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Il giudizio della U.E. sullo stato dell’economia italiana. Articolo su Qn Il Giorno del 12 dicembre 2020 di Achille Colombo Clerici

dicembre 15, 2020

Primo passo: una fiducia da ricostruire. Il giudizio della U.E. sullo stato dell’economia italiana. Articolo su Qn Il Giorno del 12 dicembre 2020 

di Achille Colombo Clerici 

La recrudescenza della pandemia ha interrotto la ripresa economica ed aggravato l’incertezza sull’entità della prossima ripresa.

Valdis Dombrovskis, Vicepresidente esecutivo per Un’economia al servizio delle persone: “Si sono vanificate le nostre speranze di una ripresa veloce; la produzione economica dell’UE non tornerà ai livelli precedenti alla pandemia prima del 2022” anche se, precisa Paolo Gentiloni, Commissario per l’Economia: “ La crescita tornerà nel 2021.”

Secondo le più recenti previsioni, l’economia della zona euro subirà una contrazione del 7,8 % nel 2020, prima di crescere del 4,2 % nel 2021 e del 3 % nel 2022.  Il PIL dell’Italia   è visto in calo del 9,9% nel 2020 (secondo in Europa dopo la Spagna), meno dell’11,2% previsto nel luglio scorso, mentre per il 2021 si stima un rimbalzo del 4,1%, meno del 6,1% stimato in luglio. Per il 2022 la crescita è vista al 2,8%. Il debito pubblico italiano schizza verso l’alto in rapporto al PIL, salendo al 159,6% nel 2020 dal 134,7% del 2019,  per poi assestarsi al 159,5% nel 2021 e al 159,1% nel 2022. Il deficit sale dall’1,6% del 2019 al 10,8% del 2020, per poi calare al 7,8% nel 2021 e al 6% nel 2022.

Queste le cifre. Ed ecco le riflessioni.

Continua la Commissione: dopo la fine del blocco, l’economia italiana si è ripresa rapidamente, guidata dall’edilizia e dal settore manufatturiero, che ad agosto avevano entrambi superato i livelli di gennaio. Un fragile rimbalzo che fa della domanda interna la spina dorsale della ripresa (anche se soggetta a battute d’arresto causate dalla pandemia). Ma nelle famiglie si è indebolita la fiducia ed è probabile che un’elevata incertezza manterrà i risparmi al di sopra dei livelli pre-pandemici.

I consumi privati ​​invece dovrebbero rafforzarsi nel corso del 2021 e le esportazioni di merci dovrebbero riprendersi. Ma è improbabile che le esportazioni di servizi, in particolare il turismo, si riprendano completamente entro il 2022.

Gentiloni avverte: “La pandemia potrebbe durare più a lungo. In questo caso, nel 2021 occorreranno misure di contenimento più stringenti e prolungate, cosa che porterebbe a una crescita più bassa e ad una disoccupazione più elevata, lasciando cicatrici più profonde nelle imprese.” Ma l’arrivo del vaccino induce ad un cauto ottimismo.

Le patrimoniali in Italia su “Milano Finanza” del 12 dicembre – Il presidente di Assoedilizia su “Milano Finanza” Achille Colombo Clerici

dicembre 14, 2020

Il presidente di Assoedilizia su “Milano Finanza” del 12 dicembre 2020
COLOMBO CLERICI: LA MINACCIA DI NUOVE PATRIMONIALI CREA ALLARME E SFIDUCIA NEI RISPARMIATORI

“La continua minaccia di nuove patrimoniali crea allarme e sfiducia nei risparmiatori e li allontana dall’impegno produttivo del Paese” avverte il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici in un articolo pubblicato oggi 12 dicembre su Milano Finanza.

Il quotidiano economico finanziario di Class Editori dedica un ampio servizio a firma Paola Valentini sulle patrimoniali ‘nascoste’ – una decina – che già affliggono gli italiani. Imu e imposta di bollo le più note fino ad arrivare all’aumento delle aliquote dell’imposta di bollo sulle rendite finanziarie, al bollo auto e al canone tv. Tutte insieme permettono allo Stato di incassare decine di miliardi l’anno.

