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Nuovi modelli progettuali per l’edilizia del futuro – grattacieli insediamenti abitativi, grandi condomini dopo Coronavirus e Covid19? – Smartcity da Sole24Ore.it del 6.4.2020

aprile 7, 2020

Prevedere negli edifici postazioni sanitarie di emergenza

di Achille Colombo Clerici

Il timore di un virus repentino, sconosciuto ed oscuro, che possa rubare le nostre vite e mettere in ginocchio il mondo intero, se non insidiare addirittura la sopravvivenza dell’intera umanità (probabilmente con un tasso di letalità superiore a quello dell’attuale) come profetizzava lo scienziato Umberto Veronesi, attanaglierà probabilmente l’uomo del futuro, quando sara’ uscito dalla pandemia del coronavirus.

Già ora il contagio subdolo da persona asintomatica e la lunga incubazione (uniti ad una sostanziale incertezza sulle modalità e le fonti del contagio) hanno sconvolto ogni sicurezza e tutti i rapporti umani. La natura ignota del nuovo “virus oscuro” che insidia la nostra vita in rapporto all’assetto genetico del malato ci ha riportati al tempo del Settala e della peste a Milano. Mentre la paura di non poter essere curati e assistiti (per l’inadeguatezza delle strutture sanitarie disponibili) ha gettato gli uomini nell’angoscia.

Il rischio del “contagio in agguato” dunque condizionerà pesantemente i futuri rapporti umani. E ci metterà di fronte all’esigenza di ripensare tutti i precedenti schemi di vita e le secolari convenzioni.

Non solo dovremo auspicare che in parte il mondo delle forze armate si possa trasformare gradatamente da eserciti di militari, in eserciti di medici e di operatori sanitari. Perché il virus sconosciuto sara’ il maggior nemico da temere, per l’uomo del futuro.

Ma ci saranno anche dei riflessi nel modo di progettare le città e le nuove case. Poiché non basterà che queste siano “virtuose” dal punto di vista ecologico e ambientale o della sicurezza; lo dovranno essere, a maggior ragione, sotto il profilo della salute individuale e della sanità pubblica.

Quindi, oltre ai posti auto, agli spazi a verde e leisure, alle attrezzature antincendio o energetiche, alle centraline per la mobilità elettrica, e via dicendo, grattacieli, condomìni e grandi insediamenti abitativi potranno dotarsi, utilizzando per esempio le sale delle riunioni già oggi progettate in tali strutture, di allacciamenti ( magari da celare all’interno dei muri, ma pronti all’uso ) per postazioni sanitarie di emergenza.

Si dovrebbe trattare di una realizzazione edilizia facoltativa, una sorta di standard urbanistico, la cui cubatura non rientri nei calcoli volumetrici degli edifici. Se tali strutture non dovranno servire, un po’ come è avvenuto per i rifugi antiatomici, non avremo che da rallegrarcene.

“Il virus svela l’ipocrisia dell’Europa” Qn-Il Giorno di Achille Colombo Clerici 4.4.2020

aprile 6, 2020

Casa, città, società “Il virus svela l’ipocrisia dell’Europa” di Achille Colombo Clerici

Alla luce di quanto sta avvenendo a seguito dell’emergenza coronavirus, con una serie di fatti che smascherano ipocrisie, egoismi e opportunismi dei vari Stati, sono sempre più numerosi coloro che si chiedono se esista ancora l’Europa. La domanda in sé è ingenua, retorica e suscita nei più convinti europeisti la risposta di prammatica, secondo cui l’Italia senza l’Europa sarebbe perduta, incapace con i suoi soli mezzi di competere sul piano internazionale. Su questo potremmo anche convenire, tenendo ben presente che resterebbe però aperta la possibilità a livello globale di alleanze alternative. Staccarsi ora però è quasi impossibile, poiché il nostro Paese, oltre ad avere un pesante debito pubblico , è anche fortemente indebitato verso l’Ue per impegni finanziari già assunti: il che non viene mai detto. Perché mai? É questa la vera situazione di avvitamento in cui ci troviamo. Abbiamo bisogno di moneta, ma, senza sovranità monetaria, l’otteniamo a debito. L’Europa resta una mera evidenza teorica in ambito geo-politico. Bisognerebbe invece parlare sempre di Unione Europea, la quale non è uno Stato neppure confederale. L’Unione è solamente come possiamo dire? un “mercato”, una “moneta” un’ “area economica”. Un’ istituzione, senza un Governo, visto che a decidere sulle questioni strategiche non è la Commissione, ma il Consiglio dei rappresentanti degli stati membri; che appunto sono dei “competitor” tra loro e non perseguono gli interessi dell’Unione, bensì ì propri. Inoltre, il meccanismo del voto all’unanimità è una bella scappatoia per l’Unione che, invece di fare da cuscinetto, gioca a scaricabarile, addossando la responsabilità dell’inazione ai vari stati.

