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Stefano Simontacchi Intervistato da “Repubblica Economia” 13 marzo 2017 – “Flat tax per gli stranieri”

marzo 13, 2017

Istituto Europa Asia IEA
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REPUBBLICA

Flat tax per gli stranieri:

“Bene, ma serve un intervento di sistema”
Stefano Simontacchi, managing partner dello studio BonelliErede, apprezza la norma che offre a chi sposta la residenza in Italia una tassa forfetaria da 100mila euro sui redditi prodotti all’estero. “Non è una mancia, dobbiamo competere con i Paesi che da anni attirano capitali e risorse”. Su tutto pende un problema di equità e il rischio ricorsi

di Raffaele Ricciardi

L’imposta da 100mila euro sui redditi esteri per i ricchi stranieri che sposteranno la loro residenza in Italia, contenuta nella legge di Bilancio e attuata con il recente dispositivo delle Entrate, ha diviso l’opinione pubblica e gli esperti. Per alcuni è un segnale positivo per la competitività fiscale dell’Italia e la capacità di attrarre patrimoni e attività in grado da fare da volano all’economia. Per altri è una mancetta.

Stefano Simontacchi, managing partner di BonelliErede: è una norma giusta?
Sono a favore di questa norma. Dobbiamo partire da una considerazione di scenario che alcuni dimenticano: gli Usa di Donald Trump saranno molto aggressivi dal punto di vista fiscale per attirare investimenti e patrimoni. Si va verso una agevolazione favorevolissima perché le multinazionali riportino in US l’enorme cassa che hanno fuori dagli States. Ma non solo.

Continui.
Vicino a noi, la Gran Bretagna sarà altrettanto attiva nell’usare la leva fiscale per diventare attraente – più di quanto già lo sia – dopo Brexit. Cina e altri Paesi si risponderanno a tono. E in Europa cosa faremo?
Abbiamo vincoli che ci siamo auto-imposti, più di ogni altro. E pure ci sono giurisdizioni, come quella olandese, molto attrattive. Noi dobbiamo decidere: se vogliamo attirare investimenti, dobbiamo competere.

E come ci stiamo giocando questa partita?
L’Italia è il Paese più bello d’Europa: ha le sue carte da giocare per attirare ricchi imprenditori a venire in Toscana, o Sardegna. Ipotetiche residenze che certo possono competere con Londra e con i cantoni svizzeri.

Oltre alla Dolce vita, lo sconto sul 730. Crede avrà successo?
Non ne sono così sicuro. Certo, ci sono aspetti significativi nella norma, oltre all’imposta forfetaria da 100mila euro. Le esenzioni sulle imposte di successione e donazione dei beni all’estero consentono una buona pianificazione generazionale per chi si sposterà in Italia. Ma servono ulteriori passi: chiarezza nel trattamento dei Trust e dei vincoli di destinazione, per cominciare.

Quanto fatto potrebbe dunque non bastare a spostare i Paperoni da noi?
La tassa “flat” non serve a molto, se non è inserita in un sistema Paese credibile. Mi creda, un ricco imprenditore potrebbe venire ben volentieri a vivere in Toscana. Poi magari i suoi legali gli farebbero notare che da noi le norme cambiano spesso, che non c’è ancora un ambiente cooperativo e di certezza del diritto. Su questo terreno, purtroppo, siamo indietro decenni rispetto ai sistemi di Svizzera o Regno Unito, che hanno tradizioni lunghissime e che gli investitori percepiscono come solide e sicure.

E che impegni chiederemo a questi super ricchi?
Dovranno essere residenti, portare da noi i loro interessi. E’ vero che offriamo un regime fiscale attrattivo. Ma serve un passo ulteriore: creare le condizioni perché si spostino i loro affari, le loro holding. Ho fatto una mia proposta: fare dell’Italia l’hub mondiale per gli investimenti verso l’Africa. Chiaramente una singola norma del genere, per quanto ben congegnata, non può bastare.  Bisogna fare sistema con un obiettivo chiaro e condiviso.

 Cosa risponde a chi definisce la misura una ennesima mancetta?
Non lo è, si percepisce la volontà di impostare la tematica fiscale in modo diverso. Diciamo che è una “mossa strategica obbligata”. C’è voglia di fare qualcosa per attrarre investimenti, ma serve un disegno strategico più profondo.