La Cgia di Mestre ha calcolato che negli anni ’90 il gettito delle varie imposte patrimoniali era attorno ai 25 miliardi, diventati 44 nel 2012. Da allora non si sono certo ridotti.

Il vero patrimonio da aggredire, continua il servizio, è la lotta al sommerso perché – afferma il direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini – la ricchezza legata all’evasione fiscale vale oltre 100 miliardi l’anno. Una situazione che si è aggravata quest’anno: secondo il Mef la pandemia ha rallentato la lotta all’evasione per la sospensione dell’attività di accertamento da parte dell’amministrazione durante la situazione di emergenza.

Situazione affitti a Milano, intervista al Presidente di Assoedilizia dell’Agenzia DIRE

dicembre 11, 2020

Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, intervistato dall’agenzia di stampa nazionale Dire il 10 dicembre 2020
Stallo affitti a Milano, superbonus del Comune per spingere i canoni concordati 

di Leonardo Petrini

MILANO – Milano e il canone concordato non vanno d’accordo. Di sicuro non vanno d’amore: solo 55 i contratti di questa tipologia portati a termine da maggio a settembre 2020 da “Milano Abitare”, l’agenzia sociale per la locazione all’ombra della Madonnina. Per un totale di 1.529 da quando il progetto ha avuto avvio. La gran parte di essi è stata stipulato tra il 2018 e il 2019, quando il servizio ha visto crescere di molto la domanda. Il lockdown ha però fermato la locomotiva. E le cose non sembrano cambiare neanche ora che converrebbe proprio a tutti. Proprio per questo l’ultima idea della Giunta comunale è un intervento mirato a ridare slancio a questa particolare tipologia di contratto.

“La situazione affitti a Milano non è delle migliori. Durante il primo lockdown avevamo stanziato un contributo di 1.500 euro per nucleo familiare, al fine di aiutare le persone in difficoltà nei pagamenti. Oggi la strategia è diversa. La nostra intenzione – annuncia l’assessore alle Politiche sociali ed abitative Gabriele Rabaiotti -non è di intervenire sugli appartamenti già inseriti nel mercato libero, ma di portare gli appartamenti in questo momento sfitti a sposare la formula del canone concordato. Per raggiungere questo obiettivo utilizzeremo un superbonus”.

Le parole dell’assessore sono la dimostrazione di come l’emergenza Covid-19 stia influenzando il mercato affitti di tutta Italia. Milano rappresenta la punta dell’iceberg di questo fenomeno. Basti guardare gli ultimi dati di Immobiliare.it, secondo cui l’offerta nel capoluogo lombardo ha subito un impennata improvvisa nell’ultimo anno: +68,7% da marzo a settembre 2020 per gli appartamenti interi, +290% da gennaio ad agosto per le stanze. Al contrario, la domanda è salita in minima parte: +0,5 % da marzo a settembre 2020 per quanto riguarda le case, +25% su base annuale se si parla di stanze. I prezzi, invece, non ne vogliono sapere di scendere. Dall’inizio del lockdown alla fine dell’estate si è anzi registrato un leggerissimo +1% per gli appartamenti. Ad oggi, affittare un bilocale a Milano costa in media oltre 1.200 euro. Una stanza singola 565 euro.

Il mercato di Milano, quindi, vive un momento di stallo nuovo e inusuale. Complice questa situazione, il rapporto tra proprietari e inquilini si è fatto più teso. Basta scorrere nelle bacheche dei vari gruppi Facebook dedicati alla ricerca di posti letto per accorgersene. Da una parte si pongono gli uni con i loro problemi: c’è chi ha l’appartamento sfitto e chi si lamenta della mancanza di persone interessate con le giuste garanzie economiche.

