“Pressione fiscale da allentare sulle famiglie” Articolo su QN Il Giorno del 7 agosto 2021 di Achille Colombo Clerici

Nel 2020, segnato da una forte contrazione dell’economia per la pandemia, sono risultate in condizione di povertà assoluta oltre due milioni di famiglie (7,7% del totale in crescita dal 6,4% del 2019, quando erano 1,7 milioni), per complessivi 5,6 milioni di persone (il 9,4% dal 7,7%). Il dato è comunicato dall’Istat che rileva come, dopo il miglioramento del 2019, nell’anno dell’esplosione del Covid la povertà assoluta sia aumentata raggiungendo il livello più elevato dal 2005, inizio delle serie storiche. Secondo l’istituto di statistica il 47% dei poveri risiede al Nord contro il 38,6% del Mezzogiorno. Ma quasi tutte le famiglie del cosiddetto ceto medio hanno visto contrarsi la capacità di spesa.  

Per contro, il fisco non ha avuto un occhio di riguardo.  Non è una novità che il fisco tenga le famiglie “sotto pressione”:   rielaborando i dati Istat sulle singole imposte, che comprendono anche il gettito Imu/Tasi oltre a quello relativo alle imposte sul reddito e sul capitale e ai contributi sociali, il gettito fiscale proveniente dalle famiglie, senza considerare le imposte sui consumi e le altre imposte sui prodotti, è stato pari nel 2019 – ultimi dati a disposizione, ulteriormente aggravati dalla pandemia – a 323 miliardi di euro rispetto ai 758,6 miliardi di entrate fiscali complessive.

Rispetto al 2011 la pressione fiscale sulle famiglie è cresciuta di 1,9 punti, mentre quella complessiva è cresciuta di soli 1,1 punti. In pratica, lo choc fiscale è stato quasi interamente sostenuto dalle famiglie.

Il 50% della pressione fiscale che grava su di esse è imputabile all’Irpef (più 11,7 miliardi) e all’Imu, mentre il gettito erariale dell’Iva si è incrementato di soli 1,2 miliardi. Ciò rende evidente che a sostenere le necessità dello Stato sono, in misura sproporzionata, proprio le famiglie; mentre sono state “sostenute” prevalentemente le imprese.  

In sintesi, due storture fiscali incombono sui bilanci delle famiglie: il fiscal drag e la pressione fiscale generale.

Sulla prima questione: il carico fiscale è determinato dalle aliquote progressive ed è commisurato al valore nominale e non al valore reale del denaro, che significa capacità di acquisto. Per vivere occorrono sempre più soldi e bisogna guadagnarli. Quindi, a parità di tenore di vita, pagare sempre maggiori imposte.

Poi c’è il discorso della pressione fiscale (imposte più oneri sociali in rapporto al Pil) che già è in continua crescita nei dati ufficiali Istat, riferiti alla pressione virtuale, cioè computata su un Pil aumentato di una somma pari al 12% del Pil reale, (perché si tiene conto dell’economia in nero, in Italia maggiore rispetto ad altre parti d’Europa). Siamo dunque al paradosso per cui, maggiore è il sommerso e minore è la pressione fiscale virtuale: quella reale raggiunge il 48,2% del Pil.

Se poi consideriamo – secondo i dati Ambrosetti – la pressione fiscale complessiva (imprese, lavoro, famiglie) quella italiana è senz’altro la più alta d’Europa, con il 64,8% del Pil, contro il 62,7 della Francia, il 58,4 del Belgio, il 50 della Spagna, e il 48,8 della Germania.

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