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“La ripresa poggia sul mattone” Articolo su QN Il Giorno del 20 novembre 2021 – Di Achille Colombo Clerici

novembre 24, 2021

Ricchezza immobiliare e ricchezza economica del Paese. Secondo il rapporto di Gualtiero Tamburini presentato a Roma, le due realtà sono strettamente interdipendenti: se la prima cala, la seconda ne risente, come dimostra il periodo 2011-2020 durante il quale abbiamo assistito ad un progressivo regresso dell’economia domestica rispetto a quella dei principali Paesi UE, colpiti pure essi da turbolenze finanziarie (Grande Crisi del 2008) e sanitarie (Covid-19).

 Lo spiegano le cifre. A fronte di una produzione diretta complessiva di 424,121 miliardi di euro nel 2020, le due branche Costruzioni-Immobiliare hanno generato assieme, nell’economia, un impatto diretto e indiretto complessivo di 708,936 miliardi di produzione, ai quali si possono aggiungere altri 211,083 miliardi di indotto, per un ammontare finale di produzione di 920 miliardi. Esso costituisce il 30,2% del valore di tutta la produzione italiana ai prezzi base; analoga percentuale di impatto delle due branche assieme la possiamo osservare anche con riferimento alle altre variabili misurate, ovvero: occupazione con il 29,7% (7,3 milioni di unità), valore aggiunto con il 30% e PIL con il 27,09%. Se la crescita del Pil italiano nel corrente anno raggiungerà il 6,1%, superando le più ottimistiche previsioni, lo si deve in gran parte ad immobiliare e costruzioni (assieme ad esportazioni e produzione industriale).

Ma proprio l’immobiliare sta pagando un duro scotto dovuto al calo dei prezzi delle abitazioni. Mentre nel decennio 2010-2019 i prezzi delle abitazioni dell’Europa a 27 Paesi si sono incrementati di quasi 20 punti percentuali, in Italia sono scesi di altrettanto. Secondo i dati forniti, la perdita di ricchezza nominale dello stock abitativo delle famiglie italiane è stata di 634 miliardi di euro, la perdita reale di ben 1.137 (espressi in mld di euro 2020).  

E’ quindi evidente che compito della politica è rilanciare l’investimento immobiliare e in particolare quello delle famiglie dato che, storicamente, i tre quarti degli investimenti in costruzioni sono effettuati da privati, la maggioranza dei quali riconducibile direttamente all’ambito delle famiglie. Fornendo ad esse quella iniezione di fiducia che le convinca ad impiegare almeno in parte l’ingente quantità di risparmi (a giugno 2021, 1.131 miliardi, 64 miliardi in più rispetto a giugno 2020) parcheggiati nei conti correnti delle banche, senza interessi ed erosi dall’inflazione che ha ricominciato a manifestarsi.  

E’ la finanza a dettare la linea politica. Articolo su QN Il Giorno del 13 novembre 2021 – di Achille Colombo Clerici

novembre 18, 2021

I poteri forti finanziari vengono allo scoperto. Non si accontentano più di indirizzare la politica da dietro le quinte, come è avvenuto negli ultimi anni, ma tendono a venire alla ribalta gestendo essi stessi l’azione politica. Cosa sta avvenendo?

Con un pronunciamento pubblicato il 19 agosto 2019, l’associazione, che raggruppa gli amministratori delegati delle più importanti società degli Stati Uniti ha inteso «ridefinire gli scopi» della società per azioni. I nuovi cavalieri del terzo millennio, riuniti nella Business Roundtable sono passati dallo shareholderism, teorizzato da Milton Friedman nel 1970, allo stakeholderism: cioè dal perseguimento degli interessi degli azionisti, al perseguimento degli interessi dei referenti sociali. Lo statement della Business Roundtable, si è posto come la codificazione di un processo in corso che, come ricorda Andrea Perrone ordinario di Diritto Commerciale alla Cattolica sulla Rivista Studi Cattolici, si evidenzia con alcuni segnali.