E cosa ne è dell’equità fiscale?
È un tema. Serve una linea
politica di sistema di lungo termine. va bene porsi il tema dell’equità di questa norma ma come la mettiamo con i 200 miliardi di nero stimati da Banca d’Italia e con il fatto che nessuno porta avanti se non l’abolizione una fortissima limitazione all’uso del contante? In ogni caso, qualche problema potrebbe esserci. È difficile giustificare il trattamento di favore a un italiano che ha redditi esteri tassati ordinariamente. Il rischio è che si crei un caso e riparta la polemica. Che andrebbe risolta una volta per tutte, rispondendo come sistema unito alla domanda: vogliamo competere con Londra e gli altri? Se sì, dobbiamo prendere queste decisioni.

Foto: Stefano Simontacchi con il pres. IEA Achille Colombo Clerici
Achille Colombo Clerici con Stefano Simontacchi

Le microcittà di Roma – Libro di Marco Pietrolucci ediz. SKIRA – presentazione IEA

marzo 13, 2017

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Il modello in un libro che analizza la realtà socio-urbanistica di Roma

TRASFORMARE LE PERIFERIE IN MICROCITTA’

“Verso la realizzazione delle microcittà di Roma” di    Marco Pietrolucci, editore Skira, è una riflessione sulla struttura urbana di Roma, tesa a rimettere in discussione l’attuale modello centro-periferia.

Riconoscere l’importanza demografica delle periferie e l’esistenza delle microcittà è una riforma di politica urbana fondamentale per trasformare gli attuali frammenti periferici, di cui si compone la città contemporanea di Roma, in centri urbani potenzialmente autonomi e in comunità in grado di decidere il loro futuro, rompendo la ghettizzazione e la tendenza della città a creare esclusioni e cul-de-sac.

Riformare gli attuali Municipi, dotando ciascuna microcittà di una progressiva autonomia di gestione urbana, è un antidoto ai fondamentalismi e alla rabbia sociale, dettati da un senso di esclusione dalle scelte.

Il modello proposto per la città contemporanea di Roma, per le nove città del Grande Raccordo Anulare, è un programma urbano in grado di assorbire i movimenti socio-politici in atto, di rimescolare gerarchie sociali e territoriali che diventano sempre più dure, di consentire una migrazione concettuale da una dimensione di marginalità a una di nuova centralità.
Marco Pietrolucci è architetto, Dottore di Ricerca in Composizione Architettonica ed Urbana ha conseguito nel 2004 il Master Internazionale di Progettazione Urbana Architettura/ Storia/Progetto diretto dal Professor Francesco Cellini, presso l’Università “Roma Tre”. Ha svolto attività didattica e di ricerca presso il Dipartimento IDEA della Facoltà di Architettura di Pescara e nei Programmi Italiani delle Università Americane Waterloo University e Northestern University. A fianco dell’attività didattica e di ricerca svolge un’intensa attività professionale. Nel 2006 fonda lo Studio Pietrolucci Studio Associato, associazione professionale che opera in Italia e all’estero nel campo della progettazione architettonica ed urbana. Per la sua attività ha ricevuto numerosi ed importanti riconoscimenti nazionali e internazionali.

Foto d’archivio:
Il Commissario Francesco Paolo Tronca con il pres. IEA Achille Colombo Clerici e con Alfio Noto già Direttore della Banca d’Italia di Milano
Noto, Tronca, Colombo Clerici

“Periferia Urbana” Seminario all’Università Cattolica di Milano – Assoedilizia informa marzo 2017

marzo 13, 2017

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Seminario sulla periferia urbana all’Università Cattolica di Milano

DA NOVARA A BRESCIA LA FASCIA DEI “NON LUOGHI”

Se è nel centro della città che si ergono i “luoghi” – i grandi palazzi, le basiliche, i monumenti – nei quali il cittadino si riconosce; e le amministrazioni locali tendono a far conoscere e sviluppare ciò che è particolarmente qualificato e importante, che dà peculiare significato e valore, l’opposto del cuore della città è mostrato dalla periferia, che costituisce, nella migliore delle situazioni, una realtà di funzioni senza splendore, senza vitalità e colore. E nella peggiore il luogo dell’assenza di qualità o della carenza di servizi, del degrado, dell’insicurezza, il “non luogo” in altre parole.