“I proprietari stanno vivendo un periodo molto negativo – spiega Achille Lineo Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia e vicepresidente di Confedilizia -. Il 60/70% dei rapporti di locazione (in numero assoluto 80/90.000) è in crisi. Per cambiare le cose, innanzitutto, bisognerebbe aumentare gli sgravi fiscali per i proprietari ed eliminare subito il blocco degli sfratti per morosità. Poi, ovviamente, è necessario rilanciare tutta la città di Milano, cercando di ricreare la domanda”.

Dall’altra parte chi è alla ricerca pretende un abbassamento dei prezzi. Molti, infatti, non riescono a sostenere i costi usuali del mercato libero. Proprio per questo, secondo Giuseppe Jannuzzi, segretario generale a Milano di Sunia (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari), la linea di intervento della Giunta “non è sbagliata. Il canone concordato, sempre apprezzato da noi, è uno strumento che viene incontro a tutte le parti e che allo stesso tempo tiene conto anche del mercato, dato che i prezzi degli appartamenti affittati con questa formula non sono così lontani da quelli del mercato libero. Le esecuzioni di sfratto sono bloccate in questo momento, è vero. Ma solo fino al 31 dicembre. Cosa succederà con l’anno nuovo?”.

                            Videointervista al link:

Patrimoniale sarebbe grave errore – Colombo Clerici sul “Corriere della Sera” di martedì 8 dicembre 2020

dicembre 9, 2020

Il presidente di Assoedilizia sul “Corriere della Sera” di martedì 8 dicembre – COLOMBO CLERICI: PATRIMONIALE? SAREBBE GRAVE ERRORE

Ho notizia che si sta promuovendo una campagna popolare di sottoscrizioni a sostegno della proposta di istituire una imposta “patrimoniale” sui patrimoni che superino i 50 milioni di euro.

Mi sembra si tratti di una proposta demagogica che non prende minimamente atto delle implicazioni socio-economiche e burocratiche che la stessa comporta.

Occorre dire che, se lo stato intende introdurre una simile imposta, che non ha base di natura reddituale e quindi ha carattere espropriativo, non disponendo di un elenco ufficiale di coloro che rientrano nella previsione impositiva, non potrebbe di certo affidarsi alla buona disposizione dei contribuenti stessi.

Immaginiamo le difficoltà di determinare, ai fini della quantificazione complessiva del patrimonio, il valore di beni che non abbiano quotazioni ufficiali: quote e azioni di società di capitali non quotate, valore di opere d’arte, gioielli, oro, lo stesso valore degli immobili che non hanno più mercato, ad onta delle presunzioni catastali.

Va detto dunque che sarà necessario istituire l’obbligatorietà di una denuncia dello stato patrimoniale da parte di tutti i contribuenti (come ha fatto Ezio Vanoni nel 1951 con la denuncia dei redditi), stabilendo poi la soglia di esenzione.

Con il rischio, anche per chi sottoscrive oggi allegramente le petizioni perché è convinto che tocchi ad altri pagare, di venir coinvolto in futuro, con un semplice abbassamento dell’asticella di tale soglia.

La “patrimoniale” non può essere dunque la bandiera sotto la quale portare avanti battaglie politiche. Crea allarme, sfiducia nei risparmiatori e li allontana dall’impegno costruttivo per il Paese.

“L’incapacità di spendere i fondi europei” Articolo su QN Il Giorno del 5 dicembre 2020 di Achille Colombo Clerici

dicembre 9, 2020

Uno dei più grandi interrogativi sull’ormai mitico Next Generation E.U. riguarda la capacità del sistema Paese di elaborare i progetti per riuscire ad ottenerne i finanziamenti. Se lo chiedono, non soltanto gli “addetti ai lavori” – imprenditori ed economisti in primis – ma anche la parte più avveduta dell’opinione pubblica, visto che finora l’Italia non è riuscita a spendere in Opere Pubbliche essenziali i soldi già in cassa: ben 120 miliardi.

Per ovviare a questa cronica incapacità, e perché ce lo impone la UE, per incassare i 209 miliardi tra sussidi e prestiti, bisogna elaborare un Recovery Plan – in Italia si chiama “Piano di ripresa e resilienza” – affidato al Comitato interministeriale degli Affari europei di cui, secondo anticipazioni, farebbero parte anche i top manager delle sei maggiori aziende italiane e 300 consulenti. Basterà?

