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“Edilizia, più offerta meno domanda. Guadagna il Fisco” Articolo su QN Il Giorno del 11 settembre 2021

settembre 16, 2021

“Edilizia, più offerta meno domanda. Guadagna il Fisco” Articolo su QN IL GIORNO del 11 settembre 2021
di Achille Colombo clerici

Con un successo superiore alle aspettative, ha appena chiuso i battenti il Salone del Mobile di Milano dopo 18 mesi di blocco dovuto alla pandemia.  E’ un forte segnale di ripresa della città e del Paese, non soltanto da un punto di vista economico, ma – soprattutto – culturale, di creatività, di coraggio di impresa, come ha affermato, all’inaugurazione, il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Un messaggio che valica i confini nazionali riproponendo all’estero l’attrattività della città motore d’Italia.

Ce n’era, ce n’è bisogno.  Le ricadute della pandemia sul comparto immobiliare sono lungi dall’essere smaltite. Se è vero che si è riscoperta la centralità della casa e la necessità di investire nel luogo in cui si abita è altrettanto vero che in una buona percentuale – secondo alcune analisi, dal 15 al 30 per cento – l’alloggio, a causa dello smart working, è diventato anche luogo di lavoro.  Ne soffre il comparto degli uffici e dei negozi. Nelle grandi città europee, nell’ultimo trimestre del 2020, le transazioni per uffici sono risultate inferiori del 60 per cento, rispetto ad un anno prima e anche per l’altro grande comparto – i negozi – la discesa è stata del 40 per cento. Milano non fa eccezione.

Per quanto riguarda il residenziale, dal semicentro e dalle periferie aumenta il deflusso verso le città dell’ex hinterland. Inoltre la ripresa edilizia, dovuta in buona parte a operazioni impostate ante pandemia, sta immettendo sul mercato un numero crescente di alloggi: ma all’aumento dell’offerta non corrisponde un aumento della domanda.

Inoltre: il boom del superbonus per l’efficientamento energetico degli edifici mostra il rovescio della medaglia: i prezzi dei materiali e delle attrezzature legati all’edilizia sono aumentati a dismisura (per citare, l’acciaio per il cemento armato +243%) tanto che per un cappotto termico si sono registrati incrementi dei prezzi del 60% a mq.

C’è chi ne gode. Ad esempio il Fisco. Il gettito del mercato immobiliare (assieme all’Iva) traina la ripresa delle entrate tributarie: l’imposta di registro complessivamente ha generato entrate per oltre 3 miliardi di euro (+43,9%), tasse e imposte ipotecarie hanno di poco superato un miliardo di euro (+36,6%) e i diritti catastali e di scritturato si sono attestati a 430 milioni di euro (+36,9%).

Con buona pace dell’Ocse che ancora pochi giorni or sono ha sollecitato il Governo italiano a implementare il prelievo fiscale del comparto immobiliare.

La casa bancomat dello Stato – La riforma del catasto – Articolo su QN Il Giorno del 28 agosto 2021 di Achille Colombo Clerici

agosto 30, 2021

La casa bancomat dello Stato.

La vicenda ebbe inizio nel 1992 quando il Governo di Giuliano Amato introdusse, con la “Finanziaria lacrime e sangue”, l’Isi, imposta straordinaria sugli immobili di natura patrimoniale. Ebbe a ripetersi anche nel 2011 quando, con lo spread ad oltre 500 punti e alla soglia dell’uscita dell’Italia dall’euro, venne reintrodotta l’Imu, la patrimoniale sulle abitazioni occupate a titolo di proprietà. L’Isi in quel lasso di tempo aveva cambiato nome: in Ici, poi in Imu e infine in Tasi.   In dieci anni le tasse sulla casa sono costate ai proprietari dai 400 ai 500 miliardi di euro.

Oggi, con il debito pubblico monstre pari a circa il 160% del Pil (record storico dall’Unità d’Italia) lo Stato è all’affannosa ricerca di risorse per colmare, almeno in parte, la voragine. Ma anziché rivolgere la propria attenzione all’evasione fiscale – circa 110 miliardi di euro ogni anno con l’Italia in cima alla lista mondiale dei Paesi dall’economia più sviluppata – ed alla crescita economica, che ovviamente si trascina dietro un costante incremento di risorse fiscali, lo Stato tira nuovamente fuori dal cilindro, anche per l’insistenza dell’Unione Europea, la riforma del Catasto. Che, realizzata nei termini che conosciamo, si risolverebbe in un disastro per la proprietà immobiliare.