In un momento in cui il dibattito sulla periferia è esploso con eccezionale forza, si moltiplicano i momenti di dibattito dove gli esperti – urbanisti, sociologi, politici –  si confrontano  per esaminare ed analizzare in modo rigoroso la questione che coinvolge milioni di italiani, che causa tensioni sociali; quali problemi sono emersi, quali interventi sono state proposti e attuati nel tempo, e con quali esiti.

“La periferia urbana. Ambiente,cultura, sicurezza” è stato il tema affrontato dal seminario organizzato dal Dipartimento di Sociologia-Urban Life and Territorial Research Agengy (Ultra) dell’Università Cattolica di Milano, con particolare riferimento alla situazione di Milano e della sua area metropolitana.

I lavori, introdotti da Enrico Tacchi del Dipartimento di Sociologia dell’Ateneo, hanno visto quali relatori Alessandro Balducci, urbanista, Pro-Rettore vicario del Politecnico di Milano;   sr Claudia Biondi, Settore Aree di bisogno –  Caritas Ambrosiana;  Luisa Pedrazzini, architetto urbanista, Direzione Generale Territorio ed Urbanistica Regione Lombardia;  Giancarlo Rovati, sociologo, Direttore del Dipartimento di Sociologia, Università Cattolica; Carmela Rozza, assessore alla Sicurezza e alla Coesione Sociale del Comune di Milano; Piero Bulgheroni, Raffaele Selleri, architetti; Gianni Verga, ingegnere, già assessore all’Urbanistica del Comune di Milano.

La sicurezza, il tema più politicamente sensibile. Rozza ha citato cifre emblematiche: 6.000 alloggi pubblici situati in periferia, cioè da 20 a 24.000 persone, sono occupati abusivamente. Tra gli abusivi ci sono delinquenti di ogni tipo verso i quali si deve procedere con lo sgombero forzato, ma anche famiglie quasi sempre di immigrati irregolari, con bambini piccoli, giunte all’ultima tappa perché gli strumenti del welfare non sono riusciti a intercettarle prima. Il Comune ha avviato una interessante iniziativa: pattuglie di vigili urbani accompagnati da stagisti universitari madrelingua per stabilire una qualche forma di dialogo e di collaborazione.

Biondi ha analizzato la situazione dei rom e dei sinti, circa 3.000,  che vivono in gran parte in campi autorizzati o abusivi. In questo ultimo casi le condizioni igieniche sono pessime, ma il forte senso di coesione delle comunità fa aggio sulle sistemazioni alternative offerte.

Ma per queste e per altre iniziative di recupero di persone e di luoghi occorrono risorse. Verga, mitica figura di tecnico prestato per decenni alla pubblica amministrazione,  nato in periferia e profondo conoscitore della stessa, sta elaborando una proposta: ristrutturare i quartieri ERP facendo leva sui diritti volumetrici di cui il Comune dispone con le sue proprietà.

Ma, secondo Balducci, ogni iniziativa a favore delle periferie, deve uscire dalla logica dell’emergenza che ha visto utilizzati dal 1993 ben 5 miliardi di euro con risultati non esaltanti. Occorre una maggiore selezione nell’individuare i progetti di fattibilità e che gli stessi siano indipendenti dai finanziamenti. Periferie che secondo i parametri dell’ Unione Europea (Pedrazzini) si estendono da Novara a Brescia, e dove vive il 75% della popolazione Lombarda. Bulgheroni e Selleri hanno illustrato la trasformazione di Precotto.

Infine, ma non certo per importanza, è giunta relazione di Rovati il quale, richiamando i moniti di papa Francesco, ha ricordato le iniziative tese a ridurre le conseguenze della povertà in costante aumento. La Fondazione Banco alimentare assiste, tra l’altro, circa 60.000 minori in Lombardia.