La Corte dei Conti ha denunciato che solo per quanto riguarda i Fondi europei – 75 miliardi per il settennio 2014-2020 – ne è stato utilizzato soltanto il 27 per cento. Bloccate altre decine di miliardi destinati al dissesto idrogeologico, al rifacimento di ponti, alle cento e cento opere minori di Comuni e Province, alla depurazione e alle grandi opere.

Secondo il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, dei 7 miliardi dei programmi complementari di Azione e Coesione UE è stato speso solo il 5,5 per cento; mentre in sette anni sono stati utilizzati nelle regioni del Sud 6 miliardi sui 17,7 a disposizione.

Le cause sono diverse: i Comuni e le Province non hanno i tecnici per elaborare i progetti, i ricorsi bloccano l’assegnazione degli appalti, la burocrazia ci mette del suo, e non è poco.  Ci si mette pure l’ecologia: lavori fermi ad esempio per non disturbare uccelli che nidificano.

Come rimediare? Nei progetti governativi c’è l’assunzione di diecimila giovani professionisti con i quali irrobustire le deboli strutture degli enti locali. Ma bisogna prima scardinare quella che si è rivelata una complicazione, per usare un eufemismo: l’assegnazione a consulenti esterni di compiti che dovrebbero essere svolti dalla pubblica amministrazione. Ciò ha generato, negli anni, rapporti non sempre limpidi. E questa è una piaga che norme e leggi difficilmente riusciranno a sanare se non saranno accompagnate da un cambiamento di cultura.

“Siamo appesi alla Bce” Articolo apparso su QN IL GIORNO di sabato 28 novembre 2020 a firma di Achille Colombo Clerici

novembre 30, 2020

Con la sovranità monetaria, a fronte di necessità emergenti, lo stato emetteva moneta e titoli del debito pubblico. Si produceva inflazione, cioè perdita di capacità di acquisto della moneta e conseguente svalutazione monetaria: erano le cosiddette svalutazioni competitive.

Ma lo stato, alla fin fine, si indebitava con se stesso; anzi, utilizzando la moneta emessa, pagava i propri debiti.

Quando l’Unione interviene con un piano finanziario (ad esempio il Next generation E.U.) questo anzitutto deve esser alimentato da tutti gli stati; poi l’Europa, garantendo con il proprio bilancio e coinvolgendo altre fonti di finanziamento, procede a trasferimenti e prestiti.

Quanto alla BCE, emette moneta e con questa, attraverso il giro delle immissioni di liquidità, per tramite delle banche centrali nazionali, alla fine compera titoli del debito pubblico degli stati membri. Per lo stato italiano si tratta di un indebitamento quasi a costo zero poiché gli interessi percepiti dalla Banca d’Italia sui titoli acquistati sono ritrasferiti per il 95% al Tesoro a titolo di utili.

La Bce ha un capitale sottoscritto dalle stesse banche centrali dei paesi europei. 

 Si dirà: la Banca d’Italia possiede la BCE pro quota. Se la Bce si arricchisce, ne è parte anche la nostra banca centrale.

Ma la Banca d’Italia, della quale una legge dello stato italiano garantisce l’autonomia e l’indipendenza, benché versi allo stato medesimo quasi tutti gli utili, appartiene, non allo stesso, bensì ad una serie di istituti bancari e finanziari italiani, i quali sono a loro volta largamente posseduti da fondi ed istituti finanziari stranieri. 

Vero è che in Italia, dal 1870 ad oggi, il debito pubblico non è mai stato così elevato, ma, al contempo, così poco oneroso per lo stato. Oggi, costa pochissimo.

Ma il problema, in definitiva, non è solo l’entità del debito pubblico italiano, quanto soprattutto l’indebitamento verso Bankitalia e Bce per il debito pubblico e verso l’Europa per i finanziamenti ricevuti a titolo di prestito.