 Il Catasto ha una lunga storia. Nacque con l’Unità d’Italia, ma con una differenza fondamentale rispetto ad oggi. Allora si trattava di un ‘catasto reddituale’, cioè basato sulla capacità dell’immobile di produrre reddito, e fondato sui criteri delle cosiddette rendite catastali che ne misuravano la funzionalità. Ma da più di vent’anni il Catasto misura, attraverso l’applicazione alle rendite di coefficienti moltiplicatori, il valore immobiliare. Si è trasformato in tal modo in un vero e proprio strumento di tassazione patrimoniale.

 Anni fa si avviò la riforma del Catasto, sempre su base patrimoniale (le rendite venivano sostituite dai valori di mercato per metro quadro): l’intento dichiarato quello di eliminare errori e sperequazioni.  La reazione dell’economia immobiliare fece capire quali negativi effetti il ‘nuovo’ Catasto avrebbe avuto da un punto di vista, sia economico, sia politico-elettorale.

Ora, una cosa è emendare errori ed evitare sperequazioni, ed altra è fare un salto nel buio con una riforma avventata dagli effetti irrevocabili potenzialmente nefasti per l’economia, quale sarebbe quella che ha in mente il Fisco italiano.

Si deve comunque riflettere sul fatto che il catasto basato sui valori di mercato privilegia la finalità fiscale nei suoi aspetti espropriativi, mentre quello reddituale premia la redditualità e quindi favorisce il rinnovamento strutturale e funzionale degli immobili.

Il catasto, dunque, come strumento di crescita e non di freno economico.

“Cultura, l’Italia fa tendenza” Italian way of life – Articolo su QN Il Giorno del 21 agosto 2021 – di Achille Colombo Clerici

agosto 30, 2021

L’Italia conserva il primato mondiale Unesco per il maggior numero di siti Patrimonio dell’umanità: 57, tallonata dalla Cina con 56 siti. Insieme ai 14 iscritti nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità, diventano così 71 i riconoscimenti Unesco in Italia. Seguono, a distanza, Francia, Germania e Spagna, decimi gli Stati Uniti. Lo ha stabilito la 44esima sessione del Comitato per il patrimonio mondiale dell’Unesco che si è conclusa a Fuzhou, capoluogo della provincia del Fujian in Cina orientale, con un totale di 34 nuovi siti iscritti nella lista. Le iscrizioni dell’attuale sessione portano il numero totale di siti del patrimonio dell’umanità a 1.154.

I riconoscimenti a Italia e Cina sono più che giustificati dal fatto di essere i due Paesi eredi delle più antiche civiltà. Ma, se guardiamo all’oggi, il paragone è improponibile.

Confermando – se ce ne fosse bisogno – che progresso scientifico e tecnologico non è sinonimo di cultura e di civiltà, la piccola Italia è trendsetter nel mondo. Più fonti, da The Spectator Index a US News, ci pongono al primo posto per influenza culturale, “alta” o “bassa” che sia.

Per “cultura alta” si intende quella del sapere colto, specialistica, scientifica, artistica, letteraria. Quella che si apprende in luoghi preposti alla sua diffusione (scuole, accademie, istituti). Per “cultura bassa” si intendono i valori, le pratiche quotidiane, le tradizioni, le consuetudini tipiche di un’identità collettiva apprese, spesso in maniera inconsapevole, a contatto con la vita di ogni giorno. Noi eccelliamo in entrambe: abbiamo esportato ovunque il sapere più colto ma anche quello più popolare. Quello del modo di vivere.

La nostra cultura incarna una raffinatezza culturale che si esprime nell’eleganza intellettuale e comportamentale, nella moda, nell’arte culinaria, nello stile di vita.  L’Italia è la meta più sognata al mondo e l’italiano è la lingua madre di soltanto 60 milioni di persone (lo spagnolo è la lingua di mezzo miliardo di individui, per non citare l’inglese e il mandarino) ma è la quarta studiata nelle università all’estero. Alcuni linguisti sostengono che la lingua italiana è la seconda più in vista al mondo, perché la troviamo nei menù, nelle insegne, nei cognomi, in tutto il fenomeno dell’Italian sounding, consistente nell’uso di immagini, di combinazioni semantiche e cromatiche, di riferimenti geografici, di marchi che evocano l’idea dell’Italia per promuovere e commercializzare prodotti che in realtà non sono italiani. 