Foto d’archivio:

– Gianni Verga con Stefano Parisi e con il pres. di Assoedilizia Achille Colombo Clerici
gianni-verga

“L’Housing sociale non basta” – Rubrica Casa Città Società. QN Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione dell’11 marzo 2017 – Achille Colombo Clerici

marzo 13, 2017

Sono circa 1,7 milioni le famiglie italiane che versano in condizioni di disagio abitativo (incidenza dell’affitto sul reddito familiare superiore al 30%); centinaia di migliaia le domande inevase di assegnazione di case popolari.
In tale situazione, gli alloggi in dotazione all’ ERP-Edilizia Residenziale Pubblica per lo svolgimento della loro funzione istituzionale, continuano a diminuire.
Oggi sono poco più di 800 mila unità, sparse  su tutto il territorio nazionale, (200.000 alloggi venduti dal 1993).

Il patrimonio residenziale pubblico italiano – circa il 4% del totale degli alloggi – ci pone all’ultimo posto tra i maggiori Paesi europei (Austria 24%,  Belgio 7%,  Danimarca 19%, Finlandia 16%,  Francia 17%,  Germania 30%,  Olanda 35%,  Regno Unito  21%).
In questo quadro, la scelta compiuta in questi giorni da alcune Aziende Casa, di procedere ad ulteriori dismissioni, per ridurre disavanzi economico-finanziari, scaturiti dall’inefficienza del sistema-casa Italia, ben esemplifica la totale mancanza di visione strategica che caratterizza la politica della gestione delle cosiddette case popolari.
Ed e’ la spia della drammatica  situazione del Paese che deve fare i conti non solo con il debito pubblico, ma anche con i debiti delle amministrazioni locali e degli Enti pubblici e parapubblici.
Quando, invece di vendere l’argenteria ( per l’ente pubblico cio’ significa spending review, eliminazione di sprechi, alienazione di beni a reddito) la famiglia-Paese vende pentole e stoviglie, vuol dire che è allo sbando.
Non è più procrastinabile dunque un deciso intervento sul piano pubblico per affrontare adeguatamente il problema rappresentato dal bisogno abitativo dei meno abbienti.
In ogni caso, a causa dell’inefficienza dell’ERP e al di la’ dell’housing sociale o di altre “vie” che, positive in se stesse, sono gocce nel mare del fabbisogno reale, bisogna pensare ad un serio e definitivo coinvolgimento degli investimenti privati, giocando la carta del mercato.
A mali estremi, estremi rimedi. Negli anni ’80 il preminente interesse pubblico suggeriva allo Stato di rinunziare al rimborso dei contributi, per favorire i posti di lavoro creati dalle case automobilistiche; ora deve indurre a  defiscalizzare decisamente la locazione privata per favorire maggiori investimenti nel settore, al fine di produrre, con la maggiore offerta, un calmieramento generale dei costi dell’abitare.

 

presidente

 

 

“Ue e le relazioni con l’Asia nell’era Trump” Giappone e India – Intervista di L’INDRO al pres. IEA Achille Colombo Clerici

marzo 13, 2017

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L’INDRO intervista Achille Colombo Clerici
ESTERI NEWS POLITICA

La situazione

“Ue e le relazioni con l’Asia nell’era Trump”

Intervista all’Avv. Achille Colombo Clerici, presidente dell’Istituto Europa Asia

di Massimiliano Nespola  10 marzo 2017

A fronte delle scelte protezioniste e poco entusiastiche rispetto all’unità europea da parte della presidenza USA, l’Ue si avvia a ridefinire la sua posizione rispetto alle scelte commerciali su scala globale. Sarà molto importante, oltre all’esito positivo del Ceta e alle buone relazioni con il Messico, considerare l’asse di scambi con l’Asia. Qui lo scenario, volendo fare un excursus storico, è di lungo corso. Attualmente, inoltre, si prevede che una delegazione della  commissione Mercato interno si rechi in India per visitare gli incubatori di start-up ed esplorare le nuove opportunità del mercato digitale.
Vi è infine la possibilità che  l’accordo di libero scambio Ue-Giappone sia raggiunto in tempi brevi, ma serve la volontà per superare la distanza in alcuni capitoli del negoziato in corso.