Oggi la BCE pratica una politica ultraespansiva, acquistando i titoli del debito pubblico nazionale, al fine di tendere, dall’attuale livello di inflazione di poco superiore allo zero, verso il livello ideale del 2%. Ma se un domani, mutando le condizioni, la BCE mutasse politica e invece di comperare vendesse?

“L’emergenza Sanitaria si combatte a livello europeo.” Articolo su QN IL GIORNO del 21 novembre 2020 di Achille Colombo Clerici

novembre 23, 2020

Costruire un’Unione Europea della salute per proteggere i cittadini garantendo un’assistenza di alta qualità in tempi di crisi e attrezzando l’Unione e i suoi Stati membri al fine di prevenire e gestire le emergenze sanitarie che colpiscono l’Europa.

 L’iniziativa, annunciata dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, è la risposta ad una carenza che si è manifestata clamorosamente in occasione di Covid-19: in assenza di un coordinamento continentale, ogni Paese dell’Unione procede per conto proprio nel tentativo di arginare il fenomeno. Per quanto riguarda l’Italia, il fatto di essere confinante con Paesi altamente contagiati ha indubbiamente aggravato le conseguenze della fase due della pandemia. Il maggiore coordinamento a livello dell’UE è necessario anche in vista di emergenze sanitarie future.

 Le proposte UE sono incentrate sulla riforma del quadro normativo esistente relativo alle gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, come pure sul rafforzamento del ruolo delle principali agenzie comunitarie, ossia del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA), nella preparazione e nella risposta alle crisi.

 Il nuovo regolamento permetterà di rafforzare la preparazione degli Stati membri, adottando piani a livello nazionale, congiuntamente a quadri completi e trasparenti per la comunicazione di informazioni e di controlli (ad esempio, disponibilità di posti letto negli ospedali, disponibilità di posti per cure specializzate e terapia intensiva, quantità di personale medico qualificato, ecc.).

Ciò permetterà, tra l’altro, lo sviluppo, lo stoccaggio e l’approvvigionamento dei prodotti di rilevanza per la crisi. Inoltre: capacità di mobilitare e inviare una task force sanitaria per coadiuvare la risposta locale negli Stati membri; istituzione di una rete di laboratori di riferimento; monitoraggio e mitigazione del rischio di carenze di medicinali e dispositivi medici essenziali; consulenza scientifica sui medicinali potenzialmente in grado di curare, prevenire o diagnosticare le malattie all’origine delle crisi; coordinamento degli studi per monitorare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini.  

Festival del Futuro 2020: “Disegnare il nuovo mondo” di Verona

novembre 23, 2020

PANDEMIA: IL NUOVO APPROCCIO CULTURALE E POLITICO DELL’EUROPA E I QUATTTRO CAMBIAMENTI CHE DEVE AFFRONTARE L’ITALIA  

Benito Sicchiero 

“L’Unione europea ha reagito alla crisi indotta dallo scoppio della pandemia in modo molto diverso da come aveva affrontato le precedenti crisi. Un cambiamento frutto della drammaticità della situazione economica e sociale ma anche di un nuovo approccio culturale e politico adottato dalla Commissione europea e dalle altre istituzioni europee, a partire dalla nomina del nuovo Presidente Ursula von der Leyen, che ha messo al centro della propria azione l’obiettivo di portare l’Europa su un ampio sentiero di sviluppo sostenibile. Purtroppo in Italia il dibattito pubblico dimostra di non capire quello che l’Europa vuole fare”.

E’ la riflessione di Enrico Giovannini, economista, statistico e accademico italiano, già – tra l’altro – Chief Statistician dell’OCSE e presidente dell’Istat, al Festival del Futuro 2020 di Verona: “Disegnare il nuovo mondo” promosso dal  Gruppo editoriale Athesis, Eccellenze d’Impresa e