“Innovare, ma con saggezza” articolo su QN Il Giorno del 14 agosto 2021 di Achille Colombo Clerici

agosto 30, 2021

E’ proprio vero che gli italiani lavorano poco a fronte dei colleghi europei? Sì, afferma Eurostat, mettendo a confronto le ore settimanali dei soli dipendenti full time – escludendo quindi i lavoratori part-time e i liberi professionisti – che ci pongono al 19° posto della classifica su 20 Paesi presi in rassegna (ultima la Danimarca) con 38,8 ore.

Ma, analizzando i dati, la realtà è più articolata. Poniamo a confronto le altre due grandi economie europee, Germania e Francia: nel settore produttivo gli italiani lavorano 40,4 ore alla settimana, i tedeschi 40,2 ore, i francesi 38,9. Nella pubblica amministrazione i rapporti si capovolgono: i francesi lavorano 39,3 ore alla settimana, i tedeschi 37,3, gli italiani 37,2. Senza valutare la qualità dei servizi offerti, a far precipitare la media italiana è quindi la Pubblica Amministrazione. Accusato numero uno il settore dell’educazione. Il divario appare enorme: di circa 10 ore, 29,4 contro 38,5. Più ridotto, di due ore, nella sanità e nei servizi.

Considerando che l’ossatura dell’economia nazionale è costituita dalle piccole e medie imprese sembra evidenziarsi che la maggiore applicazione   dei lavoratori derivi anche dal rapporto meno spersonalizzato tra responsabili aziendali e lavoratori, che permette di mantenere nelle relazioni interpersonali un’atmosfera nella quale ognuno si sente impegnato a dare il meglio di se stesso.

Considerazione opposta per la P.A. dove prevalgono la cultura burocratica, la deresponsabilizzazione, il rigetto della meritocrazia.  E a fronte di questa realtà c’è chi vorrebbe istituzionalizzare lo smart working!

Vorrei segnalare, al proposito che la macchina amministrativa in moltissimi comuni non funziona più in modo regolare, proprio a causa delle modalità di lavoro suggerite dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo (con moltissimi funzionari dei comuni che praticano lo smart working); con ciò causando lo stallo di migliaia di compravendite immobiliari e ingenti danni all’economia nazionale.

Questa situazione non consente alle parti interessate quell’ “accesso agli atti” senza il quale le stesse non possono sensatamente ottemperare agli obblighi di legge in termini di dichiarazioni in sede di rogito.

Moltissime compravendite immobiliari, già perfezionate tra le parti nei loro contenuti sostanziali, sono dunque sospese a causa della impossibilità di verificare, sulla base degli atti comunali, la legittimità degli immobili compravenduti, che pure il venditore è tenuto a dichiarare e garantire.

Una questione assai grave per la vita sociale ed economica del Paese, che apre una riflessione: smart working per i funzionari pubblici, digitalizzazione della P.A. e cyber security sono tre campi che, se non gestiti con saggezza, rischiano di formare un cocktail di situazioni micidiale, in grado di arrecare gravissimi danni al Paese, impedendo anche i benefici effetti del PNRR.

Questo piano, infatti, riconosce alla P.A. il ruolo di architrave della ripresa del Paese e della crescita economica. Abbiamo il dovere, dunque, di rendere la P.A. funzionale e attrattiva per i giovani e per i migliori talenti.

“Pressione fiscale da allentare sulle famiglie” Articolo su QN Il Giorno del 7 agosto 2021 di Achille Colombo Clerici

agosto 30, 2021

Nel 2020, segnato da una forte contrazione dell’economia per la pandemia, sono risultate in condizione di povertà assoluta oltre due milioni di famiglie (7,7% del totale in crescita dal 6,4% del 2019, quando erano 1,7 milioni), per complessivi 5,6 milioni di persone (il 9,4% dal 7,7%). Il dato è comunicato dall’Istat che rileva come, dopo il miglioramento del 2019, nell’anno dell’esplosione del Covid la povertà assoluta sia aumentata raggiungendo il livello più elevato dal 2005, inizio delle serie storiche. Secondo l’istituto di statistica il 47% dei poveri risiede al Nord contro il 38,6% del Mezzogiorno. Ma quasi tutte le famiglie del cosiddetto ceto medio hanno visto contrarsi la capacità di spesa.  