Ne parliamo con l’Avv. Achille Colombo Clerici, presidente dell’Istituto Europa Asia nonché di Assoedilizia.

A suo avviso si tratta di una scelta del momento oppure in futuro c’è da aspettarsi una inversione di tendenza rispetto al passato? E l’avvicendamento ai Paesi asiatici in questione mette in discussione i rapporti con gli USA?
Dopo l’abbandono del TPP-Trattato di libero scambio transpacifico da parte dell’America di Donald Trump si aprono notevoli spazi ad un più deciso intervento commerciale dell’Unione Europea sui mercati asiatici ,dei quali comunque il nostro Continente è un forte partner. E non potrebbe essere altrimenti considerando che l’Europa è la più grande area economica del mondo ( sulla base della dimensione del Pil ) cui purtroppo non si aggiunge un analogo peso politico.

Quali scelte porterebbero al rafforzamento dell’Europa in questo contesto?
Occorrerebbero, per conseguire l’obiettivo, quanto meno una politica estera unitaria, ed una difesa comune. Resta il fatto che l’UE, assieme alla Cina, fa delle intese commerciali internazionali un punto essenziale della sua politica in contrapposizione all’isolazionismo di Trump che privilegia invece gli accordi bilaterali con i singoli Paesi, forte della sua assoluta supremazia. Ulteriore motivo per cui l’UE deve mantenere ed anzi rafforzare la propria unità perché, operando come singoli Paesi componenti, ben poco avremmo da contrapporre.

Quali sono in particolare le priorità nello scenario che si va delineando?
La cooperazione allo sviluppo tra l’UE e tali paesi comprende l’assistenza finanziaria e tecnica e la cooperazione economica. Tra le priorità figurano la stabilità regionale, la riduzione della povertà, i diritti umani, lo sviluppo sostenibile e i diritti dei lavoratori. La cooperazione tra l’UE e l’Associazione dell’Asia del Sud per la cooperazione regionale (SAARC) mira in particolare a promuovere l’armonizzazione delle norme, ad agevolare gli scambi e a sensibilizzare in merito ai vantaggi della cooperazione regionale.

Si prevede una nuova forma accordo, simile al Ceta, con il Giappone. A che punto siamo?
L’ accordo di libero scambio Ue-Giappone è raggiungibile in tempi brevi, ma serve la volontà per superare la distanza in alcuni capitoli del negoziato in corso. E’ quanto si apprende da fonti della Commissione Ue, dove si punta a chiudere l’accordo al più presto e comunque entro il 2017.  Serve uno sforzo di fantasia per risolvere alcuni aspetti tecnici o ‘scelte politiche più coraggiose’. L’accordo su cui si discute, sottolineano in Commissione, ‘ha lo stesso livello di ambizione del Ceta’, il trattato commerciale con il Canada recentemente approvato dal Parlamento europeo.

A che cosa ci si riferisce in particolare quando si parla della necessità di scelte politiche “più coraggiose”?
Tra i temi su cui ancora si registrano differenze nei colloqui ci sono sempre le tariffe sui prodotti agroalimentari europei, per i quali il mercato giapponese è “molto interessante” e, dal lato del Giappone, l’auspicata piena liberalizzazione del settore automotive, che “può essere fatta”, si osserva dalla Commissione, anche se bisogna capire con quali contropartite per l’Ue.

Qual è lo stato attuale delle relazioni Ue-Giappone?
Le relazioni dell’UE con il Giappone si basano su valori condivisi: diritti umani, democrazia e Stato di diritto. Entrambe le parti stanno rafforzando i legami commerciali ed il fronte degli investimenti. Il Giappone è un partner strategico dell’UE fin dal 2003. Il paese deve far fronte a importanti sfide economiche, all’invecchiamento della popolazione, ad alcune difficoltà nelle relazioni con la Cina e con la Russia nonché a controversie relative al controllo e alla sicurezza nelle zone d’alto mare.