e Harvard Business Review Italia. Tre giorni, oltre 40 ospiti e 20 tra dibattiti, keynote speech e interviste. Tra gli speaker la ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova, che ha concluso i lavori,  la direttrice di Telethon Francesca Pasinelli, Massimo Gaudina, capo della rappresentanza della Commissione Europea a Milano. “L’invito a provare a disegnare il futuro, in questo 2020 attraversato da una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, vuol essere uno sprone a mettere in campo le migliori competenze del nostro Paese per uscirne migliori, più forti e competitivi di prima” affermano i promotori Enrico Sassoon, direttore di Harvard Business Review, Luigi Consiglio, presidente di Gea e di Eccellenze d’Impresa, e Matteo Montan, amministratore delegato del Gruppo editoriale Athesis. Il Festival è iniziato con i saluti del presidente di Confindustria Verona Michele Bauli, del presidente di Veronafiere Maurizio Danese, del sindaco di Verona Federico Sboarina e del presidente della Regione del Veneto Luca Zaia.

Enrico Giovannini è stato relatore nella quinta sessione “Nuovi orientamenti per anticipare e gestire crisi ed emergenze” con Mario Nava, direttore generale per le riforme, Commissione europea; Maria Pierdicchi, presidente Nedcommunity, coordinati da Massimo Gaudina, Commissione europea, il quale ha detto: “Per la Commissione europea progettare e proiettarsi nel futuro è sempre stata nel proprio dna; ora, con tutte le crisi in atto, ci sono sfide nuove da affrontare con strumenti nuovi. Significa parlare di resilienza, parlare non solo di azioni ma soprattutto di organizzazione, la preparazione è quindi essenziale.”

Mario Nava: «Cosa vuol dire gestire una crisi? Bisogna prima capirne l’origine, se è nazionale o globale. Usualmente all’inizio si tende a pensare che non è la crisi mia, la colpa è di altri. Passata quella fase, si capisce che bisogna fare qualcosa: c’è un intervento immediato per limitare i danni e poi c’è l’intervento di lungo periodo, su cui ci stiamo concentrando ora: è il passaggio da un evento all’imparare da quell’evento. In Europa abbiamo preso decisioni radicali in quattro mesi mentre prima dell’emergenza pandemia ci sarebbero voluti quattro anni. Quello che vogliamo fare con Next Generation EU (in Italia meglio noto come Recovery Fund ndr) ed altre iniziative è finanziare non lo status quo ma un radicale cambiamento   sia dal punto di vista delle spese che delle entrate.”

Giovannini aggiunge altre riflessioni: “Le imprese che avevano investito nella sostenibilità prima della pandemia hanno dimostrato di essere più resilienti. Inoltre si è verificato un cambiamento epocale delle funzioni della Commissione Europea che ha messo sul campo risorse principalmente per la gestione della crisi. Un cambiamento di mentalità che rende endogeni gli shock. Un’altra scelta della Commissione, non scontata, è stata finanziare Sure attraverso social bonds e green bonds. Il 2021 dovrebbe essere un anno di svolta per la finanza sostenibile.”

Il pensiero di Giovannini meglio si esplica nell’ articolo pubblicato in Macrotrends 2021 di Harvard Business Review Italia. 

Gli ultimi vent’anni hanno visto il susseguirsi di numerose e diversificate crisi per il Vecchio Continente, che avevano messo a nudo i limiti dell’Unione europea, dalla Grande Recessione del 2007-2008, alla crisi dei debiti sovrani,  alla ‘crisi migratoria del 2015.  LUnione europea ha reagito alla crisi indotta dallo scoppio della pandemia in modo molto diverso da come aveva affrontato le crisi dell’ultimo decennio. Questo cambiamento non è unicamente frutto della drammaticità della situazione economica e sociale, ma è dovuto anche al nuovo approccio culturale e politico adottato dalla Commissione europea prima e dalle altre istituzioni europee poi.   La Presidente Ursula von der Layen  ha indicato con chiarezza l’intenzione di imprimere all’Unione una svolta profonda, basata su sei linee di azione: lEuropean Green Deal; un’economia al servizio delle persone; un’Europa pronta per l’era digitale; la promozione dello stile di vita europeo; un’Europa più forte nel mondo; un nuovo slancio per la democrazia europea.