Per contro, il fisco non ha avuto un occhio di riguardo.  Non è una novità che il fisco tenga le famiglie “sotto pressione”:   rielaborando i dati Istat sulle singole imposte, che comprendono anche il gettito Imu/Tasi oltre a quello relativo alle imposte sul reddito e sul capitale e ai contributi sociali, il gettito fiscale proveniente dalle famiglie, senza considerare le imposte sui consumi e le altre imposte sui prodotti, è stato pari nel 2019 – ultimi dati a disposizione, ulteriormente aggravati dalla pandemia – a 323 miliardi di euro rispetto ai 758,6 miliardi di entrate fiscali complessive.

Rispetto al 2011 la pressione fiscale sulle famiglie è cresciuta di 1,9 punti, mentre quella complessiva è cresciuta di soli 1,1 punti. In pratica, lo choc fiscale è stato quasi interamente sostenuto dalle famiglie.

Il 50% della pressione fiscale che grava su di esse è imputabile all’Irpef (più 11,7 miliardi) e all’Imu, mentre il gettito erariale dell’Iva si è incrementato di soli 1,2 miliardi. Ciò rende evidente che a sostenere le necessità dello Stato sono, in misura sproporzionata, proprio le famiglie; mentre sono state “sostenute” prevalentemente le imprese.  

In sintesi, due storture fiscali incombono sui bilanci delle famiglie: il fiscal drag e la pressione fiscale generale.

Sulla prima questione: il carico fiscale è determinato dalle aliquote progressive ed è commisurato al valore nominale e non al valore reale del denaro, che significa capacità di acquisto. Per vivere occorrono sempre più soldi e bisogna guadagnarli. Quindi, a parità di tenore di vita, pagare sempre maggiori imposte.

Poi c’è il discorso della pressione fiscale (imposte più oneri sociali in rapporto al Pil) che già è in continua crescita nei dati ufficiali Istat, riferiti alla pressione virtuale, cioè computata su un Pil aumentato di una somma pari al 12% del Pil reale, (perché si tiene conto dell’economia in nero, in Italia maggiore rispetto ad altre parti d’Europa). Siamo dunque al paradosso per cui, maggiore è il sommerso e minore è la pressione fiscale virtuale: quella reale raggiunge il 48,2% del Pil.

Se poi consideriamo – secondo i dati Ambrosetti – la pressione fiscale complessiva (imprese, lavoro, famiglie) quella italiana è senz’altro la più alta d’Europa, con il 64,8% del Pil, contro il 62,7 della Francia, il 58,4 del Belgio, il 50 della Spagna, e il 48,8 della Germania.

“Cyber security fondamentale per la vita del Paese” – Articolo su QN Il Giorno del 31 luglio 2021, di Achille Colombo Clerici

agosto 2, 2021

Gli attacchi informatici ad istituzioni, imprese, singoli cittadini costano all’Italia circa 7 miliardi di euro a fronte di un giro d’affari in sicurezza di circa 1,3 miliardi.  La spesa in cyber security è ancora limitata in rapporto al Pil, con un’incidenza dello 0,07% nel 2019, circa 4-5 volte in meno rispetto ai Paesi più avanzati. E teniamo ben presente che il 95% del tessuto produttivo nazionale è costituito da piccole e medie imprese, la cui grande maggioranza non dispone di un sistema di sicurezza informatica all’altezza dell’occorrenza, spesso proprio per problemi di budget.

L’ambiente cibernetico è diventato il sistema nervoso dei Paesi informatizzati in quanto collega tra loro le dimensioni politico-strategica, militare, economico-finanziaria, commerciale, industriale, infrastrutturale e sociale.

Secondo il Rapporto Clusit 2021, a livello globale il 2020, l’anno della pandemia, ha registrato un aumento degli attacchi cibernetici nella misura del 12% rispetto al 2019 e del 66% rispetto alla media dei quattro anni precedenti. In particolare, i cyber criminali hanno sfruttato la situazione di disagio collettivo, nonché di estrema difficoltà vissuta da alcuni settori – come quello della produzione dei presidi di sicurezza (ad esempio, delle mascherine) e della ricerca sanitaria – per colpire. Diverse operazioni di spionaggio sono state compiute a danno di organizzazioni di ricerca correlate con lo sviluppo dei vaccini.

Molto bisogna fare, partendo dallo sviluppo di tecnologia di proprietà italiana, per non essere dipendenti da tecnologie e know how stranieri, ma soprattutto investendo sulle persone, formandole ad affrontare i rischi informatici a tutti i livelli.