I negoziati per un accordo di libero scambio UE-Giappone sono iniziati ufficialmente il 25 marzo 2013 e il 17^ ciclo di negoziati si è tenuto a Bruxelles a settembre 2016.  Il Parlamento europeo insiste tuttavia su  condizioni volte ad assicurare che entrambi i partner traggano ugualmente beneficio dall’accordo e che i negoziati siano interrotti, qualora il Giappone non tenga fede all’impegno di ridurre gli ostacoli tecnici al commercio. Il Giappone è il secondo partner commerciale dell’UE in Asia (dopo la Cina) e il valore totale degli scambi commerciali tra i due partner ammonta a 117 miliardi di euro; l’UE rappresenta l’11 % del totale degli scambi commerciali con l’estero del Giappone.

E sulle relazioni con l’India, quali sono i dati più importanti da tenere in considerazione?
Fin dal 1994 le relazioni tra l’UE e l’India sono state disciplinate da un accordo di cooperazione concernente la cooperazione politica, commerciale ed economica. Nel 2004 l’UE ha potenziato le sue relazioni con l’India mediante un partenariato strategico. Negli ultimi cinque anni, gli scambi bilaterali sono raddoppiati e gli investimenti sono decuplicati. L’UE è il principale partner commerciale dell’India, con una quota del totale dei suoi scambi commerciali con l’estero pari al 13,5 % nel 2015. Nel 2016 entrambe le parti hanno riavviato le discussioni per valutare come riprendere i negoziati, avviati nel 2007, per un accordo in materia di scambi e investimenti di ampia portata tra l’UE e l’India. Tuttavia vi sono ancora diverse questioni fondamentali da risolvere.

Quali in particolare?
Nonostante la notevole crescita economica dell’India, quasi il 30 % della popolazione vive in condizioni di povertà. Le risoluzioni del Parlamento europeo hanno riguardato questioni relative ai diritti umani, in particolare la violenza contro le donne e i bambini e il lavoro minorile.

Si può tracciare un quadro attuale, più in generale, sui rapporti dell’Europa con la zona asiatica?
L’Ue, che incoraggia l’integrazione regionale, sostiene la SAARC, i cui otto paesi membri sono l’Afghanistan, il Bangladesh, il Bhutan, l’India, le Maldive, il Nepal, il Pakistan e lo Sri Lanka. La Cina, l’UE, l’Iran, il Giappone, la Corea del Sud, Mauritius, Myanmar/Birmania e gli Stati Uniti hanno lo status di osservatori. L’UE è il principale partner commerciale della SAARC, con una quota del totale dei suoi scambi commerciali con l’estero pari al 15,2 %, nonché il maggiore mercato per le esportazioni, con una quota del 22 %.

Foto: Il pres. di IEA Achille Colombo Clerici con Shinichi Nakatsugawa Console Generale del Giappone e con Alberto Moro

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Milano è in affitto? – Ricerca Politecnico For Rent-Dastu, presentata al Comune di Milano – Seminario all’Acquario Civico – Assoedilizia

marzo 10, 2017

A s s o e d i l i z i a
Associazione Proprietà Edilizia – Milano Italy

 

Alla presentazione della ricerca For Rent-Dastu- Politecnico di Milano

COLOMBO CLERICI:  PROBLEMA DELL’ABITARE IN ITALIA AGGRAVATOSI NEGLI ANNI – ORMAI, DEFISCALIZZARE LA LOCAZIONE PRIVATA

Londra ha il 63,1% di alloggi in locazione, Berlino il 74,6, Bruxelles il 75,7%, Milano il 29% pari a meno di 179.800 unità (nel 1991 era il 44%, 255.200 abitazioni), Torino 28%, Firenze 21,9, Roma 20,3.

Sono sufficienti questi dati per confermare come l’Italia – sempre a cavallo tra Mediterraneo ed Europa – sia meno attrezzata dei Paesi competitors alle nuove esigenze dell’abitare richieste da una società mobile.

Senza tediare con un profluvio di cifre, bisogna aggiungere che – per quanto riguarda i meno abbienti – l’Italia, con il 4% di edilizia residenziale pubblica, è all’ultimo posto tra i Paesi avanzati. A Milano, per citare, in 20 anni le “case popolari” si sono ridotte del 42% a fronte di un aumento delle necessità, con il concreto rischio che si inneschino tensioni sociali, scaricando sui proprietari privati l’onere di offrire, quando possibile, un tetto a tutti.