 

“Unione Europea: lo spirito dei popoli non è acqua fresca” di Achille Colombo Clerici

aprile 1, 2020

Alla luce di quanto sta avvenendo, a seguito dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da coronavirus, con una serie di fatti che smascherano ipocrisie, egoismi e opportunismi dei vari Stati, sono sempre più numerosi coloro che si chiedono se esista ancora l’Europa. Triste constatazione, ma realtà. Fra questi anche alcuni sostenitori storici dell’idea europeista, e persino alcuni ‘organici’ alla istituzione europea, appartenenti a generazioni più giovani.

La domanda in sé è  ingenua e alquanto retorica e suscita, nei più convinti europeisti, la risposta di prammatica, secondo cui l’Italia senza l’Europa sarebbe perduta, incapace con i suoi soli mezzi di competere sul piano internazionale.

E su questo punto potremmo anche convenire, tenendo ben presente che resterebbe però sempre aperta la possibilità a livello globale di alleanze alternative.

Staccarsi ora però è cosa quasi impossibile, poiché il nostro Paese, oltre ad avere un pesante debito pubblico cui far fronte, è anche fortemente indebitato verso l’Unione per impegni finanziari già assunti (si tratta di centinaia di miliardi): il che non viene mai detto, né in sede politica, né nei dibattiti economici. Perché mai? E’ questa la vera situazione di avvitamento in cui ci troviamo. Abbiamo bisogno di moneta, ma, senza sovranità monetaria, l’otteniamo a debito.

L’Europa dunque, combinata così com’è, resta una mera evidenza teorica nell’ambito geo-politico. Bisognerebbe invece parlare sempre di Unione Europea, la quale non è uno Stato neppure confederale. Anzi appena si parla di federalismo, di federazione, i discorsi muoiono lì. L’Unione è solamente – come possiamo dire? – un “mercato”, una “moneta” un’ “area economica”. Una istituzione, ora più che mai, senza un Governo, visto che a decidere sulle questioni strategiche, non è la Commissione, ma il Consiglio dei rappresentanti degli stati membri; che in tale ‘area’ appunto sono dei “competitor” tra loro e non perseguono gli interessi dell’Unione, bensì solo i propri. Inoltre, il meccanismo del voto all’unanimità, previsto per le delibere del Consiglio, è una bella scappatoia per l’Unione che, invece di fare da cuscinetto, gioca a scaricabarile, addossando la responsabilità dell’inazione ai vari stati.

Una bella architettura, non c’è che dire…”a incastro”.

Se non avessimo speranza, verrebbe da concludere che lo spirito dei popoli non è acqua fresca, ma è sangue che mal si adatta alle forzature politiche.

 

L’Europa Unita non imiti Atene e la Lega di Delo

marzo 31, 2020

QN IL GIORNO pag. 21 – 27.04.2019 “L’EUROPA UNITA NON IMITI ATENE”

di Achille Colombo Clerici

Giulio Tremonti, nel suo recentissimo saggio «Le tre profezie. Appunti per il futuro» analizza le radici di populismo e sovranismo nell’Europa di oggi.   Per capire il grande disordine che investe le nostre vite, prende spunto da tre profezie.