Si tratta, dunque, di un’operazione estremamente complessa e ben strutturata, presidiata in forza dalla Commissione per assicurarsi che il processo che conduce alla formulazione dei Piani e i loro contenuti siano in piena coerenza con le linee politiche fissate dal Consiglio europeo e il carattere “storico” della sfida. Anche l’Italia deve saper rispondere a tale sfida non solo sul piano dei contenuti, ma anche su quello della governance. In particolare, quattro appaiono le principali debolezze sulle quali le autorità italiane devono lavorare nei prossimi mesi e anni:
·       la coerenza del disegno strategico per realizzare l’Italia del 2030 in un’ottica di sviluppo sostenibile (visione);
·       i contenuti dei progetti e delle riforme per cui si chiedono i fondi di Next Generation EU e la loro coerenza con gli interventi e le riforme finanziate a valere su altri fondi europei e su fondi nazionali (coerenza delle politiche);
·       il disegno delle relazioni tra le istituzioni (nazionali e territoriali) chiamate a programmare, eseguire e monitorare l’attuazione del PNRR (efficacia della governance);
·       la costruzione di un sistema informativo unitario che consenta di descrivere in modo coerente e confrontabile, seguire nel tempo, e valutare l’impatto delle azioni previste non solo dal PNRR (trasparenza delle politiche).

L’intervento di Maria Pierdicchi: “Da un lato abbiamo visto una grande capacità di leadership da parte delle aziende, molte erano preparate, non tutte erano pronte. Ci siamo trovati di fronte a scenari totalmente nuovi in un contesto di governance che non era abituato a reagire velocemente. Le aziende più piccole hanno avuto più difficoltà a reagire: le aziende italiane dipendono molto di più da garanzie pubbliche che non quelle di altri Paesi europei, sostegni elargiti in modo farraginoso e burocratico. Nonostante ciò io vedo che due cambiamenti importanti stanno modificando la cultura aziendale: uno è la digitalizzazione, che non è solo smartworking; l’altro è una nuova visione di valori, ridefinizioni di piani strategici.” 

Gli altri partecipanti, secondo il programma: Giuseppe Lippi, Luciano Ravera, Andrea Crisanti, Sabrina Raggioni, Filippo Miola, Stefano Quintarelli, Donato Speroni, Roberta Marracino, Federico Fabroni, Carlo Alberto Pratesi, Daniela Bernacchi, Giovanni Todaro, Andrea Calabrese, Fabio Orlandi, Francesca Milani,  Gianmarco Montanari, Gianluigi Viscardi, Alfonso Fuggetta, Marco Hannappel, Gian Luca Rana, Vincenzo Russi, Alessandro Perego, Umberto Bertelè, Ornella Chinotti, Maurizio Milan, Giulia Baccarin, Lisa di Sevo, Paola Mascaro, Odile Robotti, Gabriele Grea, Stefano Sordelli, Grazia Pertile, Angelo Coletta, Francesco Cerruti, Daniele Meini, Massimo Pasquali, Massimo Ciaglia, Paolo Cellini, Mauro Eccetto, Andrea Prencipe, Emilio Rossi, Maria Savona, Carlo Ferraresi, Fabrizio Di Amato, Andrea Montanino, Paola De Castro, Michele Morgante, Federico Vecchioni, Carlo Lambro.

Foto d’archivio
Enrico Giovannini, con Corrado Passera e Achille Colombo Clerici

La rigidità abitativa frena l’economia. Articolo su QN Il Giorno del 14 novembre 2020 di Achille Colombo Clerici

novembre 16, 2020

Il pluridecennale sfavore legislativo nei confronti della locazione abitativa privata (blocchi dei contratti, blocchi degli sfratti, equo canone, canoni concordati, fiscalità opprimente, responsabilità civile crescente, gestione amministrativa sempre più complicata e onerosa etc.), non accompagnato da una adeguata politica di investimenti pubblici nell’edilizia residenziale, oltre a tenere sempre aperta una prospettiva di squilibrio del settore abitativo, scaricando oneri di socialità sulla proprietà privata, ha generato un fenomeno tutto italiano e mediterraneo nel rapporto dei cittadini con l’abitazione: la più alta percentuale di case, tra i Paesi avanzati d’Europa, occupate direttamente a titolo di proprietà dalle famiglie, l’82% del totale.