Il tema della casa torna all’attenzione di studiosi, operatori sociali e immobiliari e di politici con la ricerca For Rent-Dastu-Politecnico di Milano “Milano è in affitto?” che Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, ha così commentato:

“E’ il risultato dell’assenza di una politica per la casa da oltre quarant’anni, tanto che ora proprio la politica deve farsi carico del problema casa come fece negli anni ’80 al tempo della crisi dell’auto finanziando – lo fecero, d’altronde, anche altri Paesi – il settore in crisi.

Inoltre, considerata l’inefficienza dell’ERP-edilizia residenziale pubblica e al di la’ dell’housing sociale o di altre “vie” che, positive in se stesse, sono gocce nel mare del bisogno reale, nella latitanza del sistema pubblico bisogna pensare ad un serio e definitivo coinvolgimento degli investimenti privati, giocando la carta del mercato. A mali estremi, estremi rimedi: occorre defiscalizzare decisamente la locazione privata per indurre a maggiori investimenti nel settore, i quali potranno produrre, come effetto, attraverso una maggior offerta abitativa, un calmieramento generale dei costi dell’abitare”.

Secondo Gabriele Rabaiotti, assessore ai Lavori pubblici e Casa del Comune di Milano, il sistema delle politiche abitative vive una situazione frammentata e confusa.

Ad esempio, le case popolari, destinate ad accogliere chi si trova in difficoltà, anche pluriennale ma comunque temporanea, si sono trasformate in “proprietà con affitto”.

Mentre, sempre per citare, la burocrazia ci mette del suo: un progetto di edilizia popolare di 80 alloggi del 2005, realizzato nel 2008, ha visto l’assegnazione solo lo scorso anno.

Rabaiotti ha infine sottolineato l’importanza che attorno alle residenze popolari, che alcuni definiscono ghetti, venga creato un contesto di attività sociali, culturali, sportive, di verde pubblico arredato.

Il seminario è stato introdotto da Gabriele Pasqui, Direttore Dastu – Politecnico di Milano. La ricerca è stata illustrata da Francesca Cognetti, coordinatrice del team che l’ha effettuata: Giuliana Costa, Luca Gaeta, Anna Delera, Andrea Di Giovanni, Fabio Manfredini.
“La casa nel contesto nazionale e internazionale” è stato il tema trattato da Giovanni Caudo, Urbanista, Università degli Studi Roma Tre; Elena Bargelli, European Network Housing Research, Università di Pisa; Fabrizio Rossi Prodi, Architetto, Università degli Studi di Firenze.

A conclusione la tavola rotonda dal titolo “Milano e l’affitto sociale, un confronto dalla visione al progetto” cui hanno partecipato, oltre a Colombo Clerici,  Carlo Cerami, Investire Sgr; don Virginio Colmegna, Casa della Carità Milano; Stefano Granata, Gruppo Cooperativo Nazionale CGM; Giordana Ferri, Fondazione Housing Sociale; Romano Guerinoni, Fondazione Welfare Ambrosiano.

Coordinatrice
Giovanna Mancini, Sole 24 Ore.

Foto:
– Achille Colombo Clerici con l’Assessore Gabriele Rabaiotti

 

Flash news: L’immobiliare potrebbe correre, ma qualcuno guarda altrove – di Maurizio Cannone, direttore di Monitorimmobiliare

gennaio 31, 2017

Lunedì 30 gennaio 2017, una giornata apparentemente come tante altre.

Mentre su tutti i media il tema principale è la legge elettorale, qualche notizia interessante vale la pena di essere riportata.

Mentre da noi si discute della legge elettorale, dopo aver parlato per mesi del referendum,  a Londra Pimco, uno dei principali gestori di fondi obbligazionari, lancia Pimco Gis Mortgage Opportunities Fund. Un fondo senza limiti di raccolta che investe in mortgage-backed securities (MBS). Come da Borsa Italiana: “E’ un titolo che deriva i flussi di cassa con i quali fare fronte alla remunerazione del capitale raccolto all’atto dell’emissione sulla base di un portafoglio di prestiti ipotecari sottostanti”. Pimco ha così presentato l’iniziativa: “Considerando il livello storicamente basso dei rendimenti delle obbligazioni core e la correlazione dei titoli corporate con le azioni, un’esposizione mirata agli attivi cartolarizzati può aiutare gli investitori a migliorare la diversificazione complessiva dei loro portafogli, ottimizzando potenzialmente i rendimenti”. Mentre in Italia non sappiamo dove mettere qualsiasi strumento legato ai mutui, in sofferenza o meno, a Londra i grandi del risparmio gestito puntano sui mutui erogati. Stranezze di casa nostra, tanto che, secondo i dati di Assoreti appena pubblicati, la raccolta del risparmio gestito in Italia ha registrato a dicembre 2016 un saldo netto positivo di 5 mld di euro. Quasi tutti i settori corrono: fondi obbligazionari esteri, fondi chiusi mobiliari, fondi bilanciati esteri. Tra i pochi che registrano un calo della raccolta, ancora una volta, i fondi immobiliari.

Ma come, liquidità immensa, i grandi gestori internazionali che scelgono i mutui perché assicurano rendimenti migliori delle obbligazioni, e in Italia la raccolta è ancora una volta negativa? C’è qualcosa che non funziona, dal legislatore in giù, se in Italia continuiamo a girare a vuoto mentre in tutto il resto del mondo il reale estate ha ripreso la sua velocità di crociera.

Forse dovremmo riflettere su talune rappresentanze di categoria ormai autoreferenziali e sulle attività svolte finora, che sono state francamente imbarazzanti. Perché il problema esiste e si riassume, credo, in una valutazione: con una crisi che dura da 10 anni e non accenna a terminare in Italia, annunciare sempre per il prossimo anno la legge risolutiva, gli incentivi fiscali che rilanciano un settore, o per un’azienda il miglioramento dei conti, non serve più. Non c’è la ripresa che beneficia tutti e riporta sotto il tappeto le magagne. Certo che anche le associazioni dovrebbero riflettere davvero, se non vogliono svanire.

Ore 16.00 su Sky News, va in onda un’intervista in studio presenti un esponente, credo di Fratelli d’Italia, e Alessandro Cattaneo. Il tema è il muro di Trump, meglio della nostra legge elettorale, ma comunque non esaltante. Ho visto con piacere Cattaneo in video, pensando alla sua presidenza di Federimmobiliare, che si occupa di promuovere la cultura immobiliare. Ho atteso con impazienza di ascoltare considerazioni sul settore, come fanno in tv Spaziani Testa di Confedilizia, Paolo Righi di Fiaip, Colombo Clerici di Assoedilizia, per citare i più presenti. Tutte persone che difficilmente vengono interpellate su argomenti che non siano l’immobiliare.

Ecco perché ho provato una forte delusione quando il sottopancia di Cattaneo riportava Forza Italia. L’intervento era politico, come rappresentante di un partito, su un tema che con l’immobiliare non aveva niente a che fare. La politica è davvero complessa e servono persone nuove e competenti, e Cattaneo sembra avere tutte le carte in regola. La critica non è nei suoi confronti ma verso chi l’ha eletto presidente di Federimmobliare. Sostituire in questo modo Marzia Morena, docente del Politecnico di Milano, che sempre di immobiliare ha parlato (e lavorato) lascia capire quale forza si vuole dare alla divulgazione. Se queste sono le intenzioni, non stupiamoci se avremo meno iscritti alle associazioni. A breve daremo conto anche delle uscite delle maggiori aziende dai contesti associativi di settore.

A concludere la giornata arriva Anas. Si è passati dal piano di recupero delle case cantoniere, che doveva portare risorse nelle casse pubbliche e generare attività per il real estate, a questa anticipazione del Messaggero: Governo studia pedaggio su strade  statali. Un bollino sul modello svizzero, che consentirà di percorrere le strade statali. I pedaggi sulle autostrade saranno a parte, come oggi. In pratica si starebbe studiando il modello svizzero, integrato con quello italiano. Ovvero si pagherebbe due volte: in autostrada e ora anche sulle statali. Basterebbe poco per lanciare segnali positivi, ma sembra che i decisori siano presi da altri impegni.

(articolo pubblicato su http://www.monitorimmobiliare.it )