In questa direzione muove la proposta avanzata dal sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè,  di istituire un’agenzia nazionale “votata” alla sicurezza cibernetica e un centro di alta formazione, una Cyber Defence Academy, in cui le esperienze maturate nel comparto della Difesa si coniughino con le competenze della pubblica amministrazione e delle imprese private; che sono ben disposte a fare la loro parte, ma invocano una semplificazione nella materia, che riduca al minimo la stratificazione di documenti e la sovrapposizione di organizzazioni. Il mondo dei cyber attacchi si espande in modo geometrico: dobbiamo essere in grado di mantenere il passo. Almeno.   

“Il settore delle costruzioni traina la ripresa” Articolo su QN Il Giorno del 24 luglio 2021 di Achille Colombo Clerici

luglio 30, 2021

Prima era una sensazione, ora una certezza. Non solo in Italia, ma nel mondo, il settore delle costruzioni si conferma volano dell’economia post-Covid, come affermano le cifre del XXX Rapporto Congiunturale del Cresme, il centro studi italiano che da 50 anni analizza l’andamento del mercato delle costruzioni a livello mondiale. Ebbene, secondo il Rapporto, se il Pil globale crescerà quest’anno tra il 5,6 e il 6%, il valore aggiunto prodotto dalle costruzioni nei diversi continenti registrerà da un più 6,3% a un più 7,6%; livello cui si avvicina anche l’Italia con una ripresa superiore alle attese, grazie alle risorse del Next Generation EU e di altri Fondi europei e nazionali che metteranno a disposizione 61 miliardi di euro.  Ciò fa prevedere una ripresa nel 2021 stimata nella misura del 12,7%, anche se va calcolato il forte calo del 2020.

La parte del leone appartiene alle grandi opere – ferrovie (35 miliardi), strade, autostrade, porti – ma anche alla riqualificazione residenziale trainata dal Superbonus e dai bassi tassi sui mutui. Un rilancio impensabile fino a qualche mese fa che traina un importante indotto.

Il futuro si presenta sotto i migliori auspici, nel mondo – o almeno nella parte più avanzata di esso – e in Italia. Ma alcuni rischi permangono.

In Italia il rilancio delle costruzioni potrà mantenersi nei prossimi anni se gli investimenti andranno in misura adeguata a sostenibilità e digitalizzazione per la scelta di materiali e di tecnologie destinati ad influire sulla vita di tutti noi.

E bisogna fare i conti. Il Governo ha previsto per i prossimi anni infrastrutture strategiche e prioritarie per un importo di quasi 300 miliardi, ma a disposizione ce ne sono 204: mancano ad oggi 66 miliardi per le ferrovie, 14 miliardi per le strade e autostrade, 9 miliardi per il sistema di trasporto urbano. Inoltre pende ancora la spada di Damocle della pandemia che potrebbe far saltare ogni più rosea previsione.

L’ottimismo ragionato è che il Paese inneschi una forte ripresa in grado di recuperare quanto ancora manca da un punto di vista delle risorse. E non dimentichiamo che gli italiani hanno dimostrato, in molte occasioni, una eccezionale capacità di ripresa e di resilienza. E’ anche negli auspici del PNRR.  

“Cambiamenti climatici e opportunità” Articolo su QN IL GIORNO del 10 luglio 2021 – di Achille Colombo Clerici

luglio 12, 2021

Sorpresa da Eurobarometro: il sondaggio condotto per conto della Commissione Europea nei Paesi dell’Unione (coinvolti 26. 669 cittadini appartenenti a diversi gruppi sociodemografici dei 27 Stati membri).   

Nonostante la pandemia, la recessione economica, la disoccupazione, l’immigrazione incontrollata e quant’altro, i cittadini del Vecchio Continente ritengono che i cambiamenti climatici siano il problema più grave che il mondo si trovi ad affrontare. Oltre nove persone su dieci intervistate infatti sono convinte che i cambiamenti climatici siano un problema grave (93 %), e quasi otto su dieci (78 %) lo ritengono molto grave.

Comprensibile l’entusiasmo del vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo Frans Timmermans: ”Il sostegno per l’azione climatica resta elevato. Gli europei sono consapevoli dei rischi a lungo termine rappresentati dalle crisi del clima e della biodiversità.” 