Nel 2018 la British Academy aveva avviato un progetto dedicato a The Future of Corporation1; nell’ottobre del 2019 Leo Strine, già Chief Justice della Delaware Supreme Court, la più importante autorità giudiziaria statunitense in materia societaria, aveva pubblicato un «manifesto» sul capitalismo sostenibile (Strine 2019); in tempi ancora più recenti, la Commissione Europea (2020) ha promosso un’approfondita riflessione, prodromica a una proposta di direttiva, sui doveri degli amministratori nella prospettiva di una corporate governance sostenibile.

Cosa sta avvenendo? I poteri forti, cioè i potentati finanziari che condizionano la vita dei governi, ormai sono consapevoli di doversi sostituire ai politici, nella funzione di tenere in equilibrio l’assetto sociale. Sicché ora surrogano il potere politico, ormai latitante in questo ruolo, candidandosi, in modo dichiarato pur in assenza di una legittimazione rappresentativa, a svolgere un ruolo di garante della coesione sociale.

Veniamo all’immediata attualità. A Glasgow, una settimana fa, 450 istituzioni finanziarie (rappresentanti 130 mila miliardi di asset, cioè più o meno due volte il PIL globale) riunite nel Gfanz (Glasgow Finance Alliance net zero) si sono dichiarate pronte ad investire i 100mila MLD di dollari necessari al net zero emissions 2050.

E la politica come reagisce? La politica si limita a rivendicare a parole il ruolo che sta perdendo, di governo della società e di garanzia dei diritti dei cittadini. Le leggi oggi tendono a diventare dei proclami con diffusi preamboli che si sprecano, a mo’ di dichiarazioni d’intenti, nel sottolineare finalità etiche e politiche sempre più generali, astratte e generiche.

La società, nell’immobilità e nell’immutabilità esteriori, vive un cambiamento totale interiore. Il ribaltamento del principio gattopardiano che oggi si declina con “nulla cambi, purché tutto cambi”.

Se pensiamo ad un ideale gerarchia di poteri possiamo ritenere che fino al passaggio del millennio (20 anni fa) l’ordine fosse: politica, burocrazia, finanza. Oggi il primato è appannaggio della finanza internazionale, cui seguono burocrazia e politica.

“Noi, il pianeta il clima e i costi per la svolta” –  Articolo su QN Il Giorno del 6 novembre 2021 di Achille Colombo Clerici

novembre 8, 2021

C’è grande interesse in questi giorni per le riunioni internazionali sui temi del riscaldamento globale e dell’inquinamento. Due fenomeni che, secondo la scienza, sono strettamente connessi. Laddove gli scienziati appaiono divisi è su quanto l’azione dell’uomo influisca non tanto sull’inquinamento, va da sé, quanto sul clima. Secondo la maggioranza l’incidenza è pari al 50%, secondo altri è solo del 5%. Una differenza macroscopica che, effettuata la scelta, condiziona in maniera definitiva lo sviluppo economico e sociale di miliardi di persone. 

 Partiamo dagli elementi di cui siamo a conoscenza. L’uomo esercita un’influenza crescente sul clima e sulla temperatura terrestre con l’uso di combustibili fossili, la deforestazione, l’allevamento di bestiame, l’antropizzazione. Queste attività aggiungono enormi quantità di gas serra a quelle naturalmente presenti nell’atmosfera, alimentando l’effetto serra e il riscaldamento globale. Ma è altrettanto vero che il pianeta continua, da 5 milioni di anni, a vivere ampie variazioni climatiche. 

 Nel frattempo, ai giorni nostri, afferma Giacomo Properzj, raffinato scrittore e politico milanese, l’iniziativa volenterosa di molti Paesi e in particolare dell’Europa sui due fronti – riscaldamento e inquinamento – viene in parte frustrata dalla posizione assunta da tre potenze, Cina, India, Russia, che non accettano il limite del 2050 per le emissioni zero; ed altri Paesi dipendono in toto o in parte dai combustibili fossili per la loro economia; altri ancora (tra cui l’Italia) sono in notevole ritardo sulla tabella di marcia. Infine occorrono montagne di soldi: nel mondo per produrre il 10% di energia da fonti rinnovabili si sono spesi 3.800 miliardi di dollari. Per l’obbiettivo net zero emissions nel 2050 occorrono, secondo la Gfanz, 100mila miliardi di dollari, quasi 50 volte il Pil italiano.