Il fatto è che queste case appartengono ad una economia statica e non dinamica: non producono gettito fiscale (né IMU, né imposte dirette e indirette), non fanno certificazioni elettriche ed energetiche (come le abitazioni in locazione), non danno luogo all’indotto derivante dal turn over abitativo legato alla locazione (agenti immobiliari, artigiani vari addetti alle pulizie e alla manutenzione dell’immobile, ditte di traslochi, professionisti e tecnici, mobilieri e tappezzieri etc.). E dunque sono sterili dal punto di vista economico. Non solo: la rigidità abitativa nel nostro Paese è stata una delle cause del fallimento della ristrutturazione industriale degli anni ’80.

Non solo, la rigidità abitativa nel nostro Paese è stata una delle cause del fallimento della ristrutturazione industriale degli anni ’80.

Ma non basta: l’Italia è diventata la patria dei condomìni. Il loro numero ascende ad 1 milione e 200mila: sono, tra i tutti i soggetti coinvolti nel rinnovamento urbano, i meno sensibili e i più restii alle operazioni di rigenerazione edilizia. Nelle nostre città, in tutti questi anni, le sole operazioni di ristrutturazione che si son viste, son state quelle promosse su immobili a proprietà unitaria.

Ecco perché, se lo Stato vuole ottenere un minimo risultato almeno in termini di semplice riqualificazione edilizia, è costretto a finanziare a fondo perduto gli interventi del Superbonus.  Positivo, ma solo per muovere un po’ di economia. Per tutti questi immobili infatti non si può parlare di rigenerazione urbana (che consiste soprattutto in sostituzioni edilizie e ristrutturazioni profonde), ma di un processo di semplice e sommario maquillage, con conseguente imbalsamazione delle città.  

 

Nuove strategie perché il metano non faccia danni – Articolo su QN IL GIORNO del 7 Novembre 2020 di Achille Colombo Clerici

novembre 11, 2020

Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, dopo il biossido di carbonio, il metano è il secondo più importante agente dei cambiamenti climatici, come causa del cosiddetto ‘effetto serra’. È anche un potente inquinante atmosferico locale che provoca gravi problemi di salute.   Lo afferma la Commissione europea che negli scorsi giorni ha presentato la sua strategia per ridurre appunto le emissioni di metano.  

La strategia contiene interventi legislativi e non legislativi nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti, che insieme interessano circa il 95 % delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo. La Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni lungo la catena di approvvigionamento.

Una delle priorità della strategia è quella di migliorare la misurazione e la comunicazione dei dati sulle emissioni di metano (attualmente il livello di monitoraggio varia secondo i settori e gli Stati membri e nell’intera comunità internazionale). Inoltre la Commissione sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con Onu ed altre istituzioni mondiali. Il programma satellitare Copernicus dell’UE migliorerà la sorveglianza e contribuirà a individuare i super emettitori mondiali e le principali perdite di metano.

Tra i provvedimenti per ridurre le emissioni di metano nel settore dell’energia si proporrà l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture di trasporto e di  distribuzione del gas e verrà introdotto il divieto di pratiche routinarie di combustione in torcia e di rilascio in atmosfera.

Nel settore agricoltura la Commissione introdurrà misure per la riduzione delle emissioni, con il sostegno della politica agricola comunitaria. Per esempio, i rifiuti organici umani e agricoli che non siano riciclabili possono essere usati per produrre biogas, biomateriali e prodotti biochimici, in modo da generare flussi di reddito supplementari nelle zone rurali.  

Nel settore dei rifiuti la Commissione proporrà ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale ai fini del consumo energetico. Riducendo nel contempo le emissioni, in quanto ridurre al minimo lo smaltimento dei rifiuti biodegradabili nelle discariche è fondamentale per evitare la formazione di metano.