Quella di Marx sulla deriva del capitalismo globale; la previsione del Faust di Goethe sul potere mefistofelico del denaro e del mondo digitale; infine l’intuizione di Leopardi sulla crisi di una civiltà che diviene cosmopolita. Tre chiavi di lettura che l’autore intreccia con la personale esperienza di studioso e di protagonista della politica.

La giovane ‘talpa’ del populismo sta scavando il terreno su cui, appena caduto il muro di Berlino, è stata costruita l’utopia della globalizzazione. Oggi sembra di essere tornati agli anni ’20 della Repubblica di Weimar, in una società stravolta e incubatrice di virus politici estremi.

Passando alla storia, rifletto: la complessità della questione europea nasce dal fatto che nel progetto dei padri fondatori si intrecciavano economia e politica; ma poi oggi è la prima a tener banco.  Molte regole vanno raddrizzate se non si vuole che si ripeta la vicenda della Lega di Delo.  Nel 477 a.C. si costituiva un’alleanza economico-militare che univa gli ateniesi e le città-stato indipendenti (poleis) loro alleate in una difesa comune contro il pericolo persiano. Ciascuna polis contribuiva a mantenere la flotta sia fornendo direttamente le triremi, sia pagando un tributo al tesoro comune.

Nel giro di una generazione la Lega di Delo era divenuta un pretesto per coprire l’imperialismo di Atene, il suo sogno di egemonia.  Il tesoro della Lega venne trasferito dal santuario di Apollo, nell’isola di Delo, al tempio ateniese del Partenone.

La giustificazione fu che, così, era messo al sicuro da un eventuale attacco persiano nell’Egeo; in realtà da allora in avanti Atene ebbe mano libera nell’utilizzo dei fondi. Nel 449 a.C. fu stabilito un accordo tra Atene e la Persia.     A quel punto, di fatto, cadevano i motivi per cui era stata costituita la Lega.

Diverse poleis sospesero il pagamento dei tributi, ma Atene reagì: richiamò gli alleati e ridusse l’autonomia di quelle città che si erano ribellate. Il predominio ateniese divenne sfrontato. Il Consiglio della Lega non fu più convocato; tutte le decisioni vennero prese da Atene.

Fu imposta la dracma come moneta comune, ma ancora più pesanti furono le ingerenze di Atene nella politica interna delle varie città: molte di esse passarono ad un governo di tipo democratico non per libera scelta, ma per obbedienza, visto che ovunque Atene imponeva le sue guarnigioni militari.  Dopo un tentativo di riforma (nuova Lega di Delo, ma Atene continuava a prevaricare sulle altre poleis), tutto finì con la rivolta di alcune città e la sconfitta di Atene.

Modello condominiale e solidarietà – di Achille Colombo Clerici QN IL GIORNO del 21.3.2020

marzo 23, 2020

Fino a tutti gli anni ’70 del Novecento negli edifici urbani era presente un modello coabitativo improntato ad uno spiccato mix sociale. Era una sorta di proiezione della società in miniatura.

Il portiere, qualche artigiano o commerciante, il notaio, il medico, il padrone di casa. Mix sociale significava vita comune e solidarietà nel momento del bisogno. Nell’ultimo scorcio del secolo, le condizioni politiche di sfavore nei confronti della locazione abitativa privata hanno generato il diffuso fenomeno delle dismissioni. Per citare, più di 5.000 palazzi a Milano sono stati venduti dalle famiglie proprietarie e frazionati. Si è diffuso il modello del condominio che ha portato come ulteriore conseguenza la selezione qualitativa degli utenti della casa.

Oggi gli edifici urbani, soprattutto quelli della nuova edilizia, presentano un modello coabitativo “monoculturale” e “monofunzionale”. I nuclei familiari sono omogenei fra loro e convivono senza interfacciarsi. Sono monadi che non hanno interesse a relazionarsi tra loro.

Va detto anche che si è contemporaneamente verificato su vasta scala il fenomeno del dissolvimento della famiglia patriarcale accompagnato da un progressivo invecchiamento della popolazione. Oggi il nucleo familiare monopersonale rappresenta un modello sociale assai diffuso: sicché nelle case delle nostre città abitano moltissimi anziani soli.

E’ una condizione estrema di vita urbana, che nella attuale emergenza sanitaria presenta disagi e rischi senza pari. Se sono presenti disabili la situazione è ancora più grave.

So di molte situazioni in cui portieri, condomini, amministratori, proprietari immobiliari, vicini di casa, cercano di essere utili, soprattutto nei confronti di anziani bisognosi e soli, di famiglie con disabili, cercando di sovvenire alle loro necessità quotidiane: portando a casa la spesa, svolgendo piccole incombenze burocratiche, o semplicemente dichiarando la disponibilità ad accogliere segnalazioni di disagio fisico o psicologico; ovviamente riservando i casi più gravi all’intervento delle preposte autorità sanitarie.

In un periodo di estrema emergenza sono piccole azioni, ma esempi lodevoli di solidarietà, cui dovremmo, oltre che tributare il dovuto riconoscimento, cercare di ispirarci in spirito di civiltà e di fratellanza.

“Rettifica della rendita ‘proposta” senza limiti temporali per il contribuente” – Articolo del Dott. Antonio Piccolo

marzo 19, 2020

Articolo: Rettifica della rendita proposta senza limiti temporali per il contribuente

QN Il Giorno “ Raffaello, icona del turismo italiano” 14.3.2020 di Achille Colombo Clerici

marzo 16, 2020

Il 2020 si annuncia come l’annus horribilis del turismo italiano. Già nel 2019 si è registrata una flessione rispetto all’anno precedente che ha interrotto la ripresa iniziata nel 2016. Nell’ultimo anno l’Italia è stata superata dalla Germania nella classifica europea per numero di pernottamenti scendendo al quarto posto dopo Spagna, Francia e Germania, appunto. Adesso si è aggiunto il Coronavirus. Le stime più prudenti parlano di una perdita di 5 miliardi di euro, ad oggi, ma è impossibile calcolare l’impatto finale. Anche nel caso di una rapida soluzione del problema, la stagione è compromessa: oltre alle migliaia di cancellazioni, si aggiungono le mancate prenotazioni per tutto il secondo semestre 2020.

E’ l’occasione per ripensare la politica di promozione internazionale del turismo italiano, caratterizzato da enormi potenzialità, che tuttavia faticano a dispiegarsi pienamente. Non sono più sufficienti le nostre bellezze naturali – in tutto il mondo ci sono spiagge belle quanto le nostre (e, per citare, gli ambiti turisti cinesi rifuggono dalla tintarella) – ma occorre puntare sull’offerta culturale, vero plusvalore del Paese (siamo primi al mondo, con la Cina, per numero di siti Unesco).

L’esempio viene dalla Francia la quale propone, quale icona turistica del Paese, non le spiagge di Biarritz né la Tour Eiffel, ma la Gioconda.

Ricorre quest’anno il cinquecentenario della morte, a soli 37 anni, di Raffaello Sanzio, un fenomeno universale, un artista globale. Grande filosofo dell’arte che sapeva utilizzare tutto ciò che gli capitava tra le mani: un pennello, uno stilo, una tavola; ma capace di muoversi anche nell’architettura, nella pittura ritrattistica, nell’affresco e persino nell’incisione. Questo era, è, e sarà sempre Raffaello: un genio senza confini.

In Italia viene celebrato con una serie di eventi che coinvolgono l’intero Paese: da Urbino a Perugia, da Trento a Città di Castello, da Roma a Milano, da Pesaro a Jesi e Loreto, da Mondovì a Rimini. Ma, come è giusto che sia, mezzo mondo sta celebrando Raffaello: Londra, Parigi, Chantilly, Monaco di Baviera, Francoforte sul Meno, Bruxelles, Berlino, Mosca, Washington. La strada è tracciata perché Raffaello diventi l’icona del turismo culturale in Italia.

Diciamo inoltre del suo bell’aspetto universalmente noto: da confrontare con il misterioso fascino della Gioconda?