Consideriamo poi che, sulla base dei dati del 2019, i Paesi con le maggiori emissioni di CO2 nel mondo sono, in miliardi di tonnellate: la Cina, con 10,1 – gli USA con 5,2 – l’Europa con 2,9 – l’India con 2,6. Mentre la Cina è il maggior consumatore di carbone, con il 52% a livello mondiale.

Quali i reali vantaggi delle politiche praticate? Un solo esempio. Prendiamo il caso del fotovoltaico domestico.  I pannelli bisogna produrli, inquinando, e vanno smaltiti; e questo è un’altra causa di costi collettivi e di inquinamento ambientale.  

L’aumento di temperatura, specie quando combinato con l’aumento della popolazione e delle relative richieste di risorse idriche ed energetiche, può comportare uno stress notevole per i sistemi sociali ed economici della nostra civiltà. Ma il pianeta e la vita sulla Terra non sono in pericolo. Sono passati attraverso catastrofi e cambiamenti ben maggiori di quanto osserviamo oggi.

Interventi strutturali in campo energetico – Articolo su QN Il Giorno del 30 ottobre 2021 – di Achille Colombo Clerici

novembre 5, 2021

Nella corsa contro il tempo per rispettare l’impegno di decarbonizzazione che l’Europa si è assunto è in corso un dibattito tra esperti sull’opportunità di costruire nuove centrali nucleari per soddisfare il fabbisogno energetico.

Alcune settimane fa, su queste colonne, avevo ricordato che, nel mondo, la quota di fonti fossili per la copertura di tale fabbisogno è ancora dell’80%, il contributo delle rinnovabili, pur in aumento, non supera il 10%, al costo in 15 anni di 3.800 miliardi di dollari. L’Italia, per raggiungere la net zero emission prevista dal PNRR, deve accelerare di 4/5 volte la velocità media di abbattimento degli ultimi 29 anni e moltiplicare per dieci l’installazione delle rinnovabili. Con le tecnologie attuali non si arriverà mai alla neutralità delle emissioni nei tempi previsti per evitare conseguenze catastrofiche per il pianeta.

Secondo organismi sovranazionali, come la International Energy Agengy (IEA), per centrare l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050 sarà necessario raddoppiare la produzione di energia da fonte nucleare rispetto a quella del 2020; ma in Europa, afferma il recente rapporto della Commissione sull’energia, sempre nel 2020, le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità del nucleare, 38% contro  il 25%; e in Giappone, dopo il disastro di  Fukushima, per fornire energia al Paese si  è passati in dieci anni, in termini di contributo del nucleare dal 20% all’11%, e di quello delle rinnovabili dal 17% al 45%.

In Italia – unico Paese del G8 che non possiede impianti nucleari – ben il 10% del consumo nazionale di elettricità viene importato dalla Francia dove il nucleare domina con il 70% della produzione di energia.

Questi, in estrema sintesi, i punti a favore dell’una e dell’altra tesi: le rinnovabili sono più sicure e realizzabili in minor tempo; il “nuovo” nucleare punta su centrali più piccole e ugualmente sicure, simili a quelle in uso su navi e sottomarini.

In attesa che gli esperti, e soprattutto la politica, decidano sul nucleare sì, nucleare no, si dovrebbero adottare rapidamente alcune, sia pur limitate, soluzioni onde ridurre le emissioni nocive, come ho sostenuto nel recente convegno di Saint Vincent: teleriscaldamento per le grandi città e per le città metropolitane; ristrutturazione radicale delle reti idriche che, soprattutto al Sud, portano a dispersioni con punte di oltre il 40%; potenziamento delle infrastrutture di trasporto su ferro che eliminerebbero decine di migliaia di inquinanti camion e tir favorendo il disinquinamento e il decongestionamento del territorio; efficientamento del sistema di smaltimento dei rifiuti.   

