partecipava ai salotti, era un grande affabulatore. A un certo punto si stancava di parlare e rimaneva immoto. Allora la moglie Cosima interveniva in modo deciso e faceva presente: «il maestro ha un’ispirazione», e gli strofinava dei veli di seta, di diversi colori a seconda delle circostanze, sulle tempie e sul viso, invitando gli astanti a prendere commiato.
Era un rito che alimentava l’aura di magicità attorno al celebre compositore.
Mentre Wagner sta lavorando alle ultime note del Parsifal, giunge da Napoli Pierre Auguste Renoir, per fargli un ritratto.
L’artista doveva esser latore di una lettera di presentazione di un musicista, comune amico dei Wagner.
Ma sulla nave Renoir si era reso conto di avere lasciata la lettera a Napoli.
Si presenta lo stesso e Wagner non lo riceve neanche; lo fa allontanare dalla servitù.
Ricevuta finalmente la lettera, Renoir torna al des Palmes. Wagner legge le credenziali e l’accoglienza cambia. Il maestro – dicono all’artista in attesa –  è molto nervoso perché sta apponendo l’ultima nota al Parsifal. Ma, appena terminato il lavoro, lo riceverà subito. Così Renoir gli fa quel ritratto che ora si trova al Musée d’Orsay.
La famiglia Wagner riceve dal direttore del Des Palmes il conto provvisorio del soggiorno e si allarma. Wagner fa le solite sceneggiate accusando i siciliani di essere dei briganti. I Wagner decidono di lasciare l’albergo e devono cercare una casa che li ospiti. I palermitani si danno da fare per saldare il conto. Il conte Tasca gli offre ospitalità. Cosima, da buona concreta manager, scarta Villa Camastra dei Tasca a Porrazzi perché troppo grande e difficile da gestire. Il Tasca suggerisce allora Villa Gangi, sempre a Porrazzi, di proprietà del genero.
Era una casa di campagna, priva degli agi delle case di città e d’inverno era piena di spifferi e di umidità; il figlio Siegfried vi si ammala. Wagner dà in escandescenze e se la prende con i Gangi, ma poi gli passa e rimane riconoscente a questa famiglia.
In quell’occasione a Porrazzi frequenta anche il giardino e la Villa Camastra dei Tasca.
Aveva in mente, da oltre trent’anni, dai tempi dell’Oro del Reno la cui ispirazione si riconduce a uno dei passi alpini più rudi e selvaggi proteso nella luce del cielo, lo Julier Pass, che in Engadina conduce da Silvaplana a Savognin, una brevissima melodia. Una specie di flash melodico di ventidue battute, di una bellezza assoluta. A Porrazzi la scrive, riportandola su un foglio di pentagrammi e la dedica a «Seiner edlen Freundin Grafin d’Almerita Tasca»: firmato Richard Wagner.
La data di quel manoscritto, che in copia tengo fra le mie carte, è in italiano, “20 marzo 1882”. Quel giorno Richard lascia Palermo. Il Tempo di Porazzi è l’ultima composizione di Wagner. A Ca’ Vendramin, oggi sede del casinò di Venezia, l’anno successivo, il 12 febbraio, giorno prima di morire, Wagner esegue al pianoforte due melodie: il Tempo di Porazzi e Il Lamento delle vergini da L’oro del Reno. Il suo cuore tornava sempre là, su quelle montagne, nella serenità della luce.
Tempo di Porazzi non è una composizione compiuta, ma un abbozzo di melodia, senza alcuna armonia, che termina con una notina risolvente quasi invisibile che su quel manoscritto sembra un segno del tempo o forse di una mosca, ma non lo è. L’ha scritta lui: va appena sfiorata e, in tal modo, non chiude, ma sospende una musica che potrebbe durare all’infinito. Una musica che non si capisce in che tonalità debba essere eseguita. Qualcuno dice in do maggiore, ma allora diventa Chopin. Nessuno osa eseguirla perché dovrebbe azzardarsi ad applicarle un’armonia: e chi può avere tanto ardire? Il Tempo di Porazzi è dunque una composizione quasi sconosciuta. Solo qualche flauto se ne ricorda. Ma a casa Gangi il ricordo non dovrà mai svanire.