E’ diffusa la convinzione che la lotta contro i cambiamenti climatici porti con sé opportunità per i cittadini e per l’economia. Quasi otto europei su dieci (78 %) concordano sul fatto che l’azione a favore del clima si tradurrà in innovazioni che renderanno le imprese europee più competitive e sono convinti che promuovere la competenza dell’UE in materia di energie pulite in Paesi extraeuropei possa contribuire a creare nuovi posti di lavoro da noi. Sette europei su dieci ritengono che ridurre le importazioni di combustibili fossili possa avvantaggiare economicamente l’UE e sono convinti che i costi dei danni causati dai cambiamenti climatici siano molto superiori agli investimenti necessari per la transizione verde.

C’è chi vede in questo l’effetto di una pervasiva azione di convincimento di potentati imprenditoriali e finanziari che hanno fatto di Greta Thunberg la loro icona. Quasi nessuno, infatti, sembra scorgere l’altro lato della medaglia: un costo maggiore, per cominciare. Come ogni industria nascente anche la green economy non ha economia di scala; il costo delle tecnologie verdi è più alto rispetto alle tecnologie tradizionali; c’è un grosso rischio per i posti di lavoro legati a queste ultime. Aggiungiamoci i Paesi in via di sviluppo, che soffrono di problemi ambientali diversi da quelli delle nazioni più sviluppate. I barcaioli anti Fulton non avevano tutti i torti a protestare. 

“Se il futuro dell’Europa è in Italia” Articolo di Achille Colombo Clerici su QN Il Giorno del 3 luglio 2021

luglio 5, 2021

Senza nulla togliere al merito del Governo che è riuscito a far affluire in Italia una quota assai consistente del Next Generation EU si può affermare, sinteticamente: se il futuro dell’Italia è in Europa, il futuro dell’Europa è in Italia. Vediamo perché.

Innanzitutto va detto che, per quanto riguarda il nostro Paese, la ripresa del Pil dopo il Covid sfiorerà quest’anno il 5%, ma il livello pre-pandemia (di per sé non un obiettivo ottimale) si raggiungerà solo nel 2022, sia pure con un indebitamento pubblico che balzerà dal 134,8 del 2019 a quasi il 160%. L’inevitabile riduzione di questo debito può avvenire in costanza di alcuni fattori. Nello scenario attuale, la crescita reale del Paese poco sotto l’1% – con un avanzo primario tra l’1,5 e il 2% – il permanere di tassi di interesse molto bassi, potranno portare il debito pubblico al 150% nel prossimo decennio.  Questo livello manterrebbe comunque l’Italia esposta ad eventi “avversi”, quali un rialzo dei tassi.

A ridurre il rischio gioca il fatto che una quota consistente del debito (44,6%) è detenuto dall’UE e dall’Eurosistema: al netto di questa quota, il debito si attesta al 111,2% del Pil, destinato ad abbassarsi ulteriormente grazie ai prestiti previsti dal Recovery Plan. E un ulteriore contributo alla manovra-riduzione dovrebbe giungere dalle riforme e dagli investimenti programmati dal Pnrr. In totale, un tasso di crescita potenziale dello 0,8% che si sommerebbe, come detto, a quello ‘storico’ che è quasi dell’1%.  In questo scenario, l’evoluzione del rapporto debito/Pil si orienterebbe verso una decisa riduzione, con una prospettiva economica, politica e sociale del Paese decisamente più stabile.

Ma il medesimo scenario sottintende che si renda permanente la mutualizzazione e l’emissione di Eurobond; cioè la ridistribuzione del debito pubblico – non solo italiano ma anche degli altri Paesi – in seno ai meccanismi finanziari della Comunità: cosa che, come sappiamo, i “Paesi frugali” aborrono. Riforme (modifiche dei Trattati) saranno necessarie anche in Europa, dopo le elezioni in Francia e Germania.

L’amara pillola del dover pagare i debiti altrui potrebbe essere inghiottita se i Frugali si convincessero che aiutare l’Italia ed altri sarebbe, alla fine, positivo anche per loro. Ma se – parliamo per noi – dovessimo fallire la prova, sarebbe la fine dell’Europa come la conosciamo. In alternativa, il bis, di proporzioni colossali, del “caso Grecia”.

Rigenerazione urbana: riuso edilizio, criteri superati – Articolo su QN Il Giorno del 26 giugno 2021

giugno 28, 2021

http://www.informazionequotidiana.it/riuso-edilizio-criteri-superati-di-clerici/