Innovare, un’occasione per il turismo – Articolo su QN Il Giorno del 23 ottobre 2021 di Achille Colombo Clerici

ottobre 29, 2021

Innovare, un’occasione per il turismo.
Articolo su QN Il Giorno del 23 ottobre 2021 di Achille Colombo Clerici

Stagione turistica estiva 2021 in bianco e nero. Ai primi di settembre, escludendo perciò un mese ancora spumeggiante per il settore, qualche dato: Bankitalia e le associazioni di settore parlano di +53% della spesa dei turisti nel solo mese di giugno rispetto al 2020, + 567% per i voli, + 1090% per gli hotel; ma bisognerà aspettare il 2022 per tornare ai valori pre-pandemia.

In un quadro generale che, secondo i dati OCSE, vede a livello mondiale una perdita di un miliardo di turisti su un totale di un miliardo e mezzo, e di 150 milioni di posti di lavoro, da noi sono mancati i turisti stranieri, soprattutto americani, russi, cinesi. Han fatto meglio i diretti competitor mediterranei, Spagna e Grecia. La Grecia, in particolare, nel periodo luglio-agosto ha addirittura registrato picchi di presenze superiori al 2019.

Nel giardino di casa (Milano e Lombardia) le cose sono andate meglio: secondo l’assessorato regionale competente nell’agosto scorso, rispetto allo stesso periodo del 2019, in Lombardia si è registrato un incremento di presenze di turisti italiani dell’8,4%.

In Italia si ripropone un antico problema: la costante perdita di competitività rispetto ai Paesi citati, e non solo. Il Next Generation Eu e la nascita di un ministero ad hoc possono essere gli strumenti migliori per far ripartire un settore che genera crescita, sviluppo economico e occupazione. L’urgenza è quella di conquistare i mercati emergenti, Medio Oriente, Sud est asiatico, Africa. Le iniziative da mettere in campo produrranno risultati solo se i fondi saranno distribuiti rapidamente, senza appesantire le procedure di una burocrazia in continua evoluzione e destinata a giocare un ruolo determinante nel nostro futuro.

Innanzitutto i circa 2 miliardi destinati al turismo non vanno intesi quali “ristori” agli operatori colpiti dalla pandemia, ma quale supporto ad iniziative mirate all’innovazione, all’aggregazione dell’offerta (non più campanilistica concorrenza tra Regioni, per citare), alla crescita di player nazionali, al rispetto dell’ambiente e del patrimonio culturale. E, utilizzando la digitalizzazione, per realizzare strumenti di analisi che consentano l’acquisizione e l’elaborazione aggregata dei dati sui turisti, sui loro gusti, le loro abitudini, gli spostamenti, le attività, gli acquisti; un calendario nazionale di eventi e iniziative. In sintesi, più che promuovere e commercializzare serve favorire l’interazione tra tutti gli operatori, economici e amministrativi, garantendo vari livelli di fiducia.  

La stagione turistica invernale si sta aprendo con segnali positivi. Speriamo in bene.

Transizione verde, i primi effetti sulla geopolitica – Articolo su QN Il Giorno del 16 ottobre 2021 – di Achille Colombo Clerici

ottobre 18, 2021

La corsa alla neutralità climatica di molti Paesi – zero emissioni nette entro il 2050, come prevede l’accordo di Parigi – non vuol dire soltanto la transizione da una tipologia di combustibili ( i cosiddetti fossili, carbone, petrolio e gas) a un’altra (eolica e solare); ma soprattutto conseguire un vantaggio industriale e tecnologico sui principali competitor, con benefici sulle prospettive di crescita di lungo termine. Lo afferma una analisi dell’ISPI dall’esplicito titolo ‘La sfida geopolitica per la leadership della transizione verde’.

Nella gara i più accreditati sono Stati Uniti, UE, Giappone, Cina. La trasformazione dei sistemi energetici mondiali avrà importanti implicazioni, che vanno ben oltre il settore energetico.

Diventare leader significherà, nei prossimi anni, definire e far adottare a livello internazionale i propri standard tecnici e regolamentari; dettare la linea per coniugare transizione verde e necessità di una riconversione progressiva dei sistemi industriali, economici e sociali; configurare le alleanze industriali e commerciali a livello internazionale.

Se è certo che la transizione energetica e ambientale significherà, in particolare per i paesi industrializzati, una decisa riduzione della dipendenza da fonti fossili esterne, tale dipendenza potrebbe essere sostituita da una nuova necessità di approvvigionamento, come sta dimostrando l’aumento della richiesta di terre e metalli rari necessari, per citare, alla produzione di auto elettriche, lampade a led, strumenti medicali, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, smartphone, fibre ottiche.   

Come ho recentemente sostenute su queste colonne, l’obiettivo della net zero emission entro il 2050 appare difficilmente raggiungibile con le tecnologie attuali, almeno per quanto riguarda l’Italia.  Inoltre, è la Cina a detenere la leadership mondiale delle terre rare, il petrolio del ventunesimo secolo.  Per il loro approvvigionamento, Europa e Stati Uniti dipendono dalla Cina in modo impressionante: per l’80% gli Stati Uniti, per il 98% l’Europa.

 Il carbone ha fatto la rivoluzione industriale, il petrolio ha sancito l’egemonia statunitense nel Novecento, il nuovo mondo delle rinnovabili avrà bisogno del suo carburante. Ed è chiaro che chi controlla i metalli rari è in posizione di vantaggio. Agli esperti di geopolitica il compito di valutare le conseguenze.

“Racket e usura, un fondo per liberarsene” Articolo su QN Il Giorno del 9 ottobre 2021 di Achille Colombo Clerici

ottobre 11, 2021

Il Fondo antiracket e antiusura è nato 20 anni fa da un’idea di Giovanni Falcone: mira a sostenere e reinserire nell’economia legale le vittime dei due reati, ma è poco noto e va modificato. Lo si rileva da uno studio frutto di un accordo tra il Commissario straordinario del Governo e l’Università Bocconi di Milano.

Va rimarcato che tutti coloro che hanno sporto denunce – 319 in Italia, 37 in Lombardia, numeri irrisori rispetto all’entità del fenomeno – sono venuti a conoscenza del Fondo solo al momento in cui si sono rivolti alle forze di polizia o alle associazioni antiracket e antiusura.  Il Fondo presenta, peraltro, notevoli incongruenze, quali, nei casi di usura, l’obbligo di restituire i ristori ottenuti e il fatto che le denunce nei confronti delle banche vengono “cassate” in partenza. 

Lo studio rileva che i due reati – estorsione e usura – vengono commessi in contesti ben diversi: nel caso di imposizione del “pizzo” la vittima subisce per paura di ritorsioni nei confronti suoi o di familiari; nel caso di usura, il criminale viene dapprima visto come persona che aiuta quando non si può più ricorrere a fonti di credito legali. In comune, l’azione criminale ha quale obiettivo, non tanto il lucrare in termini monetari, quanto l’impadronirsi dell’attività della vittima, inquinando l’economia legale, ma anche costringere la vittima stessa a diventare complice di azioni fuorilegge. 

Come ha affermato il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, riferendosi all’emergenza sanitaria Covid-19 e alla crisi economica che ne è derivata con la conseguente forte domanda di liquidità, famiglie e imprese possono, se non percepiscono un’altrettanto forte presenza dello Stato, rivolgersi a quel mondo sommerso pronto ad offrire una sorta di welfare alternativo.

Le domande di accesso al Fondo sono più frequenti in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Basilicata. Le istanze presentate da vittime di estorsione sono il doppio di quelle presentate da vittime di usura. I settori economico-produttivi più colpiti: agricoltura e allevamento (15,9%), commercio al dettaglio (15,2%), servizi di ristorazione (13,8%), costruzioni (14,5%), commercio e riparazione autoveicoli (9,0%); mentre si segnala nello studio come un’anomalia la mancanza di riscontri nei settori delle forniture ad amministrazioni pubbliche e della gestione dei rifiuti.

“Riforma catastale, salto nel buio” Articolo su QN Il Giorno del 2 0ttobre 2021 – di Achille Colombo Clerici

ottobre 4, 2021

La riforma catastale, consistente nella sostituzione dell’attuale criterio di valutazione degli immobili basato sulle rendite aggiornate mediante coefficienti moltiplicatori con il criterio fondato sui valori di mercato per metro quadrato, non ha nulla a che vedere con il recupero dell’evasione fiscale e gli immobili fantasma. Siamo tutti d’accordo che l’evasione vada debellata, ed il nostro ordinamento è già dotato degli strumenti allo scopo. Si tratta di renderli efficienti, di perfezionarli e semmai di dotarsi di altri strumenti specifici.

Resta la motivazione di fondo a sostegno della riforma: incrementare il gettito fiscale derivante dagli immobili. Perché è di questo che si tratta.  La Commissione Europea, l’Ocse e gli enti allineati insistono nel “raccomandarci” un maggior prelievo fiscale sugli immobili, nel presupposto che in Italia il gettito complessivo del settore, in rapporto al Pil, sia inferiore alla media europea.

Come è mai possibile che ciò possa essere, quando tutti coloro che pagano le imposte immobiliari si rendono invece conto che ormai siamo giunti ad un livello intollerabile?  Ammesso e non concesso che l’assunto europeo sia veritiero (occorre infatti verificare bene i tributi che vengono presi in considerazione dai vari stati ai fini del computo) dobbiamo dire che ciò può essere e che l’Europa deve prenderne atto e premere perché si eliminino le cause. Il fatto è che in Italia, a differenza di quanto accade nel resto del Continente, il 60% degli immobili residenziali è fiscalmente improduttivo: non concorre, in assenza di reddito tassabile, al “gettito” non solo con l’Imu, ma nemmeno con l’Irpef, l’Ires, l’imposta di registro, l’Iva. Questo perché ben l’80% delle famiglie abita la casa a titolo di proprietà o equiparato, contro una media europea attorno al 50%.  E’ su questa anomalia che occorre lavorare, con una politica che potenzi la locazione.

Del tutto capzioso, poi, il discorso dell’ “invarianza o parità” che la legge intenderebbe assicurare. Che non è invarianza del carico fiscale gravante sui singoli contribuenti, bensì del gettito complessivo introitato dal fisco.

A fronte di tutto ciò il Fisco risponde: una volta entrata in vigore la riforma vedremo le conseguenze. Se ci saranno distorsioni applicheremo i correttivi: in attesa dei quali il “paziente” potrà defungere. Un salto nel buio, dunque. Si è mai vista una legge di cui dichiaratamente non si sia in grado di prevedere gli effetti?

“CATASTO, una riforma sbagliata” Articolo su QN Il Giorno del 25 settembre 2021 – di Achille Colombo Clerici

settembre 30, 2021

Secondo la Nadef – acronimo che indica la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza fondamentale nel tracciare la linea di politica economica del Paese per l’anno a venire – l’evasione immobiliare ha superato nel 2018 i sei miliardi di euro. Le ‘voci’ principali sono costituite da Imu e affitto in nero: ma si aggiungono le case-fantasma, o per meglio dire ex fantasma in quanto accertate con rilevamenti aerei, totalmente sconosciute al fisco, circa 1,2 milioni di unità.

Il rapporto Nadef sull’economia immobiliare sommersa stima che l’Imu effettivamente versata è stata di 13,9 miliardi in luogo di 18,8 miliardi, sottraendo quindi a Stato e Comuni 4,869 miliardi, oltre un quarto del gettito nazionale.

Questa tipologia di evasione vede al primo posto la Calabria (46,3%) mentre la regione più virtuosa è l’Emilia Romagna (15%). Certo, incidono fattori locali: l’efficienza della macchina amministrativa e l’emigrazione, che ha trasformato in “seconda casa” l’abitazione principale.  Si aggiungono 266 milioni della Tasi e 695 milioni di Irpef a causa degli affitti in nero, e il presumibile reddito delle case fantasma finora scoperte ma non ancora soggette al fisco. Totale, quindi, oltre 6 miliardi.

Ma la riforma catastale, consistente nella sostituzione dell’attuale criterio di valutazione degli estimi basato sulle rendite aggiornate mediante coefficienti moltiplicatori con il criterio fondato sui valori di mercato per metro quadrato, non ha nulla a che vedere con il recupero dell’evasione fiscale e gli immobili fantasma. Siamo tutti d’accordo che l’evasione vada debellata, ed il nostro ordinamento è già dotato degli strumenti allo scopo. Si tratta di renderli efficienti, di perfezionarli e semmai di dotarsi di altri strumenti specifici.

Quanto alla questione, in merito alla quale alcuni si illudono di poter pagare meno tasse, riguardante le “sperequazioni” tra alcuni immobili di antico accatastamento nei centri cittadini, che avrebbero valori imponibili inferiori a quelli di immobili periferici più recenti, consideriamo che il processo costante di riqualificazione edilizia in atto, portandosi dietro la rivalutazione automatica delle rendite, ha di molto ridotto le incongruenze.  L’ordinamento prevede comunque lo strumento della revisione per microzone, già attuato tra l’altro in grandi città come Milano e Roma. Si affini e si attualizzi quello strumento.

E non dimentichiamo che gli effetti della pandemia, ancora in atto, sul mercato immobiliare non si sono ancora visti. Mentre i valori scendono e scenderanno, pensare alla riforma catastale, che darà luogo ad un rilevante incremento del prelievo fiscale sugli immobili, come è negli intenti della Commissione europea, non è segno di saggia politica economica.

Catasto, una riforma sbagliata – Articolo su QN Il Giorno del 25 settembre 2021 di Achille Colombo Clerici

settembre 27, 2021

Secondo la Nadef – acronimo che indica la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza fondamentale nel tracciare la linea di politica economica del Paese per l’anno a venire – l’evasione immobiliare ha superato nel 2018 i sei miliardi di euro. Le “voci” principali sono costituite da Imu e affitto in nero: ma si aggiungono le case-fantasma, o per meglio dire ex fantasma in quanto accertate con rilevamenti aerei, totalmente sconosciute al fisco, circa 1,2 milioni di unità.

Il rapporto Nadef sull’economia immobiliare sommersa stima che l’Imu effettivamente versata è stata di 13,9 miliardi in luogo di 18,8 miliardi, sottraendo quindi a Stato e Comuni 4,869 miliardi, oltre un quarto del gettito nazionale.

Questa tipologia di evasione vede al primo posto la Calabria (46,3%) mentre la regione più virtuosa è l’Emilia Romagna (15%). Certo, incidono fattori locali: l’efficienza della macchina amministrativa e l’emigrazione, che ha trasformato in “seconda casa” l’abitazione principale.  Si aggiungono 266 milioni della Tasi e 695 milioni di Irpef a causa degli affitti in nero, e il presumibile reddito delle case fantasma finora scoperte ma non ancora soggette al fisco. Totale, quindi, oltre 6 miliardi.

Ma la riforma catastale, consistente nella sostituzione dell’attuale criterio di valutazione degli estimi basato sulle rendite aggiornate mediante coefficienti moltiplicatori con il criterio fondato sui valori di mercato per metro quadrato, non ha nulla a che vedere con il recupero dell’evasione fiscale e gli immobili fantasma. Siamo tutti d’accordo che l’evasione vada debellata, ed il nostro ordinamento è già dotato degli strumenti allo scopo. Si tratta di renderli efficienti, di perfezionarli e semmai di dotarsi di altri strumenti specifici.

Quanto alla questione, in merito alla quale alcuni si illudono di poter pagare meno tasse, riguardante le “sperequazioni” tra alcuni immobili di antico accatastamento nei centri cittadini, che avrebbero valori imponibili inferiori a quelli di immobili periferici più recenti, consideriamo che il processo costante di riqualificazione edilizia in atto, portandosi dietro la rivalutazione automatica delle rendite, ha di molto ridotto le incongruenze.  L’ordinamento prevede comunque lo strumento della revisione per microzone, già attuato tra l’altro in grandi città come Milano e Roma. Si affini e si attualizzi quello strumento.

E non dimentichiamo che gli effetti della pandemia, ancora in atto, sul mercato immobiliare non si sono ancora visti. Mentre i valori scendono e scenderanno, pensare alla riforma catastale, che darà luogo ad un rilevante incremento del prelievo fiscale sugli immobili, come è negli intenti della Commissione europea, non è segno di saggia